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NOVITA' DALLA LETTERATURA Elenco
dei lavori disponibili
Eventi avversi indotti dalla metanfetamina e dal suo metilendiossi-derivato
"ecstasy"
Francesca Pisetzky
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico "Umberto
I"
Indice.
- Epatite fulminante da "Ecstasy": descrizione di
un caso clinico
- L'abuso di metanfetamina è responsabile di modificazioni
cerebrali durature associate a deficit della coordinazione motoria e della
memoria
- Bibliografia
1. Epatite fulminante da "Ecstasy": descrizione
di un caso clinico
Il dilagare dell'uso ricreativo dell'MDMA ("ecstasy") ha reso di più
frequente osservazione gli effetti tossici esplicati a livello epatico da questa
sostanza. A tiltolo d'esempio si cosiderino i risultati di uno studio prospettico
condotto tra il 1994 ed il 1996 presso un Centro di terapia intensiva per patologie
epatiche a Barcellona: i dati hanno evidenziato che l'8% degli accessi per insufficienza
epatica acuta sono da attribuire ad assunzione di "ecstasy", contribuendo
quest'ultima per il 31 % alle cause di epatotossicità da farmaci. Attualmente
l'utilizzo di "ecstasy" costituisce la seconda causa di danno epatico
nei giovani di età inferiore ai 25 anni (1)
e sono sempre più numerosi i casi riportati in letteratura di tossicità
epatica acuta in seguito alla sua assunzione.
Il meccanismo con cui l'MDMA induce il danno epatico è a tutt'oggi ignoto
(vedi "Farmacotossicologia dell'ecstasy" su questo stesso sito). La
variabilità nella durata dell'uso dell'MDMA e l'assenza di una correlazione
tra dose e danno epatico fanno ipotizzare una reazione di ipersensibilità
o di idiosincrasia al farmaco, ad un suo metabolita, ad un contaminante nella
sintesi o ad un additivo nella preparazione farmaceutica (2).
Il danno epatico acuto puo' insorgere nei consumatori abituali di MDMA ma anche
in quelli che ne fanno un uso saltuario (3). Sono
stati riportati rari casi di epatite dopo una singola assunzione di MDMA, e
l'insorgenza di epatite dopo somministrazioni ripetute farebbe pensare ad un
meccanismo immunologico. Tuttavia un'eziologia idiosincrasia non è da
escludere. Inoltre, l'entità del danno puo' variare da un'epatite acuta
a risoluzione spontanea fino ad un'insufficienza epatica acuta fatale che rende
necessario il trapianto d'organo (4, 5).
In alcuni casi il quadro di tossicità è caratterizzato clinicamente
da un'epatite ad insorgenza tardiva, a volte fulminante, senza altre manifestazioni
sistemiche indicative dell'uso della sostanza, come l'ipertermia maligna. In
questa situazione l'iter diagnostico è ulteriormente complicato dal fatto
che l'MDMA puo'essere identificata nei campioni biologici con i test di screening
tossicologici solo in caso in cui il tempo trascorso tra l'assunzione e la presentazione
dei sintomi sia breve (2-3 giorni). La diagnosi è quindi spesso presuntiva
e viene formulata per esclusione.
Un'epatopatia acuta da MDMA dovrebbe essere sempre considerata in giovani che
si presentino all'osservazione con un quadro simil-epatitico non riferibile
ad una più specifica causa. Ne è chiaro esempio un caso di epatite
fulminante da "Ecstasy" in un'adolescente, segnalato dal New England
Medical Journal (6). La ragazza di 17 anni, studentessa
liceale, ha manifestato improvvisamente uno stato di malessere generale, anoressia,
mal di gola ed ingrossamento dei linfonodi cervicali. Tre mesi dopo, la giovane
ha notato la presenza di sangue nelle feci, cui segui' rapidamente un quadro
di ittero ingravescente e perdita di peso, accompagnato da vomito, urine ipercromiche
e feci acoliche. La ragazza venne quindi ricoverata con diagnosi di epatite
fulminante, presentando chiari segni e sintomi di insufficienza epatica di elevata
gravità. Le analisi di laboratorio effettuate prima del ricovero avevano
evidenziato un aumento delle transaminasi ed un deficit della coagulazione vitamina
K dipendente; mentre i markers dei virus dell'epatite A, B, C (HAV, HBV, HCV)
ed quelli per il virus di Epstein-Barr (EBV) erano tutti negativi, escludendo,
quindi, l'eziologia virale. Durante il ricovero gli esami ematochimici confermarono
gli elevati livelli ematici delle transaminasi, mentre la concentrazione urinaria
di rame era nella norma permettendo di escludere il morbo di Wilson. L'esame
tossicologico delle urine era positivo solo per i cannabinoidi, mentre altri
esami effettuati su campioni ematici ed urinari per la ricerca di almeno 100
sostanze, tra cui alcol e salicilati, risultarono tutti negativi. L'ecografia
epatica evidenziò un quadro compatibile con un danno epatico acuto, che
la TC, eseguita successivamente, confermò. Una biopsia epatica refertò
un'epatite acuta colestatica; la necrosi era molto estesa e prevalentemente
centrolobulare, la presenza di istiociti ed eosinofili faceva ipotizzare una
reazione di ipersensibilità.
