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DROGA E GRAVIDANZA Elenco
dei lavori disponibili
Sostanze di abuso in gravidanza [versione aggiornata]
V. Cuomo1, P. Tucci1 e L. Steardo2
1 Dipartimento di Farmacologia delle sostanze naturali e
Fisiologia generale - Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”
2 Dipartimento di Scienze Farmacologiche - Università
degli Studi di Palermo
Indice
- Introduzione
- Alcool
- Oppiacei
- Cocaina
- Amfetamine e "designer drugs"
- Cannabis
- Caffeina e nicotina
- Conclusioni
- Bibliografia
1. Introduzione
L'uso di droghe è uno dei problemi socio-sanitari più
allarmanti per la gravità degli effetti nocivi sulla salute.
Un aspetto certamente preoccupante sul piano medico, e non meno inquietante
su quello etico, è rappresentato dal fenomeno dell'assunzione
di sostanze di abuso durante la gravidanza che espone l'embrione e/o
il feto all'azione tossica di tali composti.
L'entità e la diffusione del fenomeno da un lato spingono le
autorità competenti a garantire una sempre più ampia diffusione
dell'educazione sanitaria e una sempre più capillare presenza
sul territorio di strutture in grado di fornire assistenza sociale e
consulenza psicologica per donne tossicodipendenti; dall'altra premono
affinché il progresso delle conoscenze possa condurre a una comprensione
dei meccanismi fisiopatologici che sottendono le alterazioni prodotte
dall'esposizione prenatale a sostanze di abuso. Ciò al fine di
poterne prevenire o mitigare gli effetti dannosi sul prodotto del concepimento.
Negli ultimi anni l'attenzione dei ricercatori, dapprima focalizzata
essenzialmente sullo studio degli effetti del fumo di tabacco e dell'assunzione
di alcool durante la gravidanza, si è allargata alla valutazione
delle conseguenze dell'utilizzazione di altre sostanze di abuso quali
eroina, amfetamine e "designer drugs", derivati della cannabis,
caffeina e nicotina.
La complessità dei fenomeni studiati ha richiesto che, accanto
alle indagini epidemiologiche e cliniche, si sviluppassero linee di
ricerca condotte nell'animale da laboratorio.
L'utilità di tali modelli sperimentali deriva dalla possibilità
di valutare l'impatto di ciascuna delle innumerevoli variabili presenti
negli studi sull'uomo, quali il dosaggio, il numero delle sostanze di
volta in volta utilizzate, il periodo e la durata dell'assunzione, gli
effetti sul comportamento materno.
Per quanto lo sviluppo del prodotto del concepimento, il metabolismo
dei composti utilizzati o il "pattern" d'uso caratteristici
della specie umana non siano direttamente trasferibili all'animale da
esperimento, pur tuttavia le informazioni ottenibili da questi modelli
di studio (Costa et al., 2004) sono di primaria importanza per comprendere
i meccanismi biologici che sottendono le azioni delle sostanze di abuso
e per concepire strategie di intervento sull'uomo.
2. Alcool
Numerosi sono stati gli studi clinico-epidemiologici rivolti alla valutazione
degli effetti prodotti nella progenie dalla esposizione prenatale ad
alcool (Abel, 1984; Meyer and Riley, 1986). L'assunzione di dosi elevate
di alcool durante la gravidanza è responsabile della sindrome
fetale alcolica, caratterizzata da ritardi della crescita intrauterina
e postnatale, da anomalie cranio-facciali e cardiache, da disturbi dell'udito,
da anomalie neurologiche (microencefalia) e da alterazioni dell'attenzione
e dell'apprendimento. Deficit neurocomportamentali sono stati, comunque,
rilevati anche in seguito ad assunzione di dosi moderate di alcool che
non producevano alcuna alterazione strutturale nella progenie.
Gli effetti prodotti dall'assunzione di alcool in gravidanza sono influenzati
da numerosi fattori: storia materna e/o paterna di alcoolismo, durata
e modalità di assunzione dell'alcool durante la gestazione, abuso
di altre sostanze (cocaina, marijuana, caffeina, nicotina), fattori
socioeconomici ed ambientali (disoccupazione, povertà, denutrizione,
etc.) oltre a fattori predisponenti di natura genetica.
Il tentativo di determinare le dosi soglia per differenti effetti tossici
correlati all'assunzione di alcool continua ad essere uno degli obiettivi
primari della ricerca sperimentale. Benché il sistema nervoso
centrale sia suscettibile agli effetti dannosi dell'alcool lungo tutto
il periodo ontogenetico (Coles et al., 1992, West and Goodlett, 1990),
tuttavia i vari tipi di cellule nervose mostrano differente sensibilità
alle azioni tossiche in rapporto allo stadio di sviluppo (Brodie and
Vernadakis, 1992, Cartwright and Smith, 1995, Davis et al., 1990, Rahman
et al., 1994). Studi in modelli animali (ratto) hanno dimostrato che
la somministrazione prenatale e/o perinatale di alcool danneggia specifiche
aree cerebrali in rapporto alle fasi di proliferazione, migrazione e
differenziazione (Miller 1992, 1993, Miller and Al-Rabiai, 1994, Pentney
and Miller, 1992). Ad esempio, le cellule piramidali dell'ippocampo
appaiono più vulnerabili all'esposizione prenatale, mentre le
cellule granulari risultano più sensibili all'esposizione neonatale
ad alcool (West and Goodlett, 1990).
La letteratura di questi ultimi anni è concorde nella descrizione
delle principali alterazioni neurocomportamentali prodotte nell'animale
di laboratorio (ratto, topo) dalla somministrazione prenatale di alcool.
Ratti esposti durante la gestazione ad alcool presentano ritardi dello
sviluppo fisico (apertura degli occhi, sviluppo dell'orecchio, apertura
della vagina) nonché della capacità di attuare alcuni
comportamenti caratteristici (geotassi negativa, riflesso di raddrizzamento,
capacità di succhiare). Tali animali sono, inoltre, incapaci
di focalizzare l'attenzione, presentano una maggiore distraibilità,
reagiscono ad un ambiente nuovo con aumentata attività locomotoria
e con un processo di "habituation" più lento rispetto
agli animali di controllo. Sono presenti anche deficit di apprendimento
nella prima fase di vita postnatale.
