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NOVITA' DALLA LETTERATURA Elenco
dei lavori disponibili
Autunno 2000
Novità nei trattamenti farmacologici della dipendenza da
eroina
Il "che fare" con i soggetti dipendenti da eroina che hanno
ripetutamente abbandonato i programmi di trattamento farmacologico
convenzionale è sempre più al centro della ricerca clinica.
Come è noto, da alcuni anni in Svizzera è permesso di
somministrare a tali pazienti l'eroina stessa sotto supervisione medica.
Tale esperienza continua a fornire informazioni assai preziose, come
testimoniato da uno studio pubblicato da Psychopharmacology
dove sono riportati i risultati dell'osservazione, per un periodo
variante dai 4 ai 29 mesi, di 37 pazienti arruolati nel programma
ginevrino di mantenimento ad eroina (1).
I soggetti ricevevano eroina endovena con l'aggiunta o meno di una
dose orale di metadone. Durante i primi tre mesi la dose totale giornaliera
di oppiacei è cresciuta di 30 mg al mese fino ad un massimo
di 500 mg/equivalenti di eroina, per scendere quindi di 12 mg al mese.
Questa osservazione confuta l'obiezione mossa nei confronti della
terapia con eroina della necessità di un continuo aumento del
dosaggio per compensare lo sviluppo della tolleranza. Nel periodo
considerato 10 soggetti sono usciti dallo studio per tornare al metadone
a mantenimento o per entrare in un programma di divezzamento. A questi
successi si contrapponevano 3 casi di abbandono per comportamento
violento o per incarceramento. Tutti gli altri soggetti sono rimasti
nel programma.
Nel Regno Unito la possibilità di prescrivere eroina a soggetti
dipendenti è contemplata dalla legislazione, ma è raramente
applicata e si ritiene che attualmente non ne beneficino più
di 300 soggetti. Al contrario un 10% dei 33 mila pazienti in trattamento
metadonico riceve il farmaco per via endovenosa. Addiction
ha pubblicato i risultati di un trial clinico randomizzato in cui
erano confrontati i risultati a 6 mesi ottenuti con la somministrazione
endovenosa od orale del metadone (2).
A regime, la dose di mantenimento era di 96.6 mg/die nel gruppo
a somministrazione parenterale e di 79.6 nel gruppo a somministrazione
orale (la differenza non era statisticamente significativa). I due
trattamenti non differivano nel ridurre drasticamente l'abuso di eroina
e di altre droghe, nel migliorare una serie di indicatori di benessere
fisico e psicologico e nel ridurre i comportamenti criminosi. A fronte
di un maggiore gradimento della somministrazione parenterale da parte
dei pazienti stava il suo maggiore costo: 1973 sterline per paziente
per sei mesi a fronte delle 402 sterline necessarie nel caso della
somministrazione orale.
La superiorità delle alte dosi di metadone (60-100 mg/die)
su quelle basse (20 mg) nel ridurre il consumo settimanale di eroina
e nel mantenere il paziente in trattamento è stata ulteriormente
confermata da uno studio condotto negli USA e pubblicato dal New
England Journal of Medicine (3). Una
efficacia equivalente alle alte dosi di metadone era poi ottenuta
dalla somministrazione sia buprenorfina (16-32 mg/die) che di levometadil
acetato. Nell'editoriale dedicato a questo studio si sottolinea come
ormai sia dimostrata la superiorità della terapia farmacologica
a mantenimento su quella di divezzamento nel mantenere il paziente
drug-free (4). L'invito è per
una maggiore diffusione dei trattamenti a mantenimento attraverso
il coinvolgimento di medici di base che abbiano ricevuto un opportuno
addestramento.
L'efficacia delle alte dosi di buprenorfina (8-32 mg) nel mantenere
drug-free i soggetti dipendenti da eroina ha trovato una ragione
neurobiologica in uno studio in cui la disponibilità di recettori
oppiacei mu veniva valutata misurando con la Positron Emission Tomography
il binding di carfentanil marcato con 11C (5).
I risultati mostrano che 2 mg di buprenorfina (una dose scarsamente
efficace sul piano clinico) causavano una occupazione del 36-50% dei
recettori mu disponibili in condizioni di controllo. Tale percentuale
saliva al 79-95% con la dose di 16 mg e sembrerebbe molto più
alta di quanto ottenuto in un precedente studio con il metadone (22-35%).
