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SISTEMATICA Elenco
dei lavori disponibili
Farmacotossicologia dell'Ecstasy
Paolo Nencini
Istituto di Farmacologia Medica e Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico Umberto
I - Roma
Indice
- Introduzione
- Farmacologia
- Potenzialità d'abuso
- Eventi avversi
- Microclima e tossicità da ecstasy
- Terapia
- Bibliografia
N.B.: nella sezione Novità dalla letteratura è
inoltre consultabile il lavoro: Farmacotossicologia
dell'Ecstasy: un aggiornamento dalla letteratura del 2000
1. Introduzione
Universalmente nota con il nome di Ecstasy, la metilendiossimetanfetamina,
in sigla MDMA, è un derivato della metanfetamina il cui consumo
nei paesi a più alto sviluppo economico è in continuo
aumento dagli inizi degli anni ottanta (Peroutka, 1987; Randall, 1992;
Solowij et al, 1992; EMCDDA, 1996). Varie ragioni possono spiegare la
recente fortuna dell'ecstasy, non ultima la facilità di
sintesi chimica del composto con conseguente proliferare di laboratori
clandestini di difficile individuazione. Certamente determinante è
stato tuttavia il rapido diffondersi di contesti dove gli effetti dell'ecstasy
sono particolarmente ricercati, le discoteche e i cosiddetti rave-parties
(Forsyth, 1996; Forsyth et al., 1997). Infatti, le peculiari differenze
nell'attività farmacologica dell'MDMA rispetto agli altri termini
della serie fenetilaminica rendono conto abbastanza bene del suo uso
nelle discoteche, dove invece meno interesse suscitano altre anfetamine.
In sintesi, tali differenze consistono nella prevalente stimolazione
psicocomportamentale indotta dalla d-anfetamina e nelle più
marcate modificazioni affettivo-sensoriali causate dall'assunzione di
ecstasy (per rassegne, vedi Green et al., 1995; Steele et al.,
1994). Gli effetti dell'ecstasy riassunti in tabella
1 giustificano la sua reputazione di social enhancer e di
introspective, emotional, spiritual arouser (Solowij et al., 1992)
che hanno portato persino a teorizzarne l'uso per facilitare procedure
psicoanalitiche (Grinspoon & Bakalar, 1986). Nelle discoteche e
nei cosiddetti rave parties gli effetti dell'ecstasy vengono
poi esaltati dall'intensa stimolazione sensoriale prodotta dalla musica
ritmata e dalle luci psichedeliche. Non è quindi impropria la
definizione di designer drug attribuita all'ecstasy,
nè è sorprendente che la frequentazione di discoteche
e la preferenza per la house-techno music siano forti predittori
dell'uso di ecstasy tra gli adolescenti (Pedersen and Skrondal,
1999). Incidentalmente, l'adattamento ad un particolare contesto d'uso
degli effetti dell'MDMA ridimensiona la questione dell'adulterazione
dei preparati presuntivamente contenenti ecstasy. Infatti, sebbene
le indagini analitiche condotte su materiali sequestrati frequentemente
evidenzino la presenza di altre sostanze ad azione psicoattiva, di natura
anfetaminica e non (Giroud et al., 1997), resta il fatto che gli effetti
ricercati sono massimamente ottenuti con l'assunzione di MDMA.
2. Farmacologia
Accomunati dalla capacità di interferire con i processi di
accumulo di neurotrasmettitori monoaminici (noradrenalina, dopamina
e serotonina) nelle terminazioni neuronali, i composti anfetaminici
si differenziano tra di loro in termini di selettività nello
svolgere tali effetti (Seiden et al., 1993). In particolare, i metilendiossi-derivati
delle anfetamine, e in particolare l'MDMA, massimamente l'MDMA, differiscono
dai loro analoghi per la maggiore propensione alla liberazione della
serotonina rispetto a quella della dopamina e della noradrenalina (Johnson
et al., 1986 and 1991; White et al., 1996) . In che misura questa selettività
d'azione a carico del sistema serotoninergico sia responsabile degli
effetti affettivo-sensoriali dell'MDMA non è chiaro. E' tuttavia
noto che tra i farmaci allucinogeni prevalgono quelli a meccanismo d'azione
serotoninergico (Feldman et al., 1997) e non è certo un caso
che gli effetti dell'ecstasy si pongano a ponte tra quelli dell'anfetamina
e quelli degli allucinogeni (tabella 1).
La farmacologia dell'ecstasy non si limita alle manifestazioni
psicocomportamentali, avendo il farmaco importanti effetti neurovegetativi.