Dall'anamnesi raccolta, risultò che la paziente, pur negando l'uso di
medicinali, era solita consumare alcolici in binges. Inoltre, dall'età
di 15 anni fumava marijuana, assumeva funghi allucinogeni ma non faceva uso
di droghe per via iniettiva. Data la storia di utilizzo di sostanze d'abuso
venne presa in considerazione l'ipotesi di un danno epatico da farmaci e/o agenti
tossici. Malgrado la negatività dei risultati degli esami tossicologici,
eseguiti dopo circa 12 giorni dalla presentazione dei primi segni e sintomi
clinici, non si può escludere l'assunzione di sostanze potenzialmente
epatotossiche non tutte identificabili mediante test di screening. Il primo
sospetto cadde sul paracetamolo - negli USA l'overdose da paracetamolo e' la
causa più comune di epatite fulminante da farmaci. La negatività
del test per il paracetamolo non escludeva, infatti, un'intossicazione, in quanto
eseguito troppo tempo dopo la presentazione dei sintomi. Nonostante alcuni sintomi
fossero caratteristici di quest'intossicazione, come la nausea ed il vomito
seguiti da segni di compromissione epatica, non erano evidenti segni di coinvolgimento
di altri organi, come l'insufficienza renale, ne' risultava dall'anamnesi una
storia precedente di tentato suicidio. Inoltre, nel caso del paracetamolo, una
completa insufficienza epatica si evidenzia dopo circa 2-4 giorni dall'intossicazione.
Infine, sebbene la paziente fosse defedata al momento del ricovero e dichiarasse
di essere solita consumare alcolici in binges, non aveva una storia di uso cronico
di alcol.
Oltre all'alcol e la marijuana, molte altre sostanze d'abuso quali cocaina,
solventi (come il toluene e tricloretilene), feniciclidina, e MDMA ("ecstasy")
possono causare un danno acuto a livello epatico; al contrario i funghi allucinogeni
danno più frequentemente effetti tossici neuropsichiatrici e generalmente
non sono epatossici. Solo da un secondo approccio anamnestico emerse che la
paziente aveva assunto "Ecstasy" in differenti occasioni durante i
due mesi precedenti fino ad una settimana prima il ricovero, quando aveva già
sviluppato l'ittero. Su questa base viene formulata una diagnosi di epatite
acuta da "ecstasy". E' tuttavia evidente la natura presuntiva di tale
diagnosi mancando un preciso nesso causale tra esposizione al tossico e l'evento
patologico.
2. L'abuso di metanfetamina è responsabile di modificazioni
cerebrali durature associate a deficit della coordinazione motoria e della memoria.
In un recente studio pubblicato sull'American Journal of Psychiatry (7)
si presentano dati a sostegno della ipotesi che l'assunzione di metanfetamina
puo' causare delle alterazioni cerebrali persistenti e tali da danneggiare la
coordinazione motoria e la funzione mnemonica. Questi effetti possono manifestarsi
clinicamente anche a distanza di molti mesi dall'ultima assunzione della sostanza.
Studi precedenti, condotti in animali da esperimento, hanno ampiamente dimostrato
che l'esposizione prolungata alle metanfetamine danneggia i neuroni dopaminergici
e riduce i livelli cerebrali di dopamina (8, 9).
Questo indica che anche nell'uomo tali sostanze potrebbero provocano danni delle
vie dopaminergiche. In questo studio è stato possibile confermare direttamente
sull'uomo tale ipotesi, mediante la tomografia ad emissione di positroni (PET),
misurando in vivo i livelli cerebrali del trasportatore della dopamina (DAT)
in 15 consumatori abituali di metanfetamina e, rispettivamente in 18 soggetti
di controllo. Nello striato i livelli di trasportatore nei consumatori erano
del 24% inferiori a quelli dei controlli. La riduzione del DAT si associava,
inoltre, ad una diminuzione della performance motoria e mnemonica.
Da un secondo studio condotto dagli stessi autori (10)
emerge, inoltre, che il danno da metanfetamina non sarebbe limitato alle vie
dopaminergiche ma si estenderebbe ad aree cerebrali prive delle suddette terminazioni.
In particolare, negli stessi due gruppi di soggetti osservati è stato
misurato il consumo di glucosio in diverse aree cerebrali utilizzando la PET.
Nei consumatori di metanfetamina è stato evidenziato un inaspettato aumento
globale del consumo di glucosio, ovvero dell'attività cerebrale, interpretato
dagli autori come il risultato di un processo infiammatorio in atto. Tale fenomeno
era maggiormente evidente a livello della corteccia parietale, dove risiedono
le aree della sensibilità e della percezione spaziale (11).
Le uniche aree nelle quali non si rilevava un incremento del metabolismo cerebrale
erano il talamo e lo striato, dove, al contrario, il consumo di glucosio era
ridotto significativamente ad ulteriore conferma della neurotossicità
da metanfetamina sul sistema dopaminergico. Il metabolismo del glucosio fornisce
una misura dell'attività cerebrale, un consumo ridotto è, infatti,
un indicatore sensibile di un danno cerebrale ed un segnale precoce di malattie
neurodegenerative.
I risultati di questo studio suggeriscono una associazione tra le modificazioni
biochimiche a livello cerebrale e quelle comportamentali negli assuntori di
metanfetamina. Rimane da chiedersi se gli effetti dannosi a livello cerebrale
conseguenti l'abuso di metanfetamina siano permanenti e possano predisporre
alcuni soggetti a sviluppare nel tempo malattie neurodegenerative.
3. Bibliografia
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