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SISTEMATICA Elenco
dei lavori disponibili
Tossicodipendenza e patologie polmonari
Marco Borghesan e Manuela Graziani
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico "Umberto
I"
- Introduzione
- Cannabis
- Crack
- Eroina
- Abuso endovenoso di sostanze per uso enterale
- Conclusioni
- Tabella riassuntiva
- Note
- Bibliografia
1. INTRODUZIONE
Tra le complicanze associate all’utilizzo di
sostanze d’abuso, quelle a carico dell’apparato respiratorio
risultano spesso sottovalutate, forse a causa di una sottostimata frequenza
di presentazione. In realtà la frequenza delle stesse è
abbastanza alta se si considera ad esempio che, solo per quanto riguarda
l’edema polmonare non cardiogeno da oppiacei, su 125 casi di ricovero
per overdose in un ospedale di Los Angeles ben 13 (10 %) presentavano
questo quadro clinico(1).
Il tipo di quadro polmonare che può presentarsi nel tossicodipendente
è in funzione non solo del tipo di sostanza d’abuso ma
anche della via di somministrazione utilizzata. Nel caso di sostanze
che, come il crack o la cannnabis, sono inalate, la
modalità di assunzione assume una importanza fondamentale nel
meccanismo patogenetico dando origine a patologie polmonari le cui cause
sono da ricercarsi più nella modalità utilizzata nell’assunzione
che non negli effetti della sostanza stessa (vedi per es. pneumotorace
da cannabis o granulomatosi da metilfenidato). La presenza di sostanze
“da taglio” introduce una ulteriore variabile: di frequente
riscontro tossicologico all’interno di partite di droghe sono
sostanze che spesso nulla hanno a che fare con la sostanza di partenza:
metalli pesanti quali piombo, silicio; farmaci come caffeina, fenciclidina,
procaina, lidocaina, fenobarbital, o altre sostanze come farina o zucchero(2).
Dall’assunzione di queste possono pertanto scaturire quadri clinici
di difficile inquadramento patogenetico e terapeutico.
Questo articolo, pur non avendo la pretesa di essere esaustivo circa
i pattern molteplici che possono derivare dall’uso di
un sempre maggiore numero di sostanze d’abuso, si propone di fornire
un inquadramento generale sulle più frequenti patologie a carico
dell’apparato respiratorio che il medico può riscontrare
nel tossicodipendente.
2. CANNABIS
L’uso della cannabis produce effetti tossici a livello dell’apparato
respiratorio per esposizione sia di breve che di lunga durata: frequenza
di assunzione e quantità assunte rappresentano un fattore fondamentale
nel determinismo di eventuali patologie polmonari. Va tenuto presente
che gli abusatori di cannabis sono in elevata quota (69%)(3)
anche fumatori di tabacco ed è quindi difficile distinguere gli
effetti del fumo di cannabis rispetto a quelli ampiamente noti del tabacco.
Sebbene studi clinici di questo tipo siano rari e non tutti concordi,
la maggioranza delle ricerche dimostra come l’effetto della cannabis
esplichi un effetto additivo nei confronti del tabagismo(4-6).
La particolare modalità di aspirazione dello “spinello”
(inspirazione profonda e prolungata seguita da una manovra di Valsalva)
espone il polmone ad un contatto quantitativamente maggiore e prolungato
con le sostanze in esso contenute, rispetto ad una sigaretta di tabacco:
è infatti dimostrato che i livelli di monossido di carbonio e
di deposito di catrame sono rispettivamente cinque e quattro volte superiori
dopo assunzione di uno spinello rispetto ad una singola sigaretta(7).
In uno studio longitudinale è stato evidenziato come il piccolo
ma significativo decremento del volume medio espiratorio forzato al
primo secondo (FEV1) negli utilizzatori di cannabis è il doppio
di quello attribuibile al fumo di tabacco. Anche dopo robuste ma brevi
esposizioni (5 spinelli al giorno per 6-8 settimane) al fumo di cannabis
si sviluppano significative riduzioni, dose dipendenti, della FEV, reversibile
dopo cessazione dell’uso(8). La presenza
di tosse, catarro, dispnea, sibili sono risultati essere più
frequenti negli utilizzatori rispetto ai non utilizzatori (4,5,8,9).
Le principali conseguenze che possono derivare dall’uso della
cannabis sono(10):
- INFIAMMAZIONE
Vari studi dimostrano che l’esposizione alla cannabis determina
infiammazione delle vie aeree(11-13).
