La buprenorfina nella terapia della dipendenza da oppiacei
in gravidanza
Manuela Graziani
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma “La Sapienza” e Policlinico “Umberto
I”
Per decenni il metadone è stato indicato come il farmaco di
elezione nel trattamento della dipendenza da oppiacei anche in donne
in gravidanza, ed anzi la sua assunzione è stata incoraggiata
allo scopo di proteggere quanto possibile il feto dalle pericolose fluttuazioni
della concentrazione ematica di morfina che si verificano in caso di
assunzione di eroina, nonché da altri fattori di rischio (i.e.
possibilità di contrarre infezioni virali, presenza di sostanze
da taglio, ecc)(1). Come atteso, l’assunzione
di metadone diminuisce significativamente l’autosomministrazione
di eroina durante la gravidanza, permettendo di ricondurre nella norma
parametri quali durata della gravidanza, peso del neonato alla nascita,
punteggio di Apgar(2). Accanto ai succitati
vantaggi, inconfutabile appare il dato della elevata frequenza (60-80%)(3)
di sindrome astinenziale (NAS, neonatal abstinence syndrome, caratterizzata
come noto da segni quali iperreflessia, tremore, irritabilità,
pianto convulso e disturbi del sonno) di gravità variabile, in
neonati esposti a metadone in utero.
Nell’ipotesi che una molecola come la buprenorfina, per le sue
caratteristiche di agonismo-antagonismo, possa meglio rispondere al
profilo ideale di farmaco sostitutivo di prima scelta nella donna in
gravidanza, crescente è il numero degli studi clinici atti ad
investigarne efficacia, sicurezza ed eventuali effetti avversi su madre,
feto e neonato. Gli studi sinora effettuati, sebbene di numero esiguo
e prevalentemente di tipo retrospettivo, suggeriscono come la terapia
sostitutiva con buprenorfina possa essere considerata in termini di
efficacia e sicurezza (sia per la madre che per il bambino) una valida
alternativa al metadone, e ciò sia durante la gravidanza che
l’allattamento al seno (v. anche M. Graziani e F. Pisetzky: Allattamento
e sostanze d'abuso).
Di recentissima pubblicazione è il primo studio osservazionale
riguardante il caso di due donne in trattamento sostitutivo con buprenorfina
sin dall’atto del concepimento(4).
Ambedue i neonati sono nati a seguito di un regolare decorso della gravidanza,
con parametri quali peso, altezza e punteggio di Apgar negli intervalli
fisiologici: inoltre non è stato evidenziato alcun segno di NAS
per il quale fosse necessaria una terapia. Uno dei due neonati è
stato allattato al seno; controlli dello sviluppo neurologico effettuati
a 6 e 12 mesi non hanno evidenziato alterazioni significative.
Sebbene i dati preclinici avessero già escluso un’attività
embriotossica, nonché teratogena (né fosse stato evidenziato
alcun effetto tossico della buprenorfina sulla funzione riproduttiva),
questo studio preliminare appare di grande interesse, considerato che
la sempre più diffusa utilizzazione di questo principio attivo
per la terapia sostitutiva rende prevedibile un aumento delle gravidanze
in corso del trattamento con buprenorfina.
Gli autori stessi considerano questi dati come estensione di un altro
precedente lavoro(5) nel quale veniva posto
l’accento sulla bassa incidenza di sindrome astinenziale in neonati
da madri in terapia sostitutiva con buprenorfina. Lo studio è
stato condotto su 15 donne in trattamento con buprenorfina per una media
di 11.7 settimane di gravidanza, con una dose media giornaliera di 8.4
mg di buprenorfina nel periodo di induzione e di 7.4 mg al termine della
gravidanza. I risultati hanno evidenziato come la buprenorfina fosse
efficace e ben tollerata da madre e feto; alla nascita tre neonati (su
quindici) hanno manifestato una sindrome astinenziale di grado moderato
(da richiedere quindi un trattamento farmacologico), mentre nessun sintomo
o sintomi lievi (tali da non richiedere alcun trattamento farmacologico)
sono stati riscontrati rispettivamente in otto e quattro dei neonati
in oggetto. Interessante la mancanza di correlazione fra la dose media
di buprenorfina assunta dalla madre e assenza/presenza di NAS e sua
intensità. Inoltre, laddove presente, la durata media della NAS
è stata di 1.1 ± 2.5 giorni. Pur tenendo conto dei limiti
del presente studio (campione di numero esiguo, mancanza del gruppo
di controllo), i suoi risultati sono in linea con altri presenti in
letteratura(6,7) e sono
di stimolo allo sviluppo di ulteriori investigazioni sugli effetti della
terapia di mantenimento con buprenorfina in donne in gravidanza.
