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SISTEMATICA Elenco
dei lavori disponibili
COCAINA: DIPENDENZA E TRATTAMENTO
Alessandro Agus, Gianfranco Carboni, Pier Paolo Pani
Ser.T. AUSL 8 Cagliari e Dipartimento di Neuroscienze "Bernard
B. Brodie" Universita' degli Studi di Cagliari
Indice
- Introduzione
- Struttura
- Preparazione e vie di somministrazione
- Farmacocinetica
- Meccanismo d'azione
- Clinica
- Terapia
- Terapia della astinenza
- Trattamento dell'intossicazione
- Terapia della dipendenza
- Prospettive future
- Bibliografia
1. INTRODUZIONE
Il largo uso, l'abuso e la dipendenza da sostanze psicostimolanti
come la cocaina hanno avuto la massima diffusione nella prima metà
degli anni '80 generando allarme nell'opinione pubblica e tra i leader
politici, in quanto problema d'interesse sociale. Non di meno, l'uso
cronico di cocaina ha rappresentato e rappresenta tuttora un problema
sanitario di rilievo primario.
L'utilizzo di cocaina negli Stati Uniti, dal 1991 ai nostri giorni,
è rimasto pressoché costante con circa 640.000 persone
che la assumono almeno una volta la settimana; il numero dei consumatori
occasionali è, invece, in diminuzione, essendo passato da 2.9
milioni del 1988 a 1.3 milioni del 1992 (1).
Lo sviluppo della tossicodipendenza da cocaina è condizionato
dalla presenza di diversi fattori quali: suscettibilità individuale,
tipo di preparazione utilizzato, via di somministrazione, ambiente di
vita dell'utilizzatore. Tra questi fattori, la via di somministrazione
(endovenosa o inalatoria) è quella che spiega maggiormente il
potenziale tossicomanigeno.
Il problema del trattamento farmacologico dell'abuso cronico, rimane
legato all'individuazione di un composto che possa estinguere il desiderio
incoercibile (craving) che porta il cocainomane al riutilizzo
della sostanza. Attualmente, nonostante i progressi nella ricerca farmacologica
e l'azione anti-craving di specifici principi attivi, il rischio di
ricaduta rimane estremamente elevato.
2. STRUTTURA
La cocaina è un alcaloide naturale la cui struttura chimica
è quella della benzoilmetilecgonina: un estere dell'acido benzoico
e una base azotata. Appartiene al gruppo degli anestetici locali la
cui formula empirica è C17H21NO4. Il sale cloridrato, scarsamente
volatile, è la forma più diffusa della sostanza.
3. PREPARAZIONI E VIE DI SOMMINISTRAZIONE
Le preparazioni contenenti cocaina sono diverse fra loro e si distinguono
per la quantità della sostanza presente, per la via di somministrazione
e le caratteristiche farmacocinetiche.
In natura la cocaina è presente come alcaloide nelle piante appartenenti
alla famiglia delle eritroxilacee e in maggiore quantità nell'Eritroxylum
Coca ed Eritroxylum Novogranatense, due arbusti che crescono
spontaneamente in Sud America. L'Eritroxylum Coca è diffusa
nelle Ande peruviane dove cresce nel clima caldo-umido della foresta
tropicale. Le foglie di questa pianta rappresentano la principale fonte
del traffico illegale di cocaina; nelle sue foglie è presente
circa l'1% della sostanza. Dalle foglie di coca si forma, dopo un processo
di macerazione, una pasta da cui si estrae per raffinazione una polvere
cristallina biancastra che contiene la cocaina cloridrato. Quest'ultima
è tra le preparazioni di cocaina, la più diffusa.
L'Eritroxylum Novogranatense è diffusa invece nelle regioni
montuose aride del Perù e della Bolivia. Tra le popolazioni peruviane,
che vivono ad elevate altitudini nelle regioni andine, vi è l'uso
di masticare le foglie di coca allo scopo di aumentare la resistenza
fisica e di alleviare il senso della fame e della fatica. Tale usanza
era già diffusa tra gli antichi. L'aggiunta di sostanze basiche
quali calce o ceneri di origine vegetale, durante la masticazione delle
foglie di coca, facilitano l'estrazione della cocaina e ne aumenta la
biodisponibilità a livello orale.
L'assorbimento della cocaina quindi inizia già nella mucosa orale
e continua in quella del tratto gastroenterico: la cocaina è
misurabile nel sangue entro 5 minuti dall'inizio della masticazione
ed entro 15 minuti dalla deglutizione. Per questa via gli effetti compaiono
lentamente e durano per circa 5-6 ore. Attraverso la via orale la biodisponibilità
è del 30-40% (2).La formulazione
di cocaina prevalentemente utilizzata, e storicamente più nota,
è la forma cloridrata. Da questa, dissolvendo il sale in una
soluzione alcalina e separando la cocaina con un solvente, si arriva
alla produzione di cocaina base e crack. Con la scoperta della cocaina
base, che può essere facilmente fumata, si è arrivati
al vero boom dell'uso di cocaina (3).