Studi eseguiti tramite biopsia della mucosa e lavaggio bronco-alveolare
(BAL) dimostrano che quadri istologici ricorrenti sono rappresentati
da edema, iperplasia vascolare, infiltrazione da parte delle cellule
infiammatorie e iperplasia delle cellule a canestro. Il grado delle
lesioni è simile sia tra i fumatori di cannabis che tra quelli
di tabacco, sebbene le frequenze di esposizione siano diverse. È
probabile che anche in questo caso, nel determinismo della gravità
delle lesioni, sia determinante la tecnica di aspirazione.
- GRANULOMI
Come noto, il tabacco può causare infiammazione e accumulo
di macrofagi pigmentati negli spazi alveolari(14).
La marijuana ha dimostrato di avere un effetto additivo nei
confronti di entrambi i fenomeni(15).
Un case report(16) segnala il caso di
un granuloma polmonare necrotizzante in una donna di 23 anni, ricoverata
per dispnea ingravescente, con anamnesi positiva per uso di marijuana.
La radiografia e la Tac mostrarono la presenza di noduli diffusi bilaterali
(1-4 mm di diametro). Gli esami ematochimici non evidenziarono alcuna
alterazione e la broncoscopia visualizzò una tracheobronchite
generalizzata in assenza di altre anomalie endobronchiale. Il BAL
conteneva materiale pigmentato verde-nero e presentava una conta cellulare
di 85% macrofagi, 13% neutrofili e 2% linfociti: numerosi macrofagi
alveolari erano carichi di pigmento carbonioso. L’esame microscopico
di sezioni di polmone mostrò numerosi e ben circoscritti granulomi
necrotizzanti che contenevano istiociti e cellule giganti multinucleate
disseminate, nonché la presenza di un florido essudato di macrofagi
carichi di carbone che sembravano rivestire la membrana alveolare.
Non erano presenti micobatteri, materiale birifrangente nè
segni di vasculite e comunque le colture del tessuto polmonare risultarono
negative per funghi, virus e batteri.
- PNEUMOTORACE
La tecnica di aspirazione potrebbe render conto delle segnalazioni
di pneumotorace spontaneo in soggetti utilizzatori di marijuana(17).
- TUMORI
Vari studi in vitro dimostrano che la cannabis è mutagena(14,15).
Altri studi, che hanno evidenziato come quadri di metaplasia squamosa
siano frequenti negli utilizzatori di cannabis, hanno fatto ipotizzare
un ruolo della sostanza nella patogenesi tumorale del polmone(11-13).
Resta comunque da chiarire quale sia il contributo relativo del tabacco
e quale sia quello della cannabis nello sviluppo di tali patologie.
- INFEZIONI
La frequenza di infezioni respiratorie è maggiore tra gli utilizzatori
di cannabis rispetto ai non fumatori(18).
Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere rappresentato dalla
contaminazione diretta della sostanza: difatti la contaminazione della
stessa da parte di batteri (in particolare Gram negativi) è
stata ampiamente dimostrata(19), anche
se è improbabile che questi possano sopravvivere alla combustione
necessaria all’assunzione. Questa “protezione” però
non funzionerebbe nei confronti delle spore fungine: le specie che
più frequentemente possono contaminare la marijuana
sono le specie Aspergillus e Mucor ma anche Thermoactinomyces, Micropolyspora,
Pennicillium e Rhizophus(19). In letteratura
è segnalato il caso di una aspergillosi polmonare invasiva
in un individuo abituale utilizzatore di marijuana con immunodepressione
iatrogena (trapianto di midollo)(20).
In uno studio effettuato su abituali utilizzatori di marijuana,
su 21 soggetti 11 di essi (52 %) presentavano precipitine per l’Aspergillus,
mentre nel gruppo dei controlli la percentuale di presentazione fu
del 10%(21). Non sono invece segnalati
in letteratura casi di infezioni fungine in soggetti immunocompetenti.
Altre cause ipotizzabili dell’insorgenza di infezioni respiratorie
in soggetti che utilizzano cronicamente cannabis sono: un danno diretto
della marijuana a carico del tappeto muco-ciliare o cambiamenti
nella competenza immunologica locale (riduzione della capacità
dei macrofagi di uccidere batteri e cellule tumorali, ridotta produzione
di tumor necrosis factor, granulocyte-macrophage colony-stimulating
factor e interleuchina 6, che potrebbero predisporre
alle infezioni batteriche(22,23):
di tali ipotesi non esiste attualmente dimostrazione sperimentale(24).
3. CRACK
La cocaina-base1 è normalmente
assunta tramite pipe atte all’uso o mischiata con tabacco o marijuana
in forma di sigarette. Il fumo di cocaina espone il polmone ai vapori
della cocaina, nonché ai prodotti della pirolisi (es. metil-etil-ecgonina),
ma anche ad una varietà di altre sostanze come contaminanti usati
per tagliare la sostanza (es. caffeina, fenciclidina, procaina, lidocaina)
nonchè derivati della benzina usata per accendere la miscela
da fumare(25). L’assunzione di cocaina
con questa modalità risulta particolarmente tossica nei confronti
del sistema respiratorio verso il quale esplica effetti sia in acuto
che a lungo termine.
