Ecstasy e morbo di parkinson
Nell’articolo Farmacotossicologia dell'Ecstasy, inserito nella
sezione Sistematica di questo sito, scrivevamo:“L’ipotesi
che un caso di parkinsonismo giovanile fosse attribuibile ad una pregressa
ed occasionale assunzione di ecstasy (Mintzer
et al., 1999) è stata assai enfatizzata dai mezzi di informazione
di massa ma è stata accolta con notevole scetticismo negli ambienti
scientifici (Sewell and Cozzi, 1999,
Baggott et al., 1999).” A distanza di
quattro anni il New England Journal of Medicine pubblica un altro caso
di parkinsonismo giovanile potenzialmente attribuibile all’assunzione
di ecstasy (Kuniyoshi and Jankovic, 2003):
in un ragazzo di 19 anni, che nei sei mesi precedenti aveva assunto
ecstasy due volte alla settimana, sono comparsi tremori alla mano destra,
estesisi quindi all’arto inferiore omolaterale. I sintomi si sono
progressivamente aggravati, con difficoltà al mattino nell’alzarsi
da letto e deterioramento della precisione nel battere a macchina. Poiché
il padre e uno zio paterno del giovane presentavano una storia di morbo
di Parkinson relativamente precoce, gli autori hanno ipotizzato che
l’ecstasy abbia accelerato il processo di depauperamento della
riserva dopaminergica già compromessa su base ereditaria, raggiungendo
quindi quel 70-80% di perdita neuronale considerato critico perché
si manifestino i sintomi della malattia.
Pressoché contemporaneamente, un gruppo particolarmente attivo
nel campo della farmacotossicologia dell’ecstasy (Parrot et al, 2003
) ha riproposto il problema degli effetti motori del farmaco,
riportando la presenza di tremori e scosse nel 14% dei neofiti (1-9
assunzioni nel corso della vita), 20% dei consumatori moderati (10-99
assunzioni) e 38% dei consumatori abituali (>100 assunzioni). Queste
percentuali potrebbero rappresentare la punta dell’iceberg dei
soggetti che hanno effettivamente subito un danno dopaminergico. A sostegno
di tale possibilità, gli autori citano il caso della potente
neurotossina antidopaminergica MPTP (1-metil-4-fenil-1,2,3,6-tetraidropiridina)
che era stata assunta per via endovenosa da circa 400 persone in California.
Di queste solo sette effettivamente svilupparono parkinsonismo, ma in
altri quattro dei soggetti esposti in cui fu possibile effettuare tomografia
ad emissione di positroni, fu riscontrato un marcato depauperamento
di dopamina. Anche nel caso dell’ecstasy quindi è possibile
che il danno dopaminergico possa rimanere, ma quanto a lungo non si
sa, clinicamente irrilevante.
Per ammettere che l’ecstasy sia l’agente causale di disturbi
motori parkinson-simili era tuttavia necessario dimostrare che oltre
che sulle vie serotoninergiche, l’azione neurotossica del farmaco
si esercitasse anche su quelle dopaminergiche. Questa dimostrazione
è stata fornita da George Ricaurte e collaboratori (2002)
che hanno riconsiderato il problema della selettività serotoninergica
dell’azione neurotossica dell’MDMA, somministrando a due
specie di scimmie dosi del farmaco compatibili con quelle assunte in
discoteca (2 mg/kg per 3 volte ogni 3 ore), ma decisamente inferiori
a quelle classicamente responsabili di lesioni delle vie serotoninergiche.
I risultati hanno mostrato un’elevata vulnerabilità del
sistema dopaminergico a questi dosaggi di ecstasy e un assai minore
livello di lesioni a carico delle vie serotoninergiche. In particolare,
le autoradiografie hanno rivelato una profonda perdita di terminazioni
assonali dopaminergiche nello striato con una vigorosa reazione proliferativa
della glia adiacente. E’ interessante osservare che in due scimmie
la somministrazione del farmaco è stata sospesa dopo la seconda
dose per la comparsa di evidenti difficoltà deambulatorie. Secondo
gli autori, questi risultati ripropongono l’importanza del metabolita
dell’MDMA, 2-(metilamino)-1-(2,4,5-triidrossifenil) propano, che,
in quanto analogo della 6-idrossidopamina, potrebbe essere responsabile
della degenerazione delle terminazioni dopaminergiche.
In definitiva, l’ecstasy è in grado di provocare nella
scimmia danni al sistema dopaminergico che potrebbero essere messi in
relazione con i disturbi motori osservati nei consumatori del farmaco.
L’aspetto davvero sorprendente di queste recentissime acquisizioni
è che l’azione tossica a carico delle terminazioni dopaminergiche
appare posologicamente sfasata rispetto a quella esercitata sulle terminazioni
serotoninergiche. Perché le terminazioni dopaminergiche siano
sensibili solo a dosi basse del farmaco non è chiaro, ma resta
il fatto assai inquietante che il vaso di pandora dell’ecstasy
continua a sprigionare il suo insospettato carico di azioni nefaste.
Bibliografia:
- Baggott M, Mendelson J, Jones R. More about
parkinsonism after taking ecstasy. N Engl J Med. 1999 Oct 28;341(18):1400-1.
- Kuniyoshi SM, Jankovic J. MDMA and Parkinsonism.
N Engl J Med. 2003 Jul 3;349(1):96-7.
- Mintzer S, Hickenbottom S, Gilman S.
Parkinsonism after taking ecstasy. N Engl J Med. 1999 May 6;340(18):1443.
- Parrott AC, Buchanan T, Heffernan TM,
Scholey A, Ling J, Rodgers J. Parkinson's disorder, psychomotor problems
and dopaminergic neurotoxicity in recreational ecstasy/MDMA users.
Psychopharmacology (Berl). 2003 Jun;167(4):449-50.
- Ricaurte GA, Yuan J, Hatzidimitriou
G, Cord BJ, McCann UD. Severe dopaminergic neurotoxicity in primates
after a common recreational dose regimen of MDMA ("ecstasy").
Science. 2002 Sep 27;297(5590):2260-3.
- Sewell RA, Cozzi NV. More about parkinsonism
after taking ecstasy. N Engl J Med. 1999 Oct 28;341(18):1400