Il cloridrato di cocaina è un sale acido, altamente solubile
in acqua, che può essere così iniettato per via sottocutanea,
intramuscolare o endovenosa; per via endovenosa la biodisponibilità
è del 100% e naturalmente gli effetti sono tanto più rapidi
quanto più rapidamente viene raggiunto l'organo bersaglio, cioè
il SNC. Ciò dipende non solo dalla dose, ma anche dalla velocità
di somministrazione (4, 5):
se iniettata rapidamente, gli effetti soggettivi e fisiologici compaiono
entro 30 secondi e decrescono con relativa rapidità nei successivi
30 minuti.
La cocaina cloridrato è assorbita come tale attraverso le mucose
e può essere somministrata anche per via intranasale. La via
nasale è spesso utilizzata dai consumatori abituali. I cristalli
di cocaina cloridrato, finemente tritati, vengono disposti su un piano
rigido sino a formare una striscia lineare e quindi inalati mediante
una cannuccia. Ciascuna striscia può contenere da 10 a 40 mg
di cocaina secondo il grado di purezza della sostanza. In pochi minuti
inizia l'effetto euforizzante che si protrae per altri 20-45 minuti.
La via sottocutanea e intramuscolare, a causa dell'effetto vasocostrittore,
comportano un assorbimento più lento e pertanto gli effetti sono
meno rapidi rispetto alla via endovenosa.
La cocaina base libera è considerevolmente meno solubile in acqua
e al contrario solubile nei lipidi, perciò in passato è
stata utilizzata nella preparazione di numerosi unguenti. Essa è
relativamente inefficace quando somministrata per via intranasale o
in vena. Il modo più efficace per la sua assunzione è
rappresentato dalla inalazione dopo riscaldamento. Data la notevole
superficie di assorbimento degli alveoli polmonari, la via inalatoria
garantisce l'assorbimento di dosi particolarmente elevate in tempi brevi,
che possono spiegare la pericolosità della cocaina sotto questa
forma (6).
Alla temperatura di combustione di una sigaretta, circa 800 gradi, la
cocaina cloridrato si decompone, così che nel prodotto di pirolisi
non è possibile recuperarne più dell'1%. Alla stessa temperatura,
la cocaina base viene recuperata per il 18-20%; a temperature più
basse, circa 200 gradi, è possibile recuperarne circa l'84% (7).
Per questo motivo i fumatori adottano delle tecniche che consentono
la riduzione della temperatura di combustione: un esempio è l'utilizzo
di pipe ad acqua. Negli anni '70, quando negli USA si diffuse l'uso
di fumare la cocaina, vi erano in commercio dei kit che ne permettevano
l'estrazione dalla forma cloridrato e si trovavano anche gli accessori
necessari per l'assunzione, come le pipe con raffreddamento ad acqua,
le torce a propano o lampade ad alcool per il suo riscaldamento, etc..
La cocaina base è presente nella pasta di coca, ma nella pasta
stessa vi sono contenute anche la meno volatile cocaina solfato, altri
alcaloidi e i solventi usati per l'estrazione della cocaina dalle foglie
(metanolo, cherosene, etc.). La cocaina base libera è più
pura e più concentrata della pasta di coca. La preparazione conosciuta
con il nome di crack non è altro che cocaina base pronta per
l'uso. La sua disponibilità sul mercato evita all'utilizzatore
il processo di estrazione dalla cocaina cloridrato, alquanto pericoloso.
4. FARMACOCINETICA
Assorbimento
L'assorbimento della cocaina è immediato per la via endovenosa
e molto rapido per la via polmonare, seguito per rapidità dalla
via nasale ed infine da quella orale.
Distribuzione
Il suo volume di distribuzione è di 1.2-1.9L/Kg. Livelli plasmatici
di cocaina sono rintracciabili per 4-6 ore dopo l'ultima assunzione
per via nasale. Negli individui che abitualmente fanno uso di cocaina,
l'emivita è di circa 48 minuti dopo una dose endovenosa. La cocaina
passa facilmente la barriera ematoencefalica e non è più
dosabile nel tessuto encefalico dopo 6-8 ore dall'ultima dose.