Nel caso di questa sostanza è stata infatti definita una vera
e propria sindrome, “polmone da crack”, che identifica
quadri clinici anche distanti fra loro: emorragia alveolare diffusa,
dolore toracico, edema polmonare cardiogeno e non cardiogeno, riesacerbazione
acuta d’asma, infiltrati polmonari con eosinofilia, polmonite
interstiziale, Bronchiolitis Obliterans Organizing Pneumonia (BOOP)(26-33).
I possibili meccanismi patogenetici con cui la cocaina agisce includono:
I. VASOCOSTRIZIONE del letto vascolare polmonare che può determinare
un anossia a livello epiteliale ed endoteliale con danno cellulare in
grado di giustificare l’edema.
II. EMORRAGIE. In due studi eseguiti su autopsie di soggetti abusatori
di crack, deceduti per intossicazione da cocaina(34,35),
si è rivelato un aumento della presenza di macrofagi con depositi
di emosiderina in un alta percentuale dei soggetti osservati. Dopo un’emorragia
acuta i macrofagi alveolari (MA) fagocitano l’emoglobina e la
trasformano in emosiderina. Pertanto la percentuale di MA con depositi
di emosiderina rappresenta un indicatore semiquantitativo di recenti
emorragie in quanto l’emosiderina nei macrofagi appare entro 50
ore dal sanguinamento e persiste per 12 giorni dopo la cessata emorragia(25).
Gli studi autoptici(34,35)
hanno confermato in questo modo che i sanguinamenti clinicamente occulti
sono più frequenti di quanto si pensi. Uno studio(25)
teso a determinare la maggior frequenza di emorragie alveolari occulte
in consumatori di crack, ha preso in considerazione 4 gruppi di soggetti:
fumatori abituali di crack, fumatori abituali di crack/tabacco, fumatori
di solo tabacco e non fumatori. In ciascun gruppo sono stati analizzati
nel BAL, la percentuale di MA positivi per l’emosiderina e i livelli
di Endotelina 1 (peptide di origine endoteliale ad azione vasocostrittrice
potenziale indicatore di danno cellulare). I risultati hanno dimostrato
un significativo incremento di entrambi i markers nei soggetti che utilizzavano
la cocaina rispetto ai due gruppi di controllo. I meccanismi alla base
di queste emorragie non sono accertati ma l’infiammazione, l’ipertensione
polmonare e alcune anomalie secondarie dell’aggregazione piastrinica(36)
potrebbero contribuire al danno. E’ stato ipotizzato(37)
che l’aumentato contenuto di ferro nel polmone, dovuto alle emorragie
alveolari (spesso occulte) possa promuovere tramite stress ossidativo
da parte del ferro, malattie polmonari croniche .
III. INFIAMMAZIONE. Uno studio clinico(38)
effettuato da Tashkin e coll. Nel 1997 è stato svolto allo scopo
di individuare il/i meccanismi tramite i quali il crack possa indurre
danni polmonari. Ai 24 soggetti inclusi, fumatori regolari di crack
ad 8 ore dall’ultima assunzione della stessa, è stato somministrato
uno dei seguenti 4 trattamenti: 45 mg di cocaina base per via inalatoria,
4.5 mg di cocaina base per via inalatoria (dose subfarmacologica equivalente
ad un trattamento placebo), 0.35-0.50 mg/kg di cocaina cloridrato per
via endovenosa, soluzione salina per via endovenosa. Dopo 4 giorni di
trattamento, ripetuti prelievi ematici hanno evidenziato che la assunzione
di cocaina (sia essa in forma base che cloridrato) comportava l’attivazione
dei polimorfonucleati (PMN), l’aumento delle capacità antibatteriche
delle stesse cellule (valutata tramite saggi che testano la capacità
dei PMN di uccidere lo Staphylococcus Aureus), l’attività
antitumorale (misurata in un saggio di citotossicità cellulo-mediata
anticorpo-dipendente), la produzione di interleuchina 8 (un potente
fattore chemiotattico e attivante i polimorfonucleati), tutti fattori
indicatori di danno acuto e cronico. Gli autori ipotizzano pertanto
che ripetute, brevi esposizioni alla cocaina (anche per vie diverse
da quella inalatoria) possano esitare in un danno polmonare evidenziabile
anche a più a lungo termine.