In particolare, alle dosi usualmente assunte (75-125 mg), l'MDMA aumenta
la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca, induce midriasi e incrementa
i livelli plasmatici di cortisolo e prolattina (Vollenweider et al.
1998; Mas et al., 1999). Gli episodi ipertensivi mostrano una durata
di circa due ore con un massimo a 90 minuti dopo l'assunzione. L'emivita
plasmatica conseguente all'assunzione di dosi di 75 e 125 mg è
di circa 8 ore, più breve quindi di quella del composto progenitore
metanfetamina, che è di 10-12 ore.
3. Potenzialità d'abuso
Se si adottano i criteri oggettivi di apprezzamento dello stato di
dipendenza indicati, ad esempio, dal DSM-IV, si osserva che le capacità
delle anfetamine di indurre dipendenza siano in genere modeste rispetto
a droghe maggiori, quali l'eroina e la cocaina, anche se risultano amplificate
con il passaggio da vie "lente" (orale e nasale) a vie "rapide" (endovena
e inalatoria) di assunzione (Churchill et al., 1993; Darke et al., 1994).
Di ancor più modesta entità appare la capacità
dell'MDMA di indurre dipendenza. Le basse potenzialità tossicomanigene
della molecola sono ulteriormente frenate da fattori che ostacolano
lo sviluppo della dipendenza. In primo luogo, il consumo di ecstasy
è fortemente legato a contesti di socializzazione temporalmente
circoscritti e al di fuori dei quali la sostanza non sembra essere apprezzata.
In secondo luogo l'ecstasy è tutt'ora consumata esclusivamente
per via orale e quindi per una via di assorbimento che, nel caso delle
anfetamine, non permette l'acquisizione dello stato di dipendenza.
Queste considerazioni non autorizzano tuttavia a sottrarre l'ecstasy
alla famiglia delle sostanze d'abuso a cui essa appartiene a pieno titolo.
Ne costituisce evidenza il fatto che la sua assunzione si inserisce
nella cosiddetta scala di Guttman che descrive l'iniziazione a tappe
della tossicodipendenza. Nell'adolescente, infatti, è stato osservato
che la sperimentazione dell'ecstasy è statisticamente
preceduta da quella del tabacco, degli alcolici, della cannabis
e, spesso, delle altre anfetamine (Pedersen & Skrondal, 1999). Inoltre,
il consumo di ecstasy è più frequente tra quei
ragazzi che non vivono con entrambi i genitori biologici e in quelli
nelle cui famiglie vi sono esempi di consumo di alcolici o di altre
sostanze psicotrope d'abuso (Pedersen & Skrondal, 1999). Come è
noto, queste situazioni ambientali costituiscono fattore di rischio
per lo sviluppo di dipendenza da droghe maggiori.
4. Eventi avversi
L'assunzione di ecstasy si accompagna all'insorgenza di effetti
collaterali che, come mostra la tabella 2, di nuovo
si differenziano sia da quelli esibiti dall'anfetamina che da quelli
causati dagli allucinogeni. E' stato suggerito che l'intensità
degli effetti collaterali dell'ecstasy tenda ad aumentare con
la cronicizzazione dell'uso, limitando così ulteriormente lo
sviluppo della dipendenza (Solowij et al., 1992).
Intossicazione acuta
In confronto con quanto avviene con le droghe maggiori, gli episodi
di intossicazione acuta da ecstasy che pervengono all'osservazione
sanitaria sono infrequenti e, parimenti, l'ecstasy sembra contribuire
in maniera alquanto marginale al lugubre conteggio dei morti per droga.
Tra il 1988 e il 1996 52 decessi sono stati riferiti ad intossicazione
acuta da MDMA in Gran Bretagna (Editorial, 1996). Dati più recenti
confermano la minor incidenza di morti da ecstasy rispetto all'eroina,
ma anche la notevole incertezza nelle stime. Infatti ogni 10 mila consumatori
di età compresa tra i 15 e i 24 anni il tasso di mortalità
da ecstasy varierebbe da 0.2 a 5.3 mentre quello da eroina da
9.1 a 81.5 (Gore, 1999).
Nel quadro clinico della intossicazione acuta da ecstasy di particolare
rilievo è l'ipertermia, associata o meno a rabdomiolisi, la quale
a sua volta è causa di insufficienza renale acuta (Cunningham,
1997). Convulsioni, tachiaritmie, edema polmonare acuto e coagulazione
intravasale disseminata completano sovente il quadro tossicologico (Dowling,
et al., 1987; Henry, 1992; Cooper & Egleston, 1997). Il progredire
della cosiddetta insufficienza multiorgano (multi organ failure:
MOF) caratterizza il decorso fatale della intossicazione acuta (Walubo
& Seger, 1999).