Le alterazioni dell'attività motoria, della coordinazione motoria,
dell'equilibrio e di funzioni cognitive prodotte dall'esposizione ad
alcool in fasi ontogenetiche precoci sembrano essere in parte correlate
a danni a livello del cervelletto e dell'ippocampo (Mohammed et al.,
1987; Hannigan and Riley, 1989). Se da un lato appaiono chiare le correlazioni
tra lesioni cerebellari e disturbi della coordinazione e dell'equilibrio,
dall'altro va sottolineato che esistono numerose analogie tra gli effetti
neurocomportamentali prodotti dall'esposizione prenatale ad alcool e
quelli prodotti da una lesione dell'ippocampo: iperattività motoria,
compromessa alternanza spontanea, aumentata reattività a stimoli
inaspettati, prestazioni inferiori alla norma nel test di evitamento
passivo, nel "taste aversion test" e nel "reversal learning"
(West, 1986).
Le modificazioni neurochimiche che mediano le alterazioni prodotte dalla
somministrazione prenatale di etanolo hanno rappresentato e ancora oggi
rappresentano un'area di intensa ricerca, perché le evidenze
sperimentali finora ottenute (riguardanti soprattutto gli effetti sull'ac.
gamma-aminobutirrico, sui sistemi aminergici e peptidergici e sulla
fluidità di membrana) non appaiono sufficienti a fornire una
spiegazione unitaria delle differenti manifestazioni della tossicità
alcoolica. Certamente vari neurotrasmettitori, fattori di crescita neuronali
e processi di trasduzione del segnale intracellulare risultano alterati
dalla esposizione in utero all'alcool. Tuttavia, a fronte di una tale
ricchezza di dati biochimici bisogna resistere alla tentazione di generalizzazioni
troppo semplicistiche come di speculazioni eccessive.
Tenendo presenti le notevoli differenze che possono derivare dalle diverse
modalità e tempi di somministrazione dell'alcool e dalle differenti
aree cerebrali studiate, vanno soprattutto considerate le alterazioni
riscontrate a carico degli aminoacidi eccitatori. In particolare, poiché
recenti ricerche su modelli animali della sindrome alcoolica fetale
hanno mostrato una significativa associazione tra le alterazioni dello
sviluppo e della differenziazione neuronale e una ridotta densità
dei recettori del glutammato, in questi ultimi anni l'attenzione si
è prevalentemente focalizzata sullo studio degli effetti dell'alcool
sulla trasmissione glutammatergica (Savage et al., 1991).
A tale riguardo, infatti, va sottolineato che gli aminoacidi eccitatori
influenzano i processi di differenziazione neuronale e la sinaptogenesi,
modulano l'organizzazione di circuiti nervosi e regolano eventi biochimici
correlati al fenomeno della plasticità neuronale. E', pertanto,
ipotizzabile che una riduzione della trasmissione glutammatergica provocata
dall'esposizione all'etanolo in fasi critiche dello sviluppo giochi
un ruolo di fondamentale importanza nel determinare gli effetti neurotossici
di tale sostanza di abuso.
Gli effetti dell'alcool sugli aminoacidi eccitatori vanno ad affiancarsi,
infine, all'amplificazione che l'etanolo provoca sul processo di perossidazione
lipidica con conseguente incremento dei danni cellulari indotti da una
aumentata produzione di radicali liberi, soprattutto in quelle aree
più vulnerabili per una ridotta concentrazione di antiossidanti
(Davis, 1990). In ultimo va ricordato l'effetto esplicato dall'alcool
sul flusso ematico placentare (Falconer, 1990). Alcune aree cerebrali,
quali l'ippocampo, risultano più vulnerabili agli effetti dell'ipossia
perché più riccamente vascolarizzate e più densamente
popolate di recettori del glutammato (Diemer et al., 1993). Potrebbe
essere, quindi, l'ipossia l'evento iniziale che innesca le alterazioni
biochimiche cellulari prodotte dall'esposizione prenatale all'etanolo
(Abel and Hannigan, 1995, Michaelis and Michaelis, 1994, Schenker et
al., 1990).
Recenti ricerche hanno, infine, messo in evidenza che la suscettibilità
alle alterazioni neuro-funzionali prodotte dall'esposizione ad alcool
in fasi ontogenetiche precoci è influenzata da fattori genetici
(Tattoli et al., 2001, Cagiano et al., 2002). Questi esperimenti sono
stati condotti utilizzando ratti geneticamente selezionati per la loro
preferenza per l’etanolo (Sardinian alcohol-preferring). La prole
di questi ratti, esposti dal 15° giorno di gestazione al 9°
giorno postpartum a etanolo (a dosi che non producono tolleranza, dipendenza,
sintomi di astinenza o tossicità manifesta), presenta sottili
defict della reattività emozionale e del comportamento sessuale.
3. Oppiacei
L'esposizione ad oppiacei durante la gestazione non sembra produrre
nella progenie gravi alterazioni strutturali paragonabili a quelle prodotte
dall'alcool.
La frequenza di malformazioni alla nascita è molto bassa tra
i neonati di madri che hanno assunto eroina o metadone durante la gravidanza.
Tuttavia essi, passivamente assuefatti agli oppiacei, mostrano segni
di astinenza acuta quali iperreflessia, tremore, irritabilità,
pianto convulso e disturbi del sonno. Tali sintomi compaiono alcuni
giorni dopo la nascita e talvolta, nel caso del metadone, dopo 2-4 settimane.
Molti neonati mostrano una astinenza subacuta caratterizzata da irrequietezza,
agitazione, tremori e disturbi del sonno che persistono fino a 4-6 mesi
di vita (Wilson et al., 1973, Chasnoff et al., 1980).
Una misura molto sensibile sia dell'astinenza a breve che a lungo termine
è fornita dallo studio dell'ontogenesi del riflesso di Moro che
nei neonati a termine scompare gradualmente intorno ai 4 mesi di vita
e a circa 6 mesi in quelli esposti a metadone. Questi ultimi, inoltre,
mostrano anche una marcata iperreflessia (Chasnoff and Burns, 1984).