Particolarmente interessanti i risultati di un altro recente studio(8),
che retrospettivamente analizza, in un campione di 88 neonati da madri
in terapia sostitutiva con metadone, morfina a lento rilascio, o buprenorfina,
gli effetti della terapia stessa su alcuni parametri, tra i quali incidenza
e durata della NAS. I risultati evidenziano che i 63 neonati che hanno
presentato segni di NAS (per i quali fu necessario attuare una terapia
farmacologica) erano rispettivamente il 76% del gruppo con esposizione
in utero al metadone, il 93% del gruppo morfina, ed il 19% del gruppo
buprenorfina. Inoltre la durata media della sindrome astinenziale è
stata significativamente più breve nel gruppo buprenorfina rispetto
ai gruppi metadone e morfina (8.3 giorni versus 15 e 16.5 rispettivamente).
La differente incidenza della presentazione di NAS tra i gruppi metadone
e buprenorfina può essere spiegata alla luce delle differenze
farmacodinamiche fra le due molecole (agonista puro la prima, agonista
parziale la seconda) per le quali, come ripetutamente evidenziato negli
adulti, la sindrome astinenziale da buprenorfina risulta di minore intensità
e durata rispetto a quella da metadone (v anche M. Graziani: “Terapia
farmacologica sostitutiva della tossicodipendenza da eroina”
in questo sito web). Inoltre i meccanismi di regolazione ed adattamento
recettoriale (attivati dalla esposizione agli oppiacei durante le fasi
precoci di formazione e sviluppo del sistema nervoso centrale) potrebbero
intervenire con modalità differenti nel caso dell’esposizione
ad un agonista puro o ad un agonista parziale(9).
Anche alcune caratteristiche farmacocinetiche della buprenorfina potrebbero
contribuire al livello di sicurezza per il feto sinora esibito da questa
molecola: un recente studio in vitro(10),
condotto per investigarne il metabolismo transplacentare, ha infatti
dimostrato che, alle concentrazioni terapeutiche di picco, solo una
minima quota (< 10%) è in grado di attraversare entro i primi
60 minuti la barriera materno-fetale. Inoltre non è stata riscontrata
alcuna alterazione dei parametri fisiologici del tessuto placentare
e della sua capacità di biotrasformazione.
In conclusione, i dati attualmente a disposizione in letteratura indicano
che la buprenorfina, quando assunta durante la gravidanza, appare efficace
e sicura per la madre e per il feto e che, a differenza del metadone,
induce sindrome astinenziale neonatale con frequenza percentuale significativamente
minore rispetto al metadone.
Fermo restando la necessità di ulteriori conferme di questi
risultati con studi clinici su campioni di popolazione più vasta,
con inserimento di gruppi di controllo, nonché di follow-up nei
bambini esposti a buprenorfina in utero allo scopo di verificare eventuali
effetti neurologico-comportamentali a lungo termine, tali dati appaiono
estremamente incoraggianti.
Si profila la possibilità che, dopo ulteriori conferme, questa
molecola possa divenire, con la formulazione di adeguate guidelines,
farmaco di prima scelta per la terapia della dipendenza da oppiacei
per le donne in età fertile che desiderino concepire un figlio
o comunque che la buprenorfina possa essere sostituita al metadone il
più precocemente possibile nel corso della gravidanza.
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