Le principali conseguenze che possono pertanto derivano dall’uso
del crack sono(26):
a) SINTOMI RESPIRATORI ACUTI
I sintomi respiratori si sviluppano di solito nell’arco di alcune
ore o minuti dalla somministrazione. Essi comprendono:
- Tosse con produzione di espettorato “nero”:
il meccanismo alla base della tosse non è ancora chiaro ma
si ritiene che varie componenti del fumo inalato irritino l’epitelio
aereo provocandola. L’espettorato “nero”, caratteristico
dell’abusatore di crack, è attribuito all’inalazione
di residui carbonacei derivanti dalle torce di cotone imbevute di
alcol o butano utilizzate per accendere la cocaina.
- Dolore toracico: il dolore toracico, che spesso
peggiora in profonda inspirazione, sembra essere dovuto all’irritazione
bronchiale da parte della cocaina stessa, dei prodotti di combustione
del crack o dei prodotti utilizzati per favorire la combustione
(es. butano). Altre cause di dolore toracico che devono comunque essere
prese in considerazione nell’utilizzatore di crack
sono l’ischemia miocardica acuta, il pneumotorace e il pneumomediastino.
- Emottisi: una emorragia alveolare diffusa con
dispnea ed emottisi è una delle manifestazione direttamente
correlabili all’effetto vasocostrittore e cardiotonico della
cocaina. L’emottisi deriva dalla rottura di vasi della sottomucosa
della trachea o dal danno a carico della membrana alveolo-capillare
polmonare.
- Broncospasmo: vari casi clinici di riesacerbazione
dell’asma sia in concomitanza con l’uso della sostanza
che dopo mesi dall’interruzione dell’utilizzo di cocaina
sono riportati in letteratura. Il broncospasmo potrebbe essere il
risultato dell’infiammazione dell’epitelio respiratorio
da parte sia della cocaina che di adulteranti. Stenosi tracheale e
severa iperreattività delle vie aeree potrebbero però
essere anche le conseguenze dell’insulto termico verso l’albero
tracheale attribuito sia all’inalazione di prodotti inalati
presenti nel fumo che alla combustione di etere: questo solvente altamente
volatile, utilizzato per favorire la precipitazione dei cristalli
di cocaina in alcuni casi può non evaporare totalmente, ponendo
i fumatori di crack ad alto rischio di “incendio”
delle vie aeree.
b) ALTERAZIONI FUNZIONALITA’ POLMONARE
Vari studi hanno indagato circa il danno apportato dal crack
sulle capacità di diffusione della membrana alveolare. I risultati
non sono però concordanti nell’attribuire al crack
la capacità di ridurre la funzionalità della membrana
alveolo-capillare quando confrontata con quella di utilizzatori di tabacco
o marijuana(39). Nonostante questo,
alcune ricerche cliniche (Weiss et al, Itkonen et al, Tashkin et al)(40-42)
hanno rivelato un decremento della funzionalità della membrana.
Il meccanismo alla base di questo fenomeno non è stato chiarito
ma varie teorie sono state proposte(26):
a) danno diretto alla membrana alveolo-capillare; b) danno diretto al
letto vascolare polmonare; c) interstiziopatia legata all’intercorrente
abuso di droghe per via endovenosa. Altri possibili cause dell’alterazione
della funzione della membrana includono la presenza di anemia e l’emorragia
alveolare. Studi autoptici(34) (ipertrofia
della media dell’arteria polmonare, aumento dei depositi di emosiderina
nei macrofagi), casi clinici(26) (edema
acuto non cardiogeno ed emorragia alveolare dopo uso di crack),
evidenze strumentali(26) concordano nel
supportare l’ipotesi che il danno dovuto al crack sia
correlabile anche all’effetto vasocostrittore diretto della cocaina
ed alla conseguente ipertensione polmonare.
c) POLMONITE INTERSTIZIALE/ PATOLOGIA POLMONARE DA EOSINOFILI
Casi di eosinifilia(26) sia polmonari
che periferici, sono stati associati all’inalazione di cocaina.
Un case report segnala il caso di un paziente con tre episodi, conseguenti
all’assunzione di crack, di febbre, tosse, sibili, ipossiemia,
infiltrati polmonari periferici con eosinofilia ed elevati livelli di
IgE. In un altro case report in un soggetto con sintomatologia simile
la biopsia transbronchiale rivelò infiammazione bronchiale con
eosinofilia. Entrambi i casi risposero bene alla terapia steroidea.
Vari report segnalano(26), infine, casi
di polmonite interstiziale associati all’uso di crack.