Studi longitudinali sullo sviluppo di neonati le cui madri tossicodipendenti
avevano seguito un programma di mantenimento con metadone durante la
gravidanza hanno dimostrato che i punteggi della scala di Bayley erano,
comunque, nell'intervallo normale (Kaltenbach and Finnegan, 1984). Va,
però, rilevato che la normalità di tali punteggi non esclude
la presenza di disturbi neuropsicologici più subdoli presenti
in questi bambini.
A tale riguardo è stato dimostrato che bambini esposti a metadone
durante la gravidanza, sebbene non presentassero alterazioni dello sviluppo
mentale, mostravano livelli di attivazione comportamentale più
elevati (elevato grado di risposta uditiva), minore capacità
di seguire stimoli visivi e minore attività esplorativa. Pur
mostrando nell'area del linguaggio una maggiore capacità, rispetto
ai controlli, nell'attribuire nomi a figure e ad oggetti e nell'associare
parole, essi erano ipereccitati, eccessivamente loquaci, più
reattivi alla stimolazione sensoriale e più facilmente distraibili.
Osservazioni longitudinali sugli effetti dell'assunzione di eroina durante
la gestazione hanno evidenziato che bambini esposti a questo oppiaceo,
benché presentassero un Ql nella norma, mostravano deficit in
test di abilità cognitiva, di percezione visiva, uditiva e tattile.
Questi ultimi disturbi sono stati interpretati come espressione di una
alterazione dei processi percettivi e organizzativi piuttosto che di
un deficit sensoriale specifico (Wilson et al., 1979). Inoltre, il gruppo
di bambini esposti in utero ad eroina presentava disturbi caratteriali
quali impulsività, ridotta consapevolezza dei propri mezzi, maggiore
aggressività e difficoltà nello stabilire rapporti con
i coetanei.
Il maggiore problema nell'ambito degli studi clinici è, comunque,
rappresentato dalla disomogeneità della popolazione studiata.
Esiste, infatti, un numero elevato di variabili che dovrebbero essere
prese in considerazione e che rendono la valutazione dei risultati estremamente
complessa. Un'elevata percentuale di donne tossicodipendenti presenta,
infatti, una lunga storia di abuso di eroina spesso associata al consumo
di altre sostanze (fumo di sigaretta, marijuana, cocaina, barbiturici,
tranquillanti, alcool), malnutrizione e un basso livello socio-economico.
I problemi interpretativi che ne derivano hanno, quindi, spinto i ricercatori
a sviluppare modelli animali di esposizione a oppiacei durante la gestazione.
Ratti esposti a metadone durante la gravidanza presentano ritmi sonno-veglia
gravemente compromessi e alterazioni dell'attività motoria, analogamente
a quanto si può osservare in bambini esposti a tale sostanza
nel corso della gestazione.
Numerosi studi hanno evidenziato notevoli deficit nello sviluppo in
ratti esposti a morfina nelle prime settimane di vita postnatale: ridotta
crescita e ritardi nell'apertura degli occhi e delle orecchie, nella
comparsa del pelo, nella comparsa del riflesso di raddrizzamento, nello
sviluppo della coordinazione motoria e nel raggiungimento della maturità
sessuale (Najam and Panksepp, 1989).
E' stato anche evidenziato che l'homing behavior e lo sviluppo di comportamenti
sociali risultano alterati dalla esposizione neonatale alla morfina:
i ratti trattati impiegano un maggior numero di sedute per imparare
a ritornare nella propria gabbia e spendono una minore quantità
di tempo nel gioco rispetto ai controlli (Najam and Panksepp, 1989).
Studi condotti nel nostro laboratorio hanno, infine, dimostrato che
l'esposizione a morfina nella prima fase della vita postnatale del ratto
(la prima settimana di vita postnatale equivale al terzo trimestre di
gravidanza nella specie umana) produce significative alterazioni dell'ontogenesi
della reattività emozionale. In particolare, la somministrazione
neonatale di morfina causa profonde modificazioni di alcuni parametri
della vocalizzazione ultrasonica (numero di emissioni per unità
di tempo, durata, intensità) in ratti allontanati dalla madre
(Cuomo et al., 1988).
Numerosi meccanismi biochimici sono stati invocati per spiegare gli
effetti neurocomportamentali conseguenti all'esposizione prenatale ad
oppiacei. Durante le fasi di sviluppo embrionale e fetale si ritiene
che esista una condizione di delicato equilibrio tra livelli di oppiacei
endogeni e recettori nel sitema nervoso centrale e che tale condizione
venga perturbata dalla somministrazione in utero di agonisti o antagonisti.
Questi inducono specifiche alterazioni nell'ontogenesi del sistema oppiatergico
modificando la densità, l'affinità o il pattern di distribuzione
dei siti recettoriali. Va, comunque, rilevato che mentre alcuni studi
hanno evidenziato un incremento (Handelmann and Quirion, 1983, Iyenger
and Rabii, 1982, Tsang and Ng, 1980, Zadina et al., 1985) altri hanno
mostrato una riduzione (Behnke and Davis Eyler, 1993, Kirby, 1983, Temple
et al., 1988, Wang et al., 1986, Zadina and Kastin, 1986) dell'attività
dei circuiti oppiatergici negli animali esposti prenatalmente alla morfina
o ad altri agonisti. La discrepanza dei risultati, ancora una volta,
può essere spiegata da differenze nelle modalità di esposizione
(dosi, durata di occupazione recettoriale, periodo gestazionale in cui
gli animali sono esposti) e dal diverso periodo postnatale in cui gli
animali vengono testati. Ulteriori meccanismi biochimici che si affiancano
a quelli sopra riportati sono rappresentati da alterazioni della sensibilità
dei recettori per gli aminoacidi eccitatori (Koyuncuoglu and Aricioglu,
1993) e da modificazioni funzionali di sistemi di trasduzione postrecettoriale
(Self and Nestler, 1995).