Metabolismo
Viene rapidamente e completamente metabolizzata dalle colinesterasi
epatiche e plasmatiche che la idrolizzano in metaboliti inattivi: sono
esteri metilici dell'ecgonina. Una moderata attività degli enzimi
esterasici è presente anche in altri organi tra cui il cervello
(8). La benzoilecgonina è un metabolita
che può essere idrolizzato anche non enzimaticamente. La conversione
della cocaina a norcocaina avviene per metilazione (2-6% dei metaboliti
totali).
Escrezione
Piccole quantità di cocaina, meno del 10%, vengono escrete immodificate
nell'urina. Può essere ritrovata nelle urine per 8 ore dopo una
dose nasale di 1.5 mg/Kg, sino ad un limite massimo di 12 ore. La benzoilecgonina
è invece dosabile sino a 144 ore dopo l'assunzione (9).
5. MECCANISMO D'AZIONE
L'azione gratificante della cocaina si esplica attraverso l'attivazione
dei neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico. Tali neuroni originano
nel mesencefalo e proiettano le loro terminazioni nervose nelle aree
cerebrali appartenenti al sistema limbico. Sappiamo ormai, che tutte
le sostanze d'abuso sono capaci di agire su questi neuroni e interferire
con la loro normale attività (10, 11,
12, 13).
La cocaina potenzia la trasmissione dopaminergica aumentando la concentrazione
di dopamina. L'incremento della dopamina avviene a causa del blocco
dei trasportatori che normalmente la ricatturano (reuptake) dallo spazio
sinaptico (1).
La somministrazione ripetuta di cocaina sembra comunque comportare una
certa compromissione della funzionalità dopaminergica, come dimostrato
dalla riduzione della concentrazione sinaptica della dopamina e dalla
ipersensibilità dei recettori post-sinaptici osservabili nel
trattamento cronico (14).
La cocaina esercita anche una azione inibente la ricaptazione di altri
neurotrasmettitori come la noradrenalina e la serotonina (1).
L'effetto della cocaina sul sistema cardiovascolare si spiega ad esempio
con il blocco del reuptake della noradrenalina. L'azione come anestetico
locale dipende invece dal blocco della conduzione dell'impulso nervoso
a livello dei canali voltaggio-sensibili del Na+, cui si lega con una
moderata affinità.
6. CLINICA
L'uso e l'abuso di cocaina fanno parte di uno spettro di disturbi ben
noti e classificati dal DSM IV tra i Disturbi Correlati all'Uso di Sostanze.
Gli effetti comportamentali e psicologici della cocaina dipendono, oltre
che dalla dose e dalla purezza, da una serie di circostanze quali: via
di somministrazione, durata dell'uso, stato di salute mentale dell'utilizzatore,
storia personale tossicologica (compreso l'uso concomitante di altre
sostanze d'abuso) (15).
Gli effetti della cocaina sul SNC interessano le funzioni cognitive
ed affettive oltre che gli impulsi fisiologici come la fame, la sete,
il sonno ed il sesso.
All'assunzione di una dose per via endovenosa fa seguito una sensazione
di intenso benessere ed euforia. E' presente un'elevazione del tono
dell'umore con aumentata sensazione di fiducia e sicurezza in se stessi,
egocentrismo e chiassosità. Aumenta la velocita' del pensiero.
Il linguaggio si fa incalzante e scherzoso, ma anche tangenziale ed
incoerente. Le capacità di giudizio e critica sono spesso compromesse.
All'euforia si associa quindi ansietà. Dopo circa 60-90 minuti
l'euforia si attenua mentre persiste lo stato ansioso che può
durare per delle ore (16). Tradizionalmente
gli effetti psichici della cocaina sono stati riassunti in quattro stadi
di diversa gravità in dipendenza dalla dose e dalla frequenza
d'uso. Essi sono:
stadio 1 - euforia: caratterizzato da euforia, labilità
affettiva, accresciuta performance cognitiva e motoria, ipervigilanza,
anoressia ed insonnia;
stadio 2 - disforia: caratterizzato da tristezza, malinconia,
apatia, difficoltà di attenzione e di concentrazione, anoressia
e insonnia;
stadio 3 - paranoia: caratterizzato da sospettosità, paranoia,
allucinazioni e insonnia;
stadio 4 - psicosi: caratterizzato da anedonia, allucinazioni,
comportamento stereotipato, ideazione paranoide, insonnia, perdita di
controllo degli impulsi, disorientamento (17).
A livello periferico è presente un corteo sintomatologico legato
in gran parte alla aumentata liberazione di amine biogene come dopamina,
adrenalina, noradrenalina. Nell'organismo si scatena una reazione di
allarme. Si produce uno stato di allerta, con attivazione del sistema
cardiovascolare e risultante tachicardia ed ipertensione. Sono presenti
inoltre tremori, contrazioni muscolari, flushing cutaneo e midriasi,
accompagnati da un ritardato svuotamento vescicale ed intestinale (18).