In un report(31) è descritta la
storia clinica di una donna di 33 anni che progredì verso l’insufficienza
respiratoria e la morte nell’arco di 20 mesi. La biopsia polmonare
rivelò un infiltrato interstiziale istiocitario con materiale
estraneo polarizzato, più tardi identificato come cristalli di
silicio. È’ ovviamente ipotizzabile che la cocaina usata
dal soggetto fosse adulterata con silicio determinando una pneumoconiosi.
d) BRONCHIOLITIS OBLITERANS ORGANIZING PNEUMONIA
La bronchiolite obliterante è stata documentata in diversi case
report(26). In uno di questi(32)
sono descritti i risultati della biopsia polmonare che rivelò
“plugs” fibroblastici serpiginosi che occupavano i bronchioli
terminali e gli spazi alveolari. L’interstizio era inspessito
e infiltrato da parte di cellule mononucleate.
e) PNEUMOTORACE, PNEUMOMEDIASTINO, PNEUMOPERICARDIO
Questi quadri clinici(43-47)
sono conseguenza di un barotrauma, frequente riscontro nei fumatori
di crack. Tale barotrauma sembra essere legato all’incremento
della pressione intralveolare causata sia dalla profonda inspirazione
seguita da una manovra di Valsalva (operazione effettuata spesso dai
fumatori allo scopo di aumentare l’effetto della cocaina fumata)
sia dalla tosse severa che l’uso della sostanza comporta. Al barotrauma
può seguire la rottura degli alveoli con conseguente penetrazione
dell’aria attraverso il connettivo peribronchiale a livello di
pleura, mediastino, e più raramente pericardio.
f) EDEMA POLMONARE
La patogenesi dei casi di edema polmonare in seguito all’assunzione
di crack resta discussa. Cucco et al.(28)
suggeriscono che alla base di questo quadro potrebbe essere l’aumento
di 4 volte della concentrazione delle proteine nel liquido di lavaggio
bronco-alveolare osservato in questi pazienti. Un altro meccanismo possibile
potrebbe risiedere in una transitoria disfunzione delle sezioni sinistre
del cuore su base ischemica o da aumentato postcarico a causa della
severa vasocostrizione periferica dovuta all’attivazione del sistema
simpatico. Studi effettuati su animali(47)
hanno dimostrato che la somministrazione di crack comporta
un incremento delle pressioni a livello delle sezioni sinistre del cuore,
dell’arteria polmonare e della pressione venosa centrale. L’utilizzo
di farmaci beta-bloccanti, in animali da laboratorio, è in grado
di ridurre la mortalità per edema polmonare nel 18% dei casi.
g) INFEZIONI
HIV, tubercolosi, infezioni polmonari sono particolarmente frequenti
tra gli utilizzatori di crack(26).
Va ricordato che tali soggetti sono spesso poliabusatori (spesso utilizzatori
anche di sostanze per via endovenosa) e spesso presentano condizioni
favorenti lo sviluppo di complicanze di natura infettiva (denutrizione,
scarse condizioni igieniche).
4. EROINA
I quadri clinici più di frequente associati all’uso di
eroina sono:
a) EDEMA POLMONARE NON CARDIOGENO ( “HEROIN-LUNG”
)
Una delle patologie polmonari che, come noto, più frequentemente
si associano all’uso di eroina è rappresentato dall’edema
polmonare non cardiogeno ( “ polmone da eroina” )(48).
In realtà questa patologia è stata descritta anche in
associazione ad overdose da altri oppiacei quali il metadone, il propoxifene,
la codeina, la buprenorfina e la nalbufina(49-54).
Il quadro è caratterizzato dalla presenza di congestione polmonare,
edema, emorragie e insufficienza respiratoria. Curiosamente l’ipossia
può perdurare oltre il deficit ventilatorio tipico degli oppioidi
e presentarsi anche in presenza di una frequenza respiratoria nei limiti
fisiologici(55). Questa complicazione si
instaura rapidamente e con notevole frequenza (circa 10%)(1)
durante un’overdose da oppiacei. Il quadro, se trattato precocemente,
si risolve nell’arco di 24-36 ore senza lasciare sequele, ma resta
ad oggi una delle principali cause di decesso negli eroinomani. Sono
numerosi i meccanismi patogenetici evocati a spiegazione dell’incremento
della permeabilità dei capillari polmonari, anche se è
a tutt’oggi accettato che nessuno di questi possa giustificare
pienamente il quadro clinico:
- Ipoventilazione oppiaceo-indotta(56):
uno dei meccanismi chiamati in causa più spesso per spiegare
l’edema polmonare è rappresentato dall’ipossiemia
legata alla depressione dell’attività respiratoria indotta
dall’oppioide. In realtà medesimi livelli di ipossiemia
si raggiungono in caso di overdose da barbiturici senza che si sviluppi
un analogo quadro clinico.