4. Cocaina
In questi ultimi anni si è verificato un sostanziale aumento
del consumo di cocaina in gravidanza ed è parallelamente aumentato
l'interesse nello studio delle alterazioni conseguenti all'uso di tale
sostanza nel corso della gestazione.
La cocaina è in grado di superare la barriera placentare e si
accumula nei tessuti fetali a concentrazioni maggiori di quelle osservate
nel plasma materno (Shah et al., 1980).
L'azione vasocostrittrice della cocaina a livello dell'arteria ombelicale
può, inoltre, ridurre il flusso ematico con conseguente ipossia
fetale che sembra essere uno dei fattori responsabili delle alterazioni
nella progenie (Mahalik et al., 1984, Mactutus and Fechter, 1986, Woods
et al., 1987).
Da quando apparve la prima segnalazione che descriveva alterazioni comportamentali
in neonati esposti in utero a cocaina, un considerevole numero di ricerche
ha focalizzato la propria attenzione su tale problema. Purtroppo, a
fronte di tanto interesse, ancora oggi molti quesiti rimangono senza
risposte precise dinanzi alla domanda fondamentale circa il potenziale
della cocaina come teratogeno neurocomportamentale e circa i meccanismi
neurobiologici che sottendono la sua azione dannosa sullo sviluppo.
Molti lavori clinici indicano che neonati di madri che assumevano cocaina
durante la gravidanza presentavano un peso alla nascita inferiore ai
controlli, così come ridotta era la loro circonferenza cranica.
Queste differenze sono state in parte attribuite ad una più alta
incidenza di parti prematuri. La recente utilizzazione di tecniche ecografiche
ha consentito interessanti studi, con metodiche non invasive, sul comportamento
del feto in condizioni controllo e dopo assunzione di cocaina da parte
della madre. Tali ricerche hanno evidenziato che l'uso della cocaina
provocava aumento dei movimenti del feto, una maggiore irritabilità
e presenza di "scatti", indipendentemente dalla dose assunta
e dall'intervallo che si frapponeva tra la sua assunzione e lo studio
ecografico (Hepper, 1995, Hume et al., 1989).
Gli studi clinici rivolti a valutare l'incidenza e l'entità dei
disturbi neurocomportamentali nei nati da madri che avevano assunto
cocaina durante il periodo gestazionale hanno fornito risultati la cui
interpretazione per molti aspetti è problematica.
Benché gran parte di queste osservazioni, utilizzando la NBAS
(Neonatal Behavioral Assessment Scale) (Brazelton, 1984), abbia evidenziato
anomalie del comportamento, tuttavia non vi è accordo sul tipo
dei disturbi prodotti dall'esposizione a cocaina. In genere è
stata riportata una ridotta capacità di interesse, una diminuita
abilità a fornire risposte appropriate agli stimoli, una maggiore
irritabilità e una iporeflessia (Frank et al., 1993, Neuspiel
and Hamel, 1991). Lo scarso accordo nei risultati potrebbe essere dovuto,
come per molte sostanze di abuso, ai seguenti fattori: differenti dosi,
modalità e periodi di assunzione, contemporaneo uso di altre
sostanze, differenti condizioni socio-economiche e culturali (Richardson
and Day, 1991, Coles et al., 1992, Woods et al., 1993). Va, inoltre,
sottolineato che una alterata interazione della madre con il neonato
può amplificare i disturbi prodotti dalla cocaina.
Osservazioni longitudinali rivolte alla valutazione di possibili disturbi
cognitivi nei bambini esposti in utero a cocaina hanno evidenziato significative
alterazioni del linguaggio e del QI (Azuma and Chasnoff, 1993, Richardson
et al., 1995, van Baar, 1990), disturbi rilevati anche in bambini adottati
da famiglie che non facevano uso di droghe, il che escludeva variabili
derivate dalle condizioni ambientali e dall'interazione con una madre
tossicodipendente (Nulman et al., 1994).
Recenti studi hanno dimostrato che bambini esposti a cocaina nel periodo
gestazionale esibivano sottili alterazioni del comportamento: a 3 o
a 6 mesi erano più irritabili, tra il 1° e il 2° anno
di vita esibivano disturbi dell'attenzione (trascorrendo meno tempo
rispetto ai bambini controllo ad esplorare nuovi giocattoli) e tra i
4 e i 5 anni mostravano una maggiore impulsività e una ridotta
capacità attentiva soprattutto in situazioni di confronto e di
competizione nell'ambito del gruppo e della scuola (Vogel, 1997).
Il dibattito sugli effetti neurocomportamentali è arricchito
dai dati forniti da un'ampia letteratura sperimentale rivolta alla valutazione
dell'influenza della cocaina sullo sviluppo cerebrale in assenza delle
molteplici variabili presenti negli studi clinici. Per quanto anche
gli studi animali non abbiano fornito risultati sempre omogenei, tuttavia
la gran parte di essi suggerisce che l'esposizione a cocaina in fasi
ontogenetiche precoci induce nel roditore alterazioni del comportamento
motorio, deficit dell'apprendimento, disturbi della coordinazione, alterazioni
dell'"habituation" e delle risposte comportamentali a "challenges"
di cocaina (Brouard et al., 1993, Collins and Meyer, 1996, Dackis et
al., 1989, Day and Richardson, 1993, Ferrari and Riley, 1994, Frank
and Zuckerman, 1993, Giros et al., 1996, Heyser et al., 1992, Heyser
et al., 1995, Hyde and Bennett, 1994).
Trova, tuttavia, sempre maggiori supporti sperimentali l'ipotesi che
le alterazioni indotte dalla somministrazione prenatale di cocaina siano
piuttosto subdole e, quindi, necessitino di metodi sensibili per essere
evidenziate. Lungo questa linea di ricerca il nostro gruppo ha dimostrato
che la somministrazione materna di dosi di cocaina che non provocano
malformazioni né alterazioni neurotossiche manifeste, influenza,
nel ratto giovane-adulto, il comportamento esploratorio, la discriminazione
tra oggetti familiari e non come pure le risposte comportamentali e
neurochimiche a "challenges" di cocaina (Giustino et al.,
1996, 1998).
