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L'EEG come possibile tecnica di screening per i pazienti a rischio di recidiva durante il divezzamento da sostanze d'abuso
Francesco Mari
Dip. di Neuroscienze, Univ. "La Sapienza", Roma.
Centro per la Chirurgia dell'Epilessia, I.R.R.C.S. Neuromed, Pozzilli (IS)

La gestione del paziente tossicodipendente durante il trattamento di divezzamento è notoriamente complessa e la percentuale di pazienti che presentano una recidiva rimane infatti elevata(1). Un notevole sforzo è quindi rivolto alla ricerca di fattori che permettano l'identificazione precoce della sub-popolazione "a rischio" di recidiva. La vastissima letteratura ha di volta in volta posto l'accento su fattori psicologici o psicopatologici, sociali e clinici (grado di dipendenza), sottolineando la difficoltà (o forse l'impossibilità intrinseca) a individuare singoli fattori con preminente valore predittivo (2,3,4,5).
Alla luce dei risultati di queste ricerche, sembrerebbe ingenua l'ipotesi che i soggetti a rischio di recidiva siano individuabili all'esame neurologico. Eppure tra il 1998 ed il 2001 sono apparsi su riviste scientifiche internazionali vari lavori in cui si è preso in esame l'impiego dell'Elettroencefalogramma (EEG), una metodica neurofisiologica che per anni ha rappresentato l'unico strumento diagnostico non invasivo e che, nonostante lo sviluppo delle moderne tecniche di Neuroimaging, rappresenta un metodo di esplorazione funzionale del cervello indispensabile nella pratica clinica.
Tra questi studi, due appaiono di particolare interesse(6,7). Una popolazione di pazienti tossicodipendenti in trattamento veniva sottoposta a periodici controlli al fine di valutare la presenza di alterazioni EEG specifiche e discriminative fra le due subpopolazioni in esame, i recidivanti e i non-recidivanti. I primi risultati mostravano, come elemento più sensibile di discriminazione, la presenza di una attività rapida desincronizzata localizzata sulle regioni anteriori dei due emisferi.
Le analisi dei dati ottenuti hanno mostrato due ulteriori importanti elementi. Il primo è giunto dall'approfondimento dello studio neurofisiologico, tramite nuove metodiche che, sulla base del segnale EEG permettono una migliore valutazione dell'attività patologica; grazie a queste si è dimostrato come all'origine dei ritmi rapidi vi fosse una disfunzione delle normali attività elettriche nelle regioni prefrontali (aree 9, 10, 11, 45 e 46 di Broodmann). Il secondo è giunto dall'utilizzo di metodi di inferenza statistica ed ha mostrato come tale attività non sia associata all'assunzione di una specifica sostanza d'abuso bensì alla presenza in anamnesi remota di due importanti fattori di rischio predittivi per l'insorgenza di tossicodipendenza: la familiarità per disturbo compulsivo verso le sostanze d'abuso e una precedente diagnosi di disturbo del comportamento in età infantile.
L'alterazione EEG in questione si correlerebbe quindi, secondo gli autori, con la presenza di condizioni patologiche d'interesse prettamente psichiatrico; a favore dei risultati del lavoro è l'affascinante localizzazione selettiva a livello del lobo frontale e più specificamente a livello delle aree associative frontali premotorie. A riguardo bisogna specificare come l'EEG, metodica che studia elettivamente l'attività elettrica corticale, sia in grado di valutare solo la parte dorsolaterale del polo frontale e non la componente mesiale delle aree associative.
I risultati di tali studi, seppur affascinanti e con un grosso potenziale nella pratica clinica, offrono tuttavia il fianco ad alcuni fondamentali elementi di critica. Per prima cosa la pratica di Elettroencefalografia clinica dimostra come, all'infuori di specifiche condizioni patologiche (epilessia, disturbi della coscienza, encefaliti, encefalopatie metaboliche, disturbi del sonno), questa tecnica appaia troppo poco "sensibile" dal punto di vista diagnostico. Troppe sono le variabili insite in una registrazione prolungata EEG che potrebbero modificare il tracciato; inoltre proprio le aree frontali, nella pratica clinica, non vengono considerate aree altamente "dimostrative", sia per la presenza frequente di numerosi tipi di artefatti sia per l'assenza in quelle regioni di costanti ritmi (p.e. i ritmi di fondo sulle regioni TO) sulle cui modificazioni è possibile (sempre con numerose riserve) operare una più precisa analisi.
La critica maggiore viene però dalla considerazione, già espressa in precedenza, della difficoltà dell'EEG di valutare in modo ottimale le regioni mesiali dei lobi frontali e temporali in cui si trovano strutture come la corteccia orbitofrontale, il gyrus cingoli e l'area paraippocampica; sono queste le aree che, tramite le proiezioni dalle aree sensoriali di ordine superiore, stabiliscono le connessioni con le aree motorie attraverso le quali gli eventi emotivi sono in grado di influenzare la programmazione dei movimenti e delle azioni complesse e che quindi, ragionando induttivamente, dovrebbero essere valutate con maggiore attenzione nel paziente tossicodipendente(8).
In conclusione questi studi dimostrano, più di ogni altra cosa, la necessità che esiste nella pratica clinica generale di possedere moderne e più pratiche tecniche di neuroradiologia funzionale; importantissimi a riguardo appaiono gli studi (attualmente in frenetico sviluppo) sulle possibilità della Risonanza Funzionale (fMRI) che si è dimostrata una tecnica capace di localizzare con una elevatissima sensibilità le aree corticali e, soprattutto sottocorticali, interessate dall'evento patologico in esame(9,10,11,12). Tale tecnica ha il pregio di accostare la insuperata capacità della RM di visualizzare il parenchima cerebrale ad una valutazione "funzionale" dell'attività cerebrale senza necessità di mezzo di contrasto. L'utilizzo di questa metodica è attualmente frenato dagli elevati costi, dalle note difficoltà pratiche dell'acquisizione delle immagini e dalla lunga e complessa elaborazione dei dati necessaria.