- Depressione dell’attività contrattile miocardica:
per quanto concerne l’ipotesi di una genesi cardiaca dell’
edema(55) la valutazione emodinamica
di 11 pazienti ha evidenziato un normale ed in alcuni casi elevato
output cardiaco con pressione capillare polmonare normale e solo modesta
ipertensione polmonare. L’analisi del liquido polmonare ha confermato
la presenza di una più elevata concentrazione di proteine se
comparato a quello di pazienti con edema cardiogeno, a riprova del
fatto che nel caso del polmone da eroina è presente un danno
a carico della membrana alveolo-capillare.
- Effetto tossico diretto della sostanza a livello
dei capillari polmonari. Un effetto tossico diretto della eroina a
livello dei capillari polmonari è stato per lungo tempo evocato.
In un recente lavoro(48), allo scopo
di verificare tale ipotesi sono stati utilizzati anticorpi specifici
per la laminina e il collagene IV, due proteine componenti fondamentali
della membrana. La casistica comprendeva 23 soggetti deceduti per
overdose da eroina e 12 soggetti deceduti per edema polmonare cardiogeno.
Sebbene interruzioni nella membrana siano state osservate prima al
microscopio elettronico e poi confermate con metodi immunoistochimici
tramite l’uso degli anticorpi, il numero delle lesioni non sono
risultate essere maggiori a quelle riscontrate nel gruppo di controllo
escludendo pertanto che queste possano essere il risultato di un effetto
tossico diretto dell’eroina.
- Shock anafilattico: si è a lungo discusso
sulla possibilità che l’edema polmonare da eroina fosse
una forma di shock anafilattico IgE mediato. In realtà indagini
immuno-istochimiche effettuate su 23 soggetti deceduti per edema polmonare
da eroina e 12 soggetti deceduti per edema polmonare cardiogeno, hanno
dimostrato che, nei due gruppi, non è presente una differenza
significativa nel numero di cellule della membrana alveolo-capillare
IgE positive(48). Uno studio(57)
ha analizzato la possibilità che la causa dell’edema
possa essere una reazione di ipersensibilità di tipo I (shock
anafilattico) mediata dai mastociti stimolati dall’eroina in
maniera aspecifica (non IgE mediata). I polmoni sono ricchi di istamina(58),
e gli oppioidi si sono mostrati capaci di causare una sua liberazione
sistemica e locale(59-61).
La destabilizzazione della membrana del mastocita determinerebbe l’esocitosi
dell’istamina e di altri mediatori tra cui le triptasi. L’istamina
ha mostrato capacità di incrementare il flusso linfatico polmonare
e la permeabilità capillare(58,62,63).
Per testare tale ipotesi, tenuto conto della breve emivita dell’istamina,
si è stabilito di dosare i livelli di beta-triptasi a livello
del liquido pericardico. Lo studio(57),
effettuato su 20 casi di decessi per assunzione di eroina e 10 casi-controllo
morti in circostanze non correlabili a meccanismi immunopatologici,
ha evidenziato dei livelli di triptasi più elevati negli abusatori
di eroina rispetto ai controlli. L’osservazione dei preparati
istologici ha consentito di evidenziare la presenza di mastociti in
parte attivati, in parte con una minore presenza di granulazioni intracitoplasmatiche
(segno di avvenuta esocitosi) a livello del parenchima polmonare.
Sebbene i dati non siano conclusivi, sembrano comunque confermare
la partecipazione di un tale meccanismo immunologico nel determinismo
del quadro clinico.
Il quadro clinico dell’edema può essere notevolmente
aggravato dall’uso concomitante di altre sostanze, come l’alcol,
in relazione alla sua capacità di diminuire la profondità
del respiro: su 125 casi di ricovero per overdose da oppiacei in un
ospedale di Los Angeles(1), dei 13 pazienti
che avevano presentato un quadro di edema polmonare non cardiogeno
7 avevano assunto alcol.
b) EMBOLIA SETTICA POLMONARE
Tecniche iniettive in condizioni di mancanza di sterilità causano
frequentemente tromboflebiti, reperto quasi costante nell’esame
obiettivo di un tossicodipendente. Nella storia clinica del paziente
è quindi frequente ritrovare episodi recidivanti di batteriemie
ed endocarditi valvolari della tricuspide (l’agente più
comunemente in causa è rappresentato dalla specie Staphylococcus
)(64).
5. ABUSO ENDOVENOSO DI SOSTANZE PER USO
ENTERALE
L’uso endovenoso di sostanze le cui preparazioni siano intese
per uso enterale (es, metilfenidato, metadone, pentazocina, alcune benzodiazepine),
è stato associato con varie problematiche polmonari che includono
granulomi da corpo estraneo, granulomatosi angiotrombotica, amiloidosi(65).