L'alterata discriminazione di un oggetto nuovo rispetto a quello familiare
riscontrato nella progenie di ratti esposti a cocaina è in accordo
con i dati clinici sopra riportati (minor tempo speso dai bambini esposti
a cocaina ad esplorare il nuovo giocattolo) (Vogel, 1997).
D'altra parte, la neofobia riscontrata nel ratto ricorda molto da vicino
l'incapacità a modulare le proprie risposte emozionali in bambini
esposti a cocaina nel periodo prenatale. La convergenza dei dati della
letteratura clinica e delle sperimentazioni animali conferma la validità
teorica di questo approccio al problema e la rilevanza dell'utilizzo
dei modelli sperimentali per la comprensione di fenomeni complessi.
Sfuggendo alle tentazioni di una eccessiva semplificazione e tenendo
presente le molteplici azioni operate dalla cocaina sui sistemi aminergici,
è possibile sostenere che la ricerca sperimentale identifica
nei sistemi dopaminergici uno tra i substrati critici per i suoi effetti
sul comportamento e sullo sviluppo del sistema nervoso centrale.
Le evidenze più significative indicano che la cocaina, somministrata
cronicamente nell'animale adulto, provoca una sensibilizzazione del
sistema dopaminergico a partenza mesencefalica, mentre induce una "down-regulation"
quando è somministrata in fasi ontogenetiche precoci (Kalivas
and Duffy, 1990).
Ciò suggerisce che l'assunzione di tale sostanza di abuso innesca,
nell'ambito delle vie dopaminergiche, processi molecolari specifici
in rapporto al particolare periodo di somministrazione.
E' interessante rilevare, infine, che l'esposizione in utero a cocaina
riduce la funzionalità dei sistemi di trasduzione del segnale
a carico del recettore D1 accoppiato alla proteina G di tipo stimolatorio.
Tale alterazione induce una serie di eventi biochimici che possono avere
una importante influenza sullo sviluppo e sulla attività dei
neuroni dopaminergici in aree cerebrali criticamente coinvolte nella
modulazione dei comportamenti influenzati dalla somministrazione prenatale
di cocaina (Levitt et al., 1997).
5. Amfetamine e "designer
drugs"
Numerosi studi clinico-epidemiologici e sperimentali sono stati rivolti
alla caratterizzazione degli effetti avversi prodotti dall'esposizione
prenatale ad amfetaminici. I rischi dell'esposizione prenatale vanno
dalla morte intrauterina a sottili deficit neurocomportamentali in parte
simili a quelli prodotti dalla cocaina. Tali sostanze, inoltre, possono
produrre effetti avversi indiretti sul prodotto del concepimento (tossicità
materna); è stata, ad esempio, documentata l'insorgenza di eclampsia
dopo ingestione di amfetamina in gravidanza.
Studi clinici sulle alterazioni prodotte dall'assunzione di amfetamina
e metamfetamina durante la gestazione hanno evidenziato casi di morte
intrauterina, malformazioni (mielomeningocele), ritardo di crescita
intrauterina, elevato tasso di prematurità alla nascita con alterazione
di parametri auxometrici, quali peso corporeo, altezza, circonferenza
cranica (Eriksson et al., 1978, Oro and Dixon, 1987; Dixon, 1989; Bost
et al., 1989). Durante il primo anno di vita sono state osservate iponutrizione,
scarsa vivacità e apatia; talvolta, le alterazioni compaiono
più tardivamente e sono caratterizzate da aprassia oculomotoria,
distonia parkinsoniana, tremore intenzionale, emiparesi (Dixon, 1989).
E' noto, inoltre, che l'assunzione di amfetamina e metamfetamina in
gravidanza può indurre una sindrome di astinenza neonatale caratterizzata
da disturbi del sonno, tremori, tachipnea (Eriksson et al., 1978, Dixon,
1989).
Recentemente, i risultati di uno studio condotto su 65 bambini nati
da madri che assumevano amfetamina durante la gravidanza e seguiti fino
all'età di 10 e 14 anni hanno evidenziato alterazioni ponderali
e un rendimento scolastico inferiore alla norma (Cernerud et al., 1996).
Anche per le amfetamine l'incidenza e la gravità degli effetti
sulla prole dipendono dai seguenti fattori: dose, durata e periodo di
esposizione, concomitante assunzione di altre sostanze psicoattive (Acuff
Smith et al., 1996).
Per quanto riguarda la dose ed il periodo di esposizione, un esame della
letteratura suggerisce che l'assunzione di alte dosi di amfetamina in
periodo organogenetico può produrre malformazioni, mentre l'assunzione
di basse dosi di amfetamina e metamfetamina produce solitamente alterazioni
funzionali (neurochimiche e comportamentali) di durata variabile in
rapporto al periodo di esposizione (Buelke-Sam, 1986). I principali
effetti neurocomportamentali conseguenti all'esposizione prenatale ad
amfetamina ed a metamfetamina sono rappresentati, nel ratto, da risposte
abnormi a stimoli aversivi e iperattività motoria associata ad
una ridotta "habituation" (Middaugh, 1989).
Le alterazioni neurochimiche osservate nella progenie in seguito ad
esposizione prenatale ad amfetamina sono caratterizzate da un aumento
della sintesi e del turnover di dopamina e noradrenalina con riduzione
del numero dei rispettivi recettori. L'esposizione prenatale a d-amfetamina
produce, inoltre, una riduzione dei livelli di serotonina a livello
della corteccia prefrontale del ratto. Tali modificazioni neurochimiche
si associano ad alterazioni della morfometria e del numero dei neuroni
(Tavares et al., 1996).
Nonostante siano carenti gli studi sistematici finalizzati alla caratterizzazione
dei periodi di maggiore suscettibilità, il periodo di esposizione
all'amfetamina sembra essere critico anche per le possibili interferenze
di tale sostanza con il sistema ipotalamo-ipofisi-surrene.
Nel ratto, l'esposizione a tale sostanza di abuso in particolari periodi
gestazionali può aumentare i livelli plasmatici di ACTH nel feto
con ipertrofia della corticale del surrene ed alterazioni della secrezione
di corticosterone (Middaugh, 1989).