Il fegato costituisce un ulteriore bersaglio della tossicità
acuta dell'MDMA, come dimostrato dalle segnalazioni di insufficienza
epatica di grado anche assai severo associata all'assunzione di ecstasy
(Ellis et al., 1996; Jones & Simpson, 1999). Una recente casistica
spagnola ha attribuito all'ecstasy il 31% dei casi di insufficienza
epatica acuta da xenobiotici (Andreu et al., 1998). Vacuolizzazione
lipidica, fibrosi e necrosi sono i reperti istopatologici riportati
(Khakoo et al., 1995; Milroy et al., 1996;. Il meccanismo, o i meccanismi,
implicati non sono noti. E' tuttavia importante osservare che l'epatopatia
può svilupparsi in assenza di altre manifestazioni tossiche acute
da ecstasy, nè è sempre associata ad ipertermia
(Milroy et al., 1996). Un recente studio ha posto in luce un meccanismo
di stress ossidativo nella patogenesi della fibrosi epatica da ecstasy.
La deplezione di glutatione e la produzione di acqua ossigenata aumenta
infatti la capacità dell'ecstasy di indurre la sintesi
in vitro di collagene da parte delle cellule stellari epatiche (Varela-Rey
et al., 1999).
L'aspetto idiosincrasico dell'intossicazione acuta da ecstasy
è suggerito dall'apparente mancanza di relazione tra le manifestazioni
tossiche e la dose assunta. Una sua possibile spiegazione si fonda sulla
costatazione che il metabolismo del farmaco è svolto dal citocromo
P450 2D6 (debrisochina-4-idrossilasi)( Tucker et al., 1994; Lin et al.,
1997), un enzima carente nel 5-9 % dei soggetti di origine caucasica
(Gonzalez & Meyer, 1991). Si ritiene pertanto che in questi soggetti
dosi "normali" di MDMA generino livelli plasmatici di farmaco inappropriatamente
elevati (Green et al., 1995). Questa interpretazione è ulteriormente
sostenuta dalle recenti osservazioni che la tossicità dell'MDMA
è potenziata dagli inibitori delle proteasi dell'HIV-1 (Harrington
et al., 1999; Henry et al., 1998). Tale potenziamento sarebbe da attribuirsi
al fatto che questi preziosi chemioterapici antivirali sono dei potenti
inibitori del citocromo P450.
È inoltre importante sottolineare il ruolo dei fattori ambientali
nel determinare l'evoluzione del quadro tossico da MDMA. L'elevata temperatura
di ambienti sovraffollati e la perdita di liquidi causata dall'intensa
attività fisica svolta in tali condizioni svolgerebbero un ruolo
facilitatorio nei riguardi delle manifestazioni dell'intossicazione
acuta e cronica da MDMA (vedi oltre).
Teratogenesi
La possibilità che l'ecstasy possegga effetti teratogeni
è stata a lungo trascurata, vuoi per la limitatezza dei dati
disponibili, vuoi per l'asserita scarsa incidenza di tali effetti con
le più tradizionali anfetamine (Pressinger, 1996). E' quindi
di grande interesse un recente studio inglese che suggerisce una significativa
prevalenza di anomalie cardiache (difetti settali) e muscoloscheletrici
(piede equino) in bambini prenatalmente esposti all'ecstasy.
Questi risultati debbono essere tuttavia presi con grande cautela, stante
il relativamente esiguo numero di casi osservati (136 gravidanze) (McElhatton,
1999).
Neurotossicità
Approfonditi studi condotti sulle specie infraumane hanno dimostrato
che le anfetamine causano degenerazione delle terminazioni nervose su
cui esercitano l'azione rilasciante (Seiden & Sabol, 1996; Gibb
et al., 1997). La lesione è limitata alle terminazioni dopaminergiche
nel caso della esposizione a d-anfetamina, quelle serotoninergiche
sono elettivamente lese dall'MDMA, mentre la metanfetamina esercita
l'azione neurotossica su entrambi i tipi di terminazione. Uno stress
ossidativo fonte di danno di membrana è il meccanismo più
probabile di tali lesioni. Nel caso dell'ecstasy lo stress ossidativo
sarebbe innescato dalla capacità della sostanza di prevenire
la formazione dei depositi di serotonina nelle terminazioni sinaptiche.