La tolleranza e la dipendenza si sviluppano rapidamente. Lo sviluppo
della tolleranza si riflette nella riduzione degli effetti piacevoli,
che diventano meno intensi e solo parzialmente vengono superati con
l'aumento dei dosaggi e la riduzione degli intervalli tra le dosi. Contemporaneamente
si sviluppa sensibilizzazione per gli effetti ansiogeno e disforizzante,
che tendono ad aumentare anche in assenza di un incremento della dose
(15).
Il desiderio di riprovare il piacere iniziale e di sfuggire all'ansia
conduce all'uso compulsivo della sostanza, con rapidissima escalation
delle dosi e della frequenza d'uso. Si arriva a vere e proprie abbuffate,
cosiddette "binges", durante le quali il soggetto non si alimenta,
non dorme, diviene sempre meno euforico, più disforico, agitato
ed aggressivo. Queste binges durano in genere 2-3 giorni, e si interrompono
per il crollo psicofisico del soggetto che piomba in uno stato di torpore-apatia
o per l'insorgenza di uno stato psicotico vero e proprio (16).
L'uso cronico della cocaina può portare ad un grave decadimento
delle condizioni generali e alla comparsa di disturbi organici. Gli
organi bersaglio sono soprattutto il cuore e il distretto cardio-circolatorio.
A livello cardiaco si possono avere delle aritmie di vario tipo e grado;
l'aumento del consumo di ossigeno e la riduzione del flusso coronarico
conducono ad uno stato di ischemia cronica. La comparsa di spasmi a
livello coronarico può condurre ad infarto del miocardio (19).
Vasocostrizione e spasmi possono condurre all'insorgenza di infarti
anche in altri distretti (polmone e cervello in particolar modo). Anche
l'aterosclerosi è accentuata dalla cocaina ed il suo uso è
stato associato alla formazione di trombi. Le crisi ipertensive, causate
dall'assunzione di cocaina, possono portare ad emorragie cerebrali (20).
L'assunzione per via nasale può condurre, per gli effetti vasocostrittori
della sostanza, alla necrosi e alla perforazione del setto.
A livello polmonare si possono osservare ipertensione e edema. E' stata
descritta anche una sindrome, detta "polmone da crack". I
sintomi sono quelli di una polmonite: dolore toracico, difficoltà
respiratoria e iperpiressia (21).
L'uso cronico di cocaina, diminuendo le scorte di dopamina, può
causare anche iperprolattinemia con ginecomastia, galattorrea e amenorrea.
La libido è diminuita con riduzione della performance sessuale,
impotenza nell'uomo ed anorgasmia nella donna (16,
18).
Infine, la cocaina è anche un agente epilettogeno. La capacità
di provocare convulsioni generalizzate aumenta a seguito di ripetute
somministrazioni (22).
7. TERAPIA
Il livello di compromissione fisica, psichica e sociale dei soggetti
che usano cocaina può essere quanto mai vario. Prima di incominciare
il trattamento è opportuno raccogliere un'accurata anamnesi fisica,
tossicologica e psichiatrica, allo scopo di cogliere, e possibilmente
differenziare, i fattori predisponenti l'abuso e le complicanze da esso
derivanti.
Il paziente dovrebbe essere sottoposto anche ad un esame fisico completo
e, nei casi di abuso consistente, ad elettrocardiogramma, radiografia
del torace ed esami ematologici ed ematochimici di base, oltre che,
ovviamente, ad esami tossicologici per la ricerca dei metabolici delle
sostanze d'abuso.
L'approccio clinico al trattamento del disturbo da uso di cocaina può
essere schematicamente diviso in trattamento dell'astinenza, trattamento
dell'intossicazione, trattamento della dipendenza. Un paragrafo a parte
sarà dedicato ai trattamenti in via di sperimentazione.
8. TERAPIA DELLA ASTINENZA
Il trattamento dell'astinenza rappresenta solo uno degli ingredienti
di un intervento più globale, rivolto alla prevenzione della
ricaduta, che costituisce la vera minaccia per il cocainomane disintossicato.
La prima valutazione riguarda la scelta relativa alla sede dell'intervento:
ambulatoriale o ospedaliera. Entrambe offrono dei vantaggi e degli svantaggi.
La tendenza attuale è quella di preferire il trattamento ambulatoriale;
questo allo scopo di facilitare il paziente nel continuare le sue normali
attività. Il soggetto può continuare la sua attività
lavorativa e si evitano le spese relative alla degenza.