Nonostante siano ancora scarsi gli studi finalizzati alla caratterizzazione
degli effetti prodotti dai cosiddetti "designer drugs" sull'organismo
in via di sviluppo, alcune ricerche hanno dimostrato che l'esposizione
dell'embrione di pollo a MDMA (metilendiossimetamfetamina, "ecstasy")
produce alterazioni motorie, modificazioni della vocalizzazione, tremori,
alterazioni posturali e perdita del riflesso di raddrizzamento (Bronson
et al., 1994).
E' stato, infine, dimostrato che l'esposizione a MDMA durante il periodo
postnatale induce, nel ratto, deficit nel test di apprendimento spaziale
(labirinto di Cincinnati) e una ridotta capacità di orientamento
spaziale nel labirinto acquatico di Morris (Vorhees, 1997).
6. Cannabis
La marijuana e l'hashish, le preparazioni più note della Cannabis
sativa, sono sostanze di uso ricreazionale largamente abusate dalle
donne in gravidanza nei paesi occidentali. Una recente osservazione
ha confermato che almeno il 18% delle donne in età fertile (considerata
generalmente quella compresa tra i 15 e i 44 anni) dichiarava di aver
fatto uso di derivati della cannabis nel mese precedente all'indagine.
Purtroppo non sono numerosi gli studi epidemiologici e clinici sugli
effetti dell' esposizione prenatale a derivati della cannabis e, pertanto,
la paucità dei dati non consente di trarre conclusioni definitive.
La scarsità del numero delle indagini deriva, molto verosimilmente,
anche dalla convinzione, largamente condivisa, che considera i prodotti
della canapa sostanze caratterizzate da una trascurabile tossicità
(Wenger et al., 1992). Tuttavia, l'osservazione che tali sostanze sono
in grado di attraversare sia la barriera placentare che di riversarsi
nel latte suggerisce l'ipotesi che, nel periodo in cui è in corso
il processo di maturazione morfo-funzionale della barriera ematoencefalica,
abbiano la possibilità di accumularsi in quantità significative
in aree critiche del sistema nervoso centrale, interferendo con i processi
dello sviluppo neurologico e psichico (Arenander and de Vellis, 1989,
Mirmiran and Swaab, 1987). I dati attualmente disponibili evidenziano
l'esistenza di una diretta correlazione tra entità del consumo
di derivati della cannabis in gravidanza e l'incidenza di alterazioni
neurocomportamentali nel bambino, mentre negano l'esistenza di una maggiore
mortalità nei primi due anni di vita, come suggerito da precedenti
osservazioni epidemiologiche (Fried and Watkinson, 1990, Fried, 1994).
Mentre alla nascita possono essere presenti tremori ed una ridotta capacità
a tollerare gli stimoli visivi, è con il procedere della crescita
che meglio si delineano i disturbi neurocomportamentali. A 3 anni di
vita sono stati evidenziati ritardi dello sviluppo del linguaggio e
disturbi del pattern del sonno, mentre a 4 anni sono state descritte
le seguenti alterazioni: ridotta capacità in test di percezione
visiva, disturbi della memoria e dell'attenzione, ridotta comprensione
del linguaggio, inabilità ad articolare un appropriato numero
di risposte tese al raggiungimento di obiettivi semplici, alterazioni
neuropsicologiche che esprimono incapacità di integrazione e
suggeriscono disfunzioni nell'attività della corteccia prefrontale
(Day et al., 1994).
Le indagini condotte in animali da esperimento (roditori) suggeriscono
che l'esposizione in utero a cannabinoidi induce sottili modificazioni
neurocomportamentali che possono talvolta essere evidenziate da "challenges"
farmacologiche ed ambientali. Gli animali mostrano alterazioni dell'ontogenesi
dell'attività locomotoria spontanea e del comportamento esplorativo,
disturbi anche permanenti nelle risposte comportamentali in presenza
di situazioni nuove nonché anomalie nelle interazioni sociali,
nell'orientamento e nel comportamento sessuale. Alcuni di questi disturbi
risultano criticamente dipendenti dalla dose e dal sesso dell'animale
(Navarro et al., 1995). Recenti studi (Mereu et al., 2003) hanno, inoltre,
contribuito a definire il meccanismo responsabile di alterazioni cognitive
prodotte nella progenie dall’esposizione prenatale a cannabinoidi.
In tali studi sono stati analizzati gli effetti sulla funzione cognitiva
della progenie di ratte esposte durante la gravidanza ad un agonista
dei recettori cannabinoidi CB1(WIN 55,212– 2) a dosi (0.5 mg/Kg
dal 5° al 20° giorno di gestazione) che non producono malformazioni
e/o una sintomatologia neurotossica manifesta. I risultati hanno messo
in evidenza che la somministrazione di WIN 55,212-2 (WIN) causa iperattività
motoria nelle prime fasi di vita postnatale ed induce alterazioni a
lungo termine delle capacità di ritenzione di un programma di
evitamento passivo. Le alterazioni della memoria, non attribuibili a
fattori di natura non associativa, sono correlate a modificazioni della
long term potentiation (LTP) e del rilascio di glutammato nell’ippocampo.
In particolare, studi elettrofisiologici hanno evidenziato, nella progenie
di ratte trattate con WIN durante la gestazione, una significativa riduzione
della fase di mantenimento della LTP in assenza di modificazioni dell’eccitabilità
sinaptica basale e dell’induzione della LTP. Studi neurochimici
in vitro e in vivo hanno, inoltre, dimostrato che il trattamento prenatale
con WIN produce una significativa riduzione del rilascio basale e stimolato
(K+) di glutammato nell’ippocampo di ratti di 1, 40 e 90 giorni
di vita. Questi risultati suggeriscono che il ridotto rilascio di glutammato
potrebbe essere responsabile delle alterazioni della LTP che a loro
volta rappresenterebbero il substrato neuronale del deficit delle funzioni
mnesiche causato dalla somministrazione di WIN durante la vita prenatale.