Di interesse anche il fatto che eroinomani precedentemente trattati
con buprenorfina e successivamente mantenuti a placebo presentavano
una aumentata disponibilità di recettori mu in aree cerebrali
paralimbiche, rispetto a soggetti non dipendenti. Gli autori riferiscono
questa sovraregolazione recettoriale ad un rimbalzo astinenziale.
Da Ginevra giunge invece uno studio sulle intossicazioni letali
da metadone osservate nel corso di 5 anni (dal 1994 al 1998) (6).
I casi di morte attribuibili al metadone variavano da tre a cinque
per anno e per la maggior parte erano dovute all'assunzione del farmaco
al di fuori di programmi terapeutici. Gli autori sottolineano la riduzione
della mortalità da metadone rispetto agli anni precedenti lo
studio, malgrado il numero maggiore di soggetti in trattamento. Questa
tendenza appare in contrasto con quanto osservato nel Regno Unito,
dove all'aumentare dell'uso del metadone è aumentato anche
il numero di decessi attribuibili ad overdose da questo oppiaceo di
sostituzione.
I trattamenti sostitutivi a mantenimento si fondano sul concetto
di tossicodipendenza come malattia cronica recidivante. Questo concetto
è ribadito ed ulteriormente elaborato da alcuni illustri studiosi
statunitensi in un articolo pubblicato dal JAMA e recante un titolo
inequivocabile: "Drug Dependence, a Chronic Medical Illness".
Il sottotitolo lo indirizza inequivocabilmente: "Implications
for Treatment, Insurance, and Outcomes Evaluation" (7).
Gli autori notano come per quanto riguarda il ruolo svolto da fattori
quali la ereditabilità genetica, l'ambiente e le scelte individuali,
la tossicodipendenza sia comparabile a malattie quali il diabete di
tipo 2, l'ipertensione e l'asma. L'abbandono della terapia è
seguito da un tasso di recidiva che varia dal 40 al 60% a distanza
di un anno sia nei tossicodipendenti che nelle patologie organiche
citate. E' pertanto paradossale il fatto che in queste ultime patologie
le recidive conseguenti all'interruzione del trattamento terapeutico
vengono prese a dimostrazione dell'efficacia del trattamento stesso,
mentre nel caso della tossicodipendenza avviene esattamente il contrario.
Questo perché la tossicodipendenza è (erroneamente)
trattata come se fosse una malattia acuta. Partendo dall'evidenza
che per alcune forme di tossicodipendenza (da oppiacei, da alcol e
da nicotina) esistono trattamenti efficaci, gli autori sostengono
che in questi casi una strategia assistenziale di lungo termine consistente
nel trattamento farmacologico e nel monitoraggio del paziente è
quella in grado di fornire i maggiori benefici.
Bibliografia
- Perneger TV, Mino A, Giner F, Broers B. Patterns
of opiate use in a heroin maintenance programme. Psychopharmacology
(Berl) 2000 Sep;152(1):7-13
- Strang J., Marden J., Cummins M., et al. Randomized
trial of supervised injectable versus oral methadone maintenance:
report of feasibility and 6-month outcome. Addiction 2000 Nov;
95(11): 1631-1645.
- Johnson RE, Chutuape MA, Strain EC, Walsh SL,
Stitzer ML, Bigelow GE. A Comparison of Levomethadyl Acetate,
Buprenorphine, and Methadone for Opioid Dependence. N Engl J Med
2000 Nov 2;343(18):1290-1297.
- O'Connor PG. Treating Opioid Dependence --
New Data and New Opportunities. N Engl J Med 2000 Nov 2;343(18):1332-1335.
- Zubieta J, Greenwald MK, Lombardi U, Woods
JH, Kilbourn MR, Jewett DM, Koeppe RA, Schuster CR, Johanson CE.
Buprenorphine-induced changes in mu-opioid receptor availability
in male heroin-dependent volunteers: a preliminary study. Neuropsychopharmacology
2000 Sep;23(3):326-34.
- Perret G, Déglon J-J, Kreek MJ, Ho A
and La Harpe R. Lethal methadone intoxications in Geneva, Switzerland,
from 1994 to 1998. Addiction 2000 Nov; 95(11), 1647-1653.
- McLellan AT, Lewis DC, O'Brien CP, Kleber HD.
Drug dependence, a chronic medical illness: implications for treatment,
insurance, and outcomes evaluation. JAMA 2000 Oct 4;284(13):1689-95.
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