Ciò provocherebbe il mantenimento in permanente stato di attivazione
dei sistemi di trasporto vescicolari e presinaptici del neurotrasmettitore
coinvolto. Ne risulterebbe un deficit energetico, testimoniato dal rapido
depauperamento delle scorte gliali di glicogeno, con conseguente impossibilità
da parte della terminazione di provvedere a processi di regolazione
omeostatica, quali la prevenzione dello stress ossidativo, appunto,
ma anche il mantenimento dei gradienti ionici transmembrana e la compartimentalizzazione
intracellulare dello ione calcio (Huether et al., 1997). In alternativa,
la lesione delle terminazioni serotoninergiche potrebbe essere conseguenza
della formazione di radicali liberi formatisi per l'innappropriata captazione
di dopamina da parte di tali terminazioni (Sprague et al., 1998).
L'apparente irreversibilità delle lesioni nervose da ecstasy
sono oggetto di approfondite ricerche. Di particolare rilievo sono i
risultati di un recente studio che, nella scimmia, ha protratto a sette
anni l'osservazione delle conseguenze neuroanatomiche dell'esposizione
subcronica all'ecstasy (otto dosi in quattro giorni) (Hatzidimitriou
et al., 1999). I cervelli di questi animali hanno mostrato infatti una
anormale innervazione serotoninergica con una marcata riduzione della
densità di assoni serotoninergici in aree quali la neocorteccia,
l'ippocampo e lo striato, associata ad un aumento di tale densità
nel globo pallido e in alcuni nuclei talamici. Pressocchè immodificata
appariva invece la densità assonale serotoninergica nell'ipotalamo
e nella maggior parte delle regioni limbiche.
Sfortunatamente, le osservazioni sin'ora condotte nell'uomo hanno
prodotto risultati assimilabili a quelli ottenuti nelle specie infraumane.
L'uso della tomografia a emissione di positroni (PET) ha evidenziato
infatti una ridotta densità del trasportatore della serotonina
e della captazione del glucosio in varie aree cerebrali di consumatori
pregressi di ecstasy (McCann et al., 1999; Obroki et al., 1999).
Per quanto riguarda le eventuali conseguenze funzionali di tali lesioni,
l'utilizzo della elettroencefalografia a 128 canali, la cui risoluzione
spaziale è ritenuta prossima a quella della PET, ha permesso
di evidenziare in giovani consumatori di MDMA un aumento dell'attività
ad alta frequenza (alfa e beta) e di diminuzione dell'attività
a bassa frequenza (delta). Poichè tali fenomeni sono tipicamente
osservati nell'età avanzata, gli autori suggeriscono che l'aumento
dell'attività alfa sia connesso con una riduzione dell'attività
corticale secondario agli effetti neurotossici dell'ecstasy (Dafters
et al., 1999). Resta da accertare in che misura queste alterazioni si
correlino con i deficit di memoria ripetutamente osservati nei giovani
consumatori di MDMA (Bolla et al., 1998; McCann et al., 1999a; Morgan,
1999). Meglio correlabili con le lesioni del sistema serotoninergico
sono le alterate risposte endocrine ed emotive a stimoli serotoninergici
osservate nei consumatori di ecstasy. L'aumento delle concentrazioni
di prolattina e di cortisolo indotto dalla somministrazione di fenfluramina
è, ad esempio, meno marcato in tali consumatori (Gerra et al.,
1998). Dato confermato in un più recente studio in cui i soggetti
ricevevano l'agonista serotoninergico mCPP (McCann et al., 1999b). In
quest'ultimo studio è stata osservata anche una ridotta espressione
degli effetti emotivi (preoccupazione, tristezza o, addirittura, attacchi
di panico) indotti dal mCPP. Completa la costellazione di possibili
conseguenze psicocomportamentali dell'esposizione all'ecstasy l'aumentata
impulsività (Morgan, 1998) e gli episodi depressivi infrasettimanali
(Parrott & Lasky, 1998).
L'ipotesi che un caso di parkinsonismo giovanile fosse attribuibile
ad una pregressa ed occasionale assunzione di ecstasy (Mintzer
et al., 1999) è stata assai enfatizzata dai mezzi di informazione
di massa ma è stata accolta con notevole scetticismo negli ambienti
scientifici (Sewell and Cozzi, 1999; Baggott et al., 1999).
5. Microclima e tossicità da ecstasy
L'azione incrementale svolta dagli ambienti surriscaldati sulla attività
farmaco-tossicologica delle sostanze ad azione psicoattiva in generale
e delle anfetamine in particolare è stata oggetto della curiosità
scientifica non solo dei