7. Caffeina e nicotina
Numerosi studi sperimentali hanno dimostrato effetti teratogeni e disturbi
neurocomportamentali in animali esposti in utero alla caffeina. Sulla
base di queste evidenze precliniche la FDA, nel 1980, intese richiamare
l'attenzione sui potenziali effetti dannosi dell'uso in gravidanza di
tale sostanza, il cui consumo è ampiamente accettato nella nostra
cultura, e ne consigliò una drastica riduzione o addirittura
l'astensione nelle gravide.
Le indagini precliniche hanno dimostrato che anche moderate quantità
di caffeina hanno marcate conseguenze sul prodotto del concepimento.
La caffeina attraversa la barriera placentare e quella ematoencefalica,
può così accumularsi in aree specifiche dell'encefalo
in periodi critici del processo ontogenetico, provocando alterazioni
morfofunzionali a carico del sistema nervoso centrale. La caffeina,
accanto a malformazioni craniofacciali (soprattutto labiopalatali),
può indurre riduzione dello sviluppo della massa cerebrale (Tanaka
et al., 1984, 1987, Yazdani et al., 1988), un decremento delle concentrazioni
di DNA, RNA e proteine nel cervello, una riduzione dei livelli dei neurotrasmettitori
aminergici, dei loro recettori, dei nucleotidi ciclici (Concannonn et
al., 1983, Enslen et al., 1980, Tanaka and Nakazawa, 1990, Yokogoshi
et al., 1987) e dei recettori adenosinici, soprattutto nella corteccia,
nell'ippocampo e nel cervelletto (Marangos et al., 1984, Guillet and
Kellogg, 1991). Questa varietà di effetti biochimici sembrerebbe
mediare alcuni disturbi neurocomportamentali osservati nella progenie
di madri trattate con caffeina in gravidanza. A tale riguardo, in ratti
di 35-45 giorni di vita, dosi relativamente elevate di caffeina causano
un aumento dell'attività locomotoria (Butcher et al., 1984, Groisser
et al., 1982, Holloway, 1982, Holloway and Thor, 1983, Hughes and Beveridge,
1986, 1990, Peruzzi et al., 1985, Sobotka et al., 1979) associato ad
un incremento della reattività emozionale espresso da aumento
della defecazione, della latenza ad entrare in un ambiente avvertito
come ostile, ed una riduzione della latenza nei tests di evitamento
passivo. A sei mesi, al contrario, si assiste ad un declino dell'attività
locomotoria rispetto ai controlli, anch'esso associato ad una aumentata
reattività emozionale (Hughes and Beveridge, 1986, 1987, 1990).
Inoltre, ratti esposti in utero alla caffeina esibiscono una ridotta
capacità di apprendimento, una minore attività esplorativa
nei confronti di oggetti nuovi e un ridotto "grooming" (Nehlig
and Debry, 1994). A fronte di una così ricca letteratura preclinica,
gli studi clinico-epidemiologici sono troppo scarsi per consentire conclusioni
definitive. Tuttavia alcuni studi epidemiologici suggeriscono che un
moderato consumo di caffeina in gravidanza non genera alterazioni della
crescita né ritardi psicomotori in bambini osservati ad 8 mesi
di vita (Barr et al., 1984, Streissguth et al., 1980); così anche
il consumo di circa tre tazze di caffè, pur provocando significativi
tassi di metilxantine circolanti, non sembra indurre alcuna modificazione
delle condizioni di salute del neonato espresse dall'indice di Apgar
(Dumas et al., 1982, Van't Hoff, 1982). Solo alti tassi di caffeina
salivare si accompagnano ad uno stato di aumentata reattività
(Emory et al., 1988). Uno studio longitudinale condotto su una larga
popolazione di gravide (Nakamoto et al., 1989) ha confermato che l'esposizione
prenatale a modeste quantità di caffeina non influenza la reattività
e i tests di "arousal" nel neonato di 1 giorno di vita, non
modifica il riflesso di succhiamento a 2 giorni, non altera il QI, le
abilità motorie e la capacità cognitive a 4 e a 7 anni,
rispettivamente (Barr and Streissguth, 1991).
Una così marcata disomogeneità tra i dati della letteratura
sperimentale e i risultati delle osservazioni epidemiologiche non trova
ancora spiegazioni convincenti.
Comunque, anche se a tutt'oggi mancano prove cliniche definitive di
un sicuro effetto della caffeina consumata in gravidanza, l'evidenza
che essa è in grado di potenziare in maniera significativa le
alterazioni neurocomportamentali indotte da altre sostanze psicoattive,
suggerisce di far proprie le indicazioni formulate dalla FDA (Dews et
al., 1984, Sobotka et al., 1979).
Gli effetti avversi del fumo di sigaretta in gravidanza sono stati chiaramente
documentati da numerosi studi clinico-epidemiologici e sperimentali.
I principali effetti riscontrati nella progenie di donne fumatrici sono
rappresentati da un ridotto peso alla nascita, un'aumentata suscettibilità
alle infezioni, una maggiore incidenza di mortalità perinatale
(Butler et al., 1972, Meyer et al., 1976, Meyer and Tonascia, 1977).
I risultati di studi longitudinali condotti nella progenie di madri
fumatrici hanno, inoltre, dimostrato una significativa alterazione delle
funzioni cognitive nella prima infanzia (Gusella and Fried, 1984, Fried
and Watkinson, 1988, 1990).
Il fumo di tabacco contiene oltre duemila prodotti chimici; tra questi
la nicotina e il monossido di carbonio sono stati quelli più
ampiamente studiati. In armonia con gli studi clinici, i risultati di
studi sperimentali condotti in varie specie di roditore hanno dimostrato
che la somministrazione di nicotina in gravidanza induce nella progenie
riduzione di peso alla nascita e deficit di apprendimento (Mactutus,
1989). Sono state, inoltre, riscontrate alterazioni del DNA, dell'RNA
e del contenuto proteico soprattutto a livello del cervelletto. Infine,
la somministrazione di nicotina durante la gestazione altera i livelli
di testosterone nel feto ed è responsabile di effetti demascolinizzanti.