Bibliografia

  1. Ward J, Hall W, Mattick RP. (1999) Role of maintenance treatment in opioid dependence. Lancet. 353:221-6.
  2. Brewer DD, Catalano RF, Haggerty K, Gainey RR, Fleming CB. (1998) A meta-analysis of predictors of continued drug use during and after treatment for opiate addiction. Addiction. 93:73-92.
  3. Avants SK, Margolin A, Mckee S. (2000) A path analysis of cognitive, affective, and behavioral predictors of treatment response in a methadone maintenance program. J Subst Abuse. 11:215-30.
  4. McCaul ME, Svikis DS, Moore RD. (2001) Predictors of outpatient treatment retention: patient versus substance use characteristics. Drug Alcohol Depend. 62:9-17.
  5. McKay JR, Merikle E, Mulvaney FD, Weiss RV, Koppenhaver JM. (2001) Factors accounting for cocaine use two years following initiation of continuing care. Addiction. 96:213-25.
  6. Bauer LO (2001); Predicting relapse to alcohol and drug abuse via quantitative Electroenphalography; Neuropsychopharmacology, 25; 332-340.
  7. Winterer G et al. (1998); Quantitative EEG (QEEG) predicts relapse in patients with chronic alcoholism and points to a frontally-pronounced cerebral disturbance, Psychiatry Res, 78; 101-113.
  8. Kandel ER et al. (1997); Principles of Neural Sciences, Prantice-Hall International Inc.; 825-26.
  9. Detre JA et al. (2001); Functional MRI and its applications to the clinical neurosciences; Neuroscientist, 7;64-79.
  10. Seeck M et al. (2001); EEG mapping and functional MRI in presurgical epilepsy evaluation; Rev Neurol (Paris); 157: 747-751.
  11. Sabatini U. et al. (2000); Cortical motor reorganization in akinetic patients with Parkinson's disease: a functional MRI study. Brain; 123 (Pt 2):394-403.
  12. letcher PC (2001); Frontal lobes and human memory: insights from functional neuroimaging; Brain, 124 (Pt 5): 849-81.