Il ricovero ospedaliero è necessario quando si presentano complicanze
di tipo psichiatrico (psicosi, depressione) o di altro genere (convulsioni,
aritmie, etc.) che pongono il paziente in una condizione di rischio
per la vita. Il ricovero trova indicazione anche nei casi in cui la
persistenza del soggetto in un ambiente fortemente tossicomanigeno (amici
tossicodipendenti, attività di spaccio) o l'estrema sensibilità
al richiamo della cocaina rendono nulli gli sforzi compiuti ambulatorialmente.
In tal caso, un ricovero può servire ad interrompere quel circolo
vizioso generato dalla mancata percezione delle conseguenze negative
associate all'uso della cocaina.
Frequentemente l'entità dell'astinenza da cocaina è tale
da non richiedere alcun trattamento medico. Altre volte la presenza
o persistenza d'ansia o disforia durante l'astinenza può rappresentare
un problema, e spingere il paziente a cercare nuovamente la cocaina.
Per il trattamento di questi sintomi vengono solitamente utilizzate
le benzodiazepine a lunga emivita.
Molto spesso i pazienti fanno ricorso alle benzodiazepine già
durante la fase di intossicazione, o anche ad altre sostanze come alcol
ed oppiacei, allo scopo di ridurre la disforia. L'uso delle benzodiazepine
è particolarmente raccomandato nei casi di astinenza da poliabuso
(alcol, barbiturici, benzodiazepine e cocaina).
In generale bisogna considerare che un'evoluzione probabile dell'astinenza
da cocaina è verso la ricaduta, perciò ogni trattamento
medico che aiuta a migliorare la sintomatologia astinenziale, craving
in primo luogo, dovrebbe migliorare enormemente la prognosi. Tuttavia,
dobbiamo onestamente riconoscere che non possediamo a tutt'oggi un armamentario
terapeutico di provata efficacia.
La bromocriptina, un agonista dei recettori alla dopamina, a dosi di
2-10 mg può essere utile per ridurre il craving. Questa
molecola agisce durante l'astinenza anche come antidepressivo, migliorando
il tono dell'umore che di solito si presenta depresso in caso di crash
da cocaina (23) ed agisce anche sulle alterazioni
causate dalla cocaina sugli ormoni sessuali, prolattina in particolare.
Anche l'amantadina, un agonista dopaminergico indiretto, è stata
proposta per la riduzione del craving, ma la sua utilità
non è stata confermata (24).
La somministrazione di flupentixolo decanoato, alla dose di 10-20 mg,
si è dimostrata di una qualche utilità nella terapia dei
sintomi astinenziali da crack, in un piccolo studio in aperto (25).
Si tratta di un farmaco antipsicotico capace a basse dosi di bloccare
preferenzialmente i recettori D1 presinaptici (autorecettori della dopamina)
e di svolgere la sua azione già dopo circa tre giorni di terapia.
Dato lo stato di incertezza esistente circa il livello di efficacia
dei singoli farmaci sperimentati, l'approccio clinico al paziente è
bene che sia guidato non solo dal razionale scientifico sotteso ad ogni
trattamento, ma anche dal buon senso.
Indipendentemente dall'approccio farmacologico prescelto, è bene
che l'astinenza da cocaina venga gestita in un contesto di per sé
protettivo rispetto all'uso della sostanza. In questa fase il paziente
è particolarmente sensibile al richiamo della sostanza, per questo
non solo la disponibilità della stessa, ma anche una quantità
di stimoli ad essa associati (vista di siringhe, lacci, accendini, frequentazione
di amici del "giro", contrasti familiari, problemi lavorativi,
etc.) possono spingere il paziente verso la ricaduta. La valutazione
complessiva della singola situazione e delle risorse disponibili faranno
propendere per un ricovero ospedaliero o in una struttura residenziale
comunitaria di pronta accoglienza o ancora, per un trattamento ambulatoriale.
9. TRATTAMENTO DELL'INTOSSICAZIONE
Un dosaggio elevato di cocaina produce tachicardia, ipertensione, ipertermia,
midriasi. Può comparire anche agitazione, aggressività,
stato confusionale, convulsioni, aritmie, infarto cardiaco, polmonare,
cerebrale.
Spesso il primo obiettivo del trattamento è di sedare il paziente.
Sebbene, in considerazione dell'azione di stimolo della funzione dopaminergica
esercitato dalla cocaina, il farmaco d'elezione sembrerebbe essere di
tipo neurolettico, l'uso di questi farmaci va riducendosi progressivamente:
sia per la possibile ulteriore attivazione noradrenergica conseguente
al blocco dei recettori D2 periferici (che hanno un'azione inibente
il rilascio di noradrenalina), sia per il possibile peggioramento dell'eventuale
rabdomiolisi (già determinata dall'ipertermia e dalla vasocostrizione)
a causa della rigidità muscolare da essi indotta (26,
27).