Questi agenti terapeutici contengono talco (silicato di magnesio), cellulosa
microcristallina, amido di mais come componenti inattivi, sostanze che,
in maniera indipendente dal principio attivo, sono state implicate nell’eziopatogenensi
delle lesioni polmonari. Quando il farmaco viene spezzettato, disciolto
in acqua e iniettato per via endovenosa, numerose sottili particelle
di talco, cellulosa o altri eccipienti, iniziano a fissarsi sulle pareti
dei vasi polmonari(66): queste particelle
migrano nell’interstizio polmonare dove si accumulano dando origine
a vari quadri patologici.
In letteratura è segnalato il caso(65)
di un paziente HIV positivo con anamnesi di abuso di sostanze per via
endovenosa, asintomatico, cui è stata rilevata una amiloidosi
polmonare nodulare da amiloide A (AA) sierica associata alla presenza
di materiale birifrangente focale e cellule giganti di reazione da corpo
estraneo. Questa patologia, di solito associata a casi di sindrome di
Sjogren o di morbo di Crohn non era mai stata descritta
in associazione all’uso di sostanze per via endovenosa. Sebbene
una analisi certa sulla causa dei granulomi non sia stata compiuta,
gli autori ritengono che il materiale minerale birifrangente isolato
dai granulomi fosse rappresentato da talco.
In riferimento al metilfenidato, l’alta frequenza con cui il suo
abuso risulta associato all’insorgenza di granulomi e di enfisema
polmonare ha fatto ipotizzare un ruolo diretto, non ancora definito,
del farmaco nella patogenesi di tale quadro istologico. In uno studio(66)
effettuato nel 2000 in maniera retrospettiva sono stati analizzati mediante
TAC 12 pazienti che avevano sviluppato una progressiva dispnea, segno
di una patologia polmonare ostruttiva cronica ed era loro stato diagnosticato
una talcosi polmonare. Sette dei pazienti avevano utilizzato metilfenidato
per via endovenosa da solo o in combinazione con eroina, cocaina, pentazocina
mentre gli altri 5 avevano abusato per via endovenosa di varie sostanze
(eroina, cocaina, diazepam, acetaminofene, meperidina, pentazocina,
metadone) ma non di metilfenidato. Tutti i pazienti erano fumatori (15-60
pacchetti all’anno). Le TAC dimostrarono i seguenti pattern:
diffuso micronodulare (2 casi), combinazione di noduli e enfisema panacinare
a livello dei lobi inferiori (3 casi), aspetto a vetro smerigliato (2
casi), enfisema (5 casi). Tre pazienti (due dei quali avevano assunto
metilfenidato) presentavano masse (conglomerati di noduli) in sede periilare.
Non sono state rivelate differenze significative nella prevalenza dell’aspetto
a vetro smerigliato e dei noduli tra gli abusatori e i non abusatori
di metilfenidato mentre tra gli abusatori di questa sostanza era più
frequente un quadro di enfisema (6 dei sette pazienti che avevano usato
il metilfenidato versus uno dei cinque pazienti che non avevano utilizzato
tale sostanza). Questo studio conferma i precedenti risultati di Parè
e coll.(67) che osservando le manifestazioni
radiografiche di 17 tossicodipendenti sottoposti a terapia metadonica
osservò quadri radiografici simili. Gli studi di Parè
e coll.(68) appaiono particolarmente interessanti
perché tali autori seguendo con follow-up a lungo termine
i pazienti, colsero la progressione dei quadri: due dei tre pazienti,
che all’inizio mostravano solo quadri di micronodularità,
mostrarono ai successivi controlli masse conglomerate e enfisema dei
lobi basilari mentre il terzo mostrò un quadro di enfisema dei
lobi basilari. In un follow-up ancora successivo si osservò
in due pazienti una progressiva massiva fibrosi, associata con enfisema
dei lobi basilari mentre nel terzo una reticolo-nodulazione diffusa
sia di lobi basilari che di quelli superiori.
6. CONCLUSIONI
Allo stato attuale pochi sono gli studi che hanno preso in considerazione
i meccanismi patogenetici alla base delle complicanze toraciche correlate
all’assunzione di sostanze d’abuso, cosi come difficile
risulta l’inquadramento diagnostico delle stesse. Sarebbe quindi
auspicabile che un numero maggiore di studi si occupasse dell’argomento
sebbene tali condizioni restino, nel loro complesso, rare.