Nostre recenti ricerche hanno evidenziato che l'esposizione a monossido
di carbonio in fasi ontogenetiche precoci produce nel ratto deficit
cognitivi irreversibili associati ad alterazioni della LTP, anomalie
della funzione riproduttiva, alterazioni reversibili del sistema immunitario,
alterazioni della sfingomielina a livello del nervo sciatico e alterazioni
elettrofisiologiche nei miociti ventricolari (Cagiano et al., 1998,
Giustino et al., 1993, 1994, Carratù et al., 2000, Mereu et al.,
2000, Sartiani et al., 2004). Quest’ultimo risultato potrebbe
in parte spiegare l’eziopatogenesi di aritmie infantili e della
morte improvvisa neonatale. L’associazione causale tra morte improvvisa
neonatale e fumo di sigarette in gravidanza è stata, infatti,
ipotizzata in alcuni studi (Mitchell et al., 1993; Schoendorf and Kiely,
1992).
8. Conclusioni
Dall'analisi dei dati forniti dalla letteratura sperimentale e clinica
si evince chiaramente che lo studio degli effetti prodotti dall'esposizione
prenatale a sostanze di abuso non si limita alla valutazione delle possibili
alterazioni strutturali presenti alla nascita, ma si estende anche alla
caratterizzazione dei disturbi funzionali (anomalie comportamentali),
talvolta subdoli, che possono manifestarsi in epoche successive dello
sviluppo.
La dimostrazione dell'esistenza di cosiddetti "agenti teratogeni
comportamentali" ha stimolato l'Organizzazione Mondiale della Sanità
ed altri autorevoli Enti come la Food and Drug Administration, l' U.S.
Environmental Protection Agency ed il National Institute for Occupational
Health a promuovere programmi di ricerche rivolte allo sviluppo, alla
standardizzazione e alla validazione di tests di Teratogenesi e Neurotossicità
Comportamentale.
Considerato, quindi, l'interesse di una analisi degli effetti di esposizioni
a sostanze di abuso e, più in generale, a farmaci psicotropi
in corso di sviluppo (Cuomo 1987), da diversi anni vari gruppi di ricerca
stanno tentando di mettere a punto modelli animali di riferimento finalizzati
a una serie di obiettivi.
Il primo obiettivo è quello di valutare gli eventuali deficit
ontogenetici prodotti da trattamenti in corso di gravidanza e, in particolare,
quelli comportamentali la cui importanza è potenzialmente tanto
maggiore quanto minore è il potere teratogeno a livello somatico.
Il perseguimento di tale obiettivo comporta l'adozione di metodologie
rigorose: esposizione in periodi ben definiti dello sviluppo prenatale;
adozione crociata, per distinguere tra il danno prodotto dalla esposizione
prenatale da quello che può derivare da anomalie nutrizionali
e/ o comportamentali delle madri nel periodo postnatale; controlli stringenti
tra soggetti in sviluppo con gradi controllati di omogeneità
(genotipo) e di cura materna; scelta accurata dei test.
Il secondo obiettivo è quello di mettere a punto degli indicatori
utili al successivo studio sia di eventuali patologie umane a carattere
teratologico-comportamentale (alterazioni dei tempi di sviluppo neuropsichico,
specifiche anomalie nello sviluppo cognitivo) che di possibili deficit
neurocomportamentali lievi. E' soprattutto su tali patologie borderline
- che potrebbero consistere solo di un aumento di frequenza di fenomeni
già di per sé comuni, come i problemi di integrazione
sociale precoce del bambino, i deficit attenzionali, le difficoltà
con il sistema scolare standard - che mancano indicazioni valide. Queste
appaiono necessarie per la messa a punto di un quadro sintomatologico-diagnostico
di riferimento da utilizzare in studi mirati su soggetti esposti a farmaci
neuroattivi e sostanze di abuso nel corso della vita intrauterina e/o
durante la prima fase della vita postnatale.
Il terzo obiettivo, collegato al precedente, è quello di contribuire
alla identificazione di parametri utili a un monitoraggio di carattere
epidemiologico di eventuali sindromi di deficit neurocomportamentale
ascrivibili a esposizioni prenatali e/o postnatali, monitoraggio che
può anche fornire indicazioni sulle strategie di trattamento
atte a minimizzare i danni al sistema nervoso centrale.
Prima di concludere, può essere utile sottolineare che un discreto
numero di evidenze sperimentali suggerisce che l'utilizzazione di alcune
sostanze di abuso può essere di danno alla progenie anche quando
ad abusarne è il padre nel periodo del concepimento o in quelli
che immediatamente lo precedono.
Questo fenomeno era stato colto già nell'antichità se
le leggi a Sparta e a Cartagine facevano divieto di consumare alcool
ai giovani maschi che intendevano procreare. Gellio aveva potuto sostenere
che da un padre bevitore era difficile che nascesse un figlio senza
problemi comportamentali (Warner and Rosett, 1975).
Fino ad un passato abbastanza recente il mondo scientifico, in maniera
non dissimile dalla cultura corrente, aveva prestato attenzione unicamente
al ruolo materno sulla salute del feto e del neonato, ritenendo non
rilevante quello maschile o limitandolo alla sola fertilità,
per cui gli studi avevano essenzialmente analizzato l'effetto di molte
sostanze sulla capacità fecondante del seme maschile, valutando,
quindi, il successo del concepimento piuttosto che la normalità
del prodotto.
Recenti ricerche precliniche suggeriscono che l'assunzione paterna di
alcool e oppiati può indurre alterazioni neurocomportamentali
nella progenie. Anche in questi studi l'utilità del modello animale
deriva dalla possibilità di ottenere risultati da un approccio
integrato che consente di discriminare fattori genetici da quelli non
genetici nei casi di anomalie di origine paterna.
In conclusione è utile sottolineare che la finalità principale
di questo articolo non è stata quella di fornire una descrizione
più o meno esaustiva dei dati della letteratura sull'argomento,
quanto quella di offrire un contributo affinché tali conoscenze
superino i limiti dei laboratori di ricerca per diventare patrimonio
di quanti, operando con tossicodipendenti in età fertile o con
bambini esposti in utero e/o durante l'allattamento a sostanze di abuso,
possano attivarsi per prevenirne o limitarne gli effetti dannosi.
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