La sedazione va attuata con benzodiazepine, possibilmente endovena.
Queste, come i barbiturici, sedano il paziente ed elevano la soglia
alle convulsioni. Ovviamente se la sintomatologia psichiatrica persiste
al cessare dell'effetto della cocaina, l'uso di neurolettici può
essere riconsiderato (26, 27).
L'ipertermia va affrontata con abbondanti abluzioni fredde. La somministrazione
di dantrolene non sembra avere efficacia nel prevenire fenomeni di rabdomiolisi.
Se occorre immobilizzare il paziente, è bene utilizzare teli
a rete per consentire la dispersione del calore (26,
27).
L'ipertensione da cocaina, considerata la breve emivita della sostanza,
va controllata con vasodilatatori a breve durata d'azione. Il farmaco
di prima scelta è il nitroprussiato di sodio per infusione endovenosa
(26, 27).
Per le complicanze cardiache (ischemia coronaria e/o aritmie) è
utile la trinitrina o, se necessaria, una terapia anticoagulante o fibrinolitica.
Riguardo all'uso di antiaritmici, occorre prima di intervenire stabilire
la natura dell'aritmia (di origine anossica o per l'effetto anestetico
locale della cocaina) (26, 27).
10. TERAPIA DELLA DIPENDENZA
Trattare la dipendenza da sostanze significa confrontarsi con il sintomo
cardine del disturbo: la compulsione, la pressante e spasmodica ricerca
della sostanza che costituisce l'obiettivo prioritario della vita del
paziente. Craving è il termine coniato per descrivere
il desiderio specifico per la sostanza. Maggiore sarà il craving,
maggiore sarà l'urgenza, l'impellenza del desiderio, minore sarà
la capacità di tenerlo sotto controllo e maggiore la disponibilità
a superare remore morali, sociali, legali, igieniche, etc. che ne ostacolano
la soddisfazione.
Il potenziale tossicomanigeno della cocaina è molto probabilmente
legato all'attivazione dei sistemi dopaminergico, noradrenergico e serotoninergico.
Una prima serie di farmaci è stata individuata in base alla capacità
di agire su questi sistemi. Questo razionale scientifico ha sostenuto
l'uso di bromocriptina e amantadina già trattate a proposito
dell'astinenza, ma anche di alcuni antidepressivi triciclici come desipramina
e nortriptilina (28). Entrambi questi farmaci
si sono mostrati di qualche utilità, sebbene limitata soprattutto
ai cocainomani che presentano associata una depressione. I dosaggi utilizzati
sono quelli già sperimentati per il trattamento della depressione.
Un limite importante all'uso, oltre che dall'entità dell'effetto,
sembra essere costituito dalla latenza: sia nel caso del trattamento
della depressione, sia di quello del craving per la cocaina,
è necessario attendere almeno dieci giorni perché il farmaco
cominci a funzionare.
Un secondo limite è rappresentato dalla possibile sommazione
di effetti tossici, soprattutto a livello cardiaco, nel caso di concomitante
assunzione di cocaina (1). La desipramina
infine, sembra priva di effetto per i dipendenti da cocaina che hanno
sviluppato anche la dipendenza da oppioidi e che sono in trattamento
con metadone; ciò è spiegato da un'interferenza farmacocinetica
che tende ad aumentare il livello plasmatico della desipramina oltre
il valore soglia di 200 ng/ml (28).
Il disulfiram, un farmaco utilizzato per il trattamento dell'alcolismo,
è stato recentemente sperimentato anche per la dipendenza da
cocaina in un piccolo gruppo di pazienti tossicodipendenti da oppiacei,
in terapia di mantenimento con metadone.
I pazienti sono stati suddivisi in due gruppi: uno con comorbidità
per abuso di cocaina ed alcol, l'altro per abuso di cocaina, entrambi
in terapia con metadone a mantenimento. I pazienti dello studio sono
stati trattati in doppio cieco con disulfiram e placebo per 12 settimane.
Quelli trattati con disulfiram hanno presentato una riduzione delle
dosi e della frequenza dell'uso di cocaina statisticamente significativa,
rispetto a quelli trattati con placebo. Anche il consumo d'alcol è
risultato diminuito.
L'efficacia di questo farmaco potrebbe essere giustificata con l'inibizione
dell'enzima dopamina beta-idrossilasi a livello centrale, con conseguente
aumento dei livelli di dopamina e riduzione di quelli di noradrenalina
(29).