7. TABELLA RIASSUNTIVA
Patologia |
Sostanza |
Meccanismo |
Reperto radiografico/TAC |
Polmonite |
Sostanze per uso endovenoso |
a) Uso di sostanze o materiale contaminato. |
Dipende dall'agente eziologico |
|
|
b) Colonizzazione della cute da parte di organismi
virulenti in precedenti ricoveri ospedalieri |
|
|
|
c) Variazioni nella normale flora batterica
in seguito a auto-medicazioni con antibiotici. |
|
Edema polmonare cardiogeno |
Agenti simpaticomimetici: cocaina |
a) Ischemia (o infarti) |
a) Cardiomegalia |
|
|
b) Vasocostrizione periferica |
b) Aspetto a vetro smerigliato con ispessimento
setti interlobulari e della trama broncovascolare |
|
|
c) Aritmie |
c) Versamento pleurico |
|
|
d) Scompenso cardiaco |
d) Edema alveolare (aree di aumentata opacità) |
Edema polmonare non-cardiogeno |
Sostanze per uso sia inalatorio che endovenoso:
oppioidi, crack, cocaina |
a) Incremento della permeabilità capillare polmonare |
a) Immagini multifocali, bilaterali periilari
a vetro smerigliato associato ad ispessimento dei setti |
|
|
|
b) Non versamento pleurico e cardiomegalia |
Emorragia polmonare |
Cocaina, crack |
a) Vasocostrizione con ipertensione polmonare |
a) Immagini multifocali bilaterali a vetro smerigliato
associate ad ispessimento dei setti |
|
|
b) Anomalie della coagulazione |
b) Scarso o assente versamento pleurico |
|
|
c) Aumento della permeabilità capillare |
c) Non cardiomegalia |
Polmonite da aspirazione |
Oppioidi |
a) Depressione del SNC |
a) Aumento di opacità in special modo dei segmenti
superiori dei lobi inferiori e dei segmenti apicali e posteriori
dei lobi superiori. A causa dell'orientamento verticale dell'albero
bronchiale destro, il polmone destro è più frequentemente affetto
del sinistro. |
|
|
|
b) Spesso immagini riferibili a bronchiectasie. |
Embolia settica |
Sostanze d'abuso per via endovenosa |
a) Tecniche iniettive in mancanza di sterilità
|
a) Immagini nodulari multifocali mal definite
che tendono alla cavitazione nell'arco di giorni |
|
|
|
b) Aree di infarcimento settico |
Enfisema |
Sostanze d'abuso per via e.v., cannabis, uso
endovenoso di sostanze per uso orale (metilfenidato) |
a) Uso contemporaneo di tabacco |
a) Aumento dei volumi polmonari |
|
|
b) Particolare tecnica di aspirazione |
b) Aumento della trasparenza dei lobi inferiori
(reperto caratteristico dell'uso di metilfenidato) |
|
|
c) Ruolo diretto di talco, cellulosa, metilfenidato |
c) Immagini da enfisema panacinare |
|
|
|
d) Immagini da enfisema centrolobulare se coesiste
uso di tabacco |
Pneumotorace |
Pocket shot (iniezione endovenosa di eroina
nella fossa sovraclavicolare), crack, cannabis |
a) Particolare tecnica di aspirazione (manovra
di valsala) |
a) Possono coesistere reperti (unilaterali !)
di pneumotorace, emotorace, piopneumotorace, pneumomediastino. |
|
|
b) Tosse |
|
Talcosi |
Uso endovenoso di sostanze per uso orale |
a) Occlusione di piccoli vasi polmonari da parte
di emboli di talco o cellulosa (ipertensione polmonare) |
a) Inizialmente, nelle aree mediane e superiori
dei polmoni, zone irregolari nodulari di aumentata opacità che
tendono con la progressione della malattia ad ingrandirsi e confluire |
|
|
b) Migrazione delle particelle di talco o cellulosa
nell'interstizio polmonare (granulomi da corpo estraneo e fibrosi) |
b) Linfoadenopatie |
|
|
|
c) Negli stadi avanzati della malattia conglomerati
di noduli che tendono verso una fibrosi massiva. |
|
|
|
d) Spesso coesistono immagini riferibili ad
enfisema, più di frequente, nei lobi inferiori |
|
|
|
e) In caso di cellulosa i numerosi noduli hanno
spesso una distribuzione centrolobulare |
Amiloidosi |
Uso endovenoso di sostanze per uso orale |
a) Deposizione di materiale fibrillare di natura
proteica |
a) Pattern mononodulare |
|
|
|
b) Patternmultinodulare |
8. Note
1cocaina base o crack: cristalli di cocaina ottenuti tramite
ebollizione in acqua di cocaina cloridrato e bicarbonato di sodio. Il
precipitato viene estratto usando solventi come etere o alcol. L’alta
temperatura di evaporizzazione rende tale forma di cocaina adatta ad
essere fumata. In tal modo la cocaina è rapidamente assorbita
dalle mucose e raggiunge il circolo cerebrale in 6-8 secondi
8. BIBLIOGRAFIA
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