Il disulfiram, agendo in pratica da agonista dopaminergico, sarebbe
in grado di diminuire il craving e la sensazione di "high"
prodotta dalla cocaina (30). Precedenti
studi hanno suggerito che il disulfiram potrebbe alterare gli effetti
piacevoli della cocaina portando ad una sensazione meno piacevole e
a minori effetti di rinforzo (31). È
bene ricordare comunque che l'uso concomitante delle due sostanze aumenta
la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna. Pertanto questo trattamento
è controindicato nei pazienti affetti da ipertensione e patologie
cardiache (32, 33).
La fluoxetina, un antidepressivo inibitore del reuptake della serotonina,
è stata utilizzata con qualche successo, prevalentemente di tipo
aneddotico. Anche la carbamazepina, un farmaco utilizzato come anticonvulsivante,
è stato proposto per il trattamento del cocainismo. In questo
caso l'efficacia dovrebbe essere ricondotta non solo all'innalzamento
della soglia alle convulsioni dovuta alla cocaina, ma soprattutto al
controllo della sensibilizzazione da cocaina.
Per ridurre il craving per la cocaina in pazienti con dipendenza
da eroina è stata utilizzata la buprenorfina (34).
Questo farmaco sembra combinare l'accettazione da parte del paziente
e la tolleranza crociata agli oppiacei che rendono il metadone clinicamente
efficace, con un livello di dipendenza fisica minore. Tuttavia, se in
esperimenti di autosomministrazione nell'animale si è potuto
osservare una riduzione del consumo di cocaina per effetto della buprenorfina,
i diversi trial clinici condotti nell'uomo non hanno potuto evidenziare
alcun beneficio ulteriore rispetto al metadone, sia in termini di ritenzione
in terapia, sia in termini di riduzione dell'uso di cocaina (35).
Ciò che risulta da questa breve panoramica sui farmaci utilizzabili
è che ancora ci si muove a livello di tentativi. Non possediamo
certezze, ma solo impressioni ed opinioni. D'altra parte bisogna considerare,
per fortuna, che evidenze di efficacia sostengono anche altri tipi di
intervento, sebbene anche in questo caso di entità limitata.
Fra gli approcci più accreditati ricordiamo quelli basati su
tecniche cognitivo-comportamentali del tipo contigency management
e prevenzione delle ricadute. Nel caso del contigency management
si tratta di tecniche che utilizzano stimoli gratificanti alternativi
a quelli forniti dalla cocaina, che vengono "guadagnati" dal
paziente che si astiene dall'uso della stessa. Spesso si tratta di "vaucer"
convertibili in denaro, beni o servizi (36).
Nel caso degli interventi di prevenzione della ricaduta, si tratta di
analizzare i fattori che nel singolo paziente sono associati alla ricaduta
nell'uso (emozioni sgradevoli, emozioni positive, conflitti familiari,
disponibilità di denaro, etc.) e trovare soluzioni alternative
all'uso di cocaina.
A tutt'oggi, lo stato dell'arte del trattamento a lungo termine del
cocainismo è tale da prevedere l'associazione di tecniche comportamentali,
riabilitative e farmacologiche dipendenti più dalla preferenza
individuale del terapeuta che dalla dimostrata evidenza di superiorità.
11. PROSPETTIVE FUTURE
Il trattamento dell'abuso di cocaina rappresenta attualmente un campo
aperto per la sperimentazione farmacologica. A differenza di altre forme
di dipendenza, come eroinismo o anche alcolismo, nel caso della cocaina,
i vari farmaci utilizzati hanno mostrato, al massimo, un'efficacia modesta.
Tuttavia alcune linee di ricerca sembrano promettenti e tali da indurre
ad un cauto ottimismo circa le prospettive future.
Un approccio terapeutico alternativo potrebbe essere quello di agire
sulla farmacocinetica della cocaina, piuttosto che interferire con la
funzione dei recettori ai quali si lega. Si eviterebbe in questo modo
di alterare un complesso equilibrio tra recettori e neurotrasmettitori
endogeni. Due possibili strumenti terapeutici in tal senso, sono costituiti
da un vaccino contro la cocaina e dall'uso di enzimi capaci di accelerare
l'eliminazione di tale sostanza dall'organismo. Per quanto riguarda
il vaccino, ricordiamo che la molecola della cocaina non possiede proprietà
immunogene. Perché il sistema immunitario possa reagire con la
produzione di anticorpi specifici è necessario un legame covalente
con una molecola proteica.
Il vaccino in ultima analisi è costituito proprio da una proteina
in grado di legare la cocaina. Il complesso cocaina-proteina trasportatrice
avrebbe una doppia funzione: sia stimolare i linfociti T (T-helper)
a produrre fattori che stimolano la produzione di anticorpi, sia consentire
la reazione crociata della cocaina con le immunoglobuline espresse sulla
superficie dei linfociti B attivandoli nella creazione di anticorpi
specifici anti-cocaina (37, 38).
Il meccanismo d'azione di questi anticorpi legati alla cocaina, sembra
dipendere esclusivamente dall'ingombro sterico, poiché l'immunocomplesso
è troppo grande per attraversare la barriera ematoencefalica
(39; 40). E' verosimile
che egli anticorpi non siano sufficienti a neutralizzare tutta la cocaina
assunta, ma gli studi preclinici sembrano indicare che la riduzione
della quantità di cocaina in grado di attraversare la barriera
ematoencefalica possa essere sufficiente a ridurre drasticamente il
"rush" che accompagna l'effetto della sostanza e quindi la
sua appetibilità (38).
Un probabile limite alla terapia è rappresentato dal tempo di
necessario perché la cocaina assunta si leghi ai suoi anticorpi.
Per alcune vie di somministrazione, come quella endovenosa o inalatoria,
è possibile che il lasso di tempo intercorrente fra l'assunzione
della sostanza ed il suo arrivo al cervello sia troppo breve per consentire
un'adeguata neutralizzazione dell'effetto. D'altra parte, lo stesso
paziente potrebbe, come è stato dimostrato per gli oppiacei,
superare la protezione anticorpale aumentando la dose di cocaina assunta;
cioè la concentrazione della quota non legata agli anticorpi
e quindi in grado di raggiungere il cervello (40).
Un'alternativa farmacologica, potrebbe essere quella di agire direttamente
sulla molecola della cocaina, facilitandone l'eliminazione dall'organismo.
Questo effetto può essere ottenuto mediante la somministrazione
di un enzima capace di accelerare il metabolismo della cocaina, riducendone
quindi gli effetti.
La principale via metabolica per la cocaina nei primati è rappresentata
dall'idrolisi, che da origine a due metaboliti: la benzoilecgonina e
l'ecgonina-metil-estere. Gli enzimi più importanti che nell'uomo
metabolizzano la cocaina sono due carbossilesterasi epatiche e la butirrilcolinesterasi.
Partendo da alcune osservazioni cliniche, è stata dimostrata
una correlazione inversa tra la gravità dei sintomi acuti provocati
dalla cocaina (ischemia e convulsioni) e l'attività' della butirrocolinesterasi
plasmatica. L'aumento della butirrocolinesterasi nel plasma ha come
conseguenza l'aumento dei metaboliti della cocaina, in particolare della
ecgonina-metil-estere. Questo metabolita della cocaina sembra essere
il meno attivo farmacologicamente e possedere addirittura un'azione
vasodilatatoria. Si potrebbe quindi pensare al possibile uso della butirrocolinesterasi
come trattamento dell'abuso e dipendenza da cocaina.
Dati i presupposti esistenti, la sostanza dovrebbe essere non solo priva
di tossicità, ma addirittura protettiva nei confronti degli effetti
tossici della cocaina, della quale potrebbe antagonizzare l'effetto
vasocostrittore.
Nel trattamento d'emergenza la somministrazione endovenosa dell'enzima
potrebbe ridurre la durata d'azione della cocaina. Nel trattamento cronico,
la riduzione degli effetti gratificanti potrebbe contribuire all'estinzione
del comportamento di ricerca e d'uso della sostanza stessa (41;
42; 43). A tal proposito di
notevole interesse l'osservazione che l'attività esterasica a
carico della cocaina può essere svolta da anticorpi monoclonali
sviluppati verso l'intermedio tetraedico che si forma in corso della
sua idrolisi (44). Gli studi sin'ora condotti
hanno dimostrato che uno di tali anticorpi è in grado di proteggere
per circa 48 ore il ratto dagli effetti letali acuti della cocaina (45).
Un'ulteriore possibilità futura nella terapia dell'abuso di cocaina,
sembra essere offerta dal baclofen. Il baclofen, un agonista del recettore
GABA B, sembra capace di inibire il rilascio dei neurotrasmettitori
coinvolti nel comportamento d'abuso e dipendenza (dopamina, noradrenalina,
serotonina e glutammato) (46, 47),
e per queste caratteristiche può rappresentare una promettente
risorsa farmacologica nella tossicodipendenza da cocaina. Gli studi
sull'animale sono indicativi dell'efficacia del farmaco sul craving
(48). Uno studio preliminare sull'uomo
sembra confermare i risultati ottenuti sull'animale (48).
Tuttavia, non è chiaro se l'effetto del farmaco sia da attribuire
ad una specifica attività anti-craving o ad un effetto
ansiolitico più generale (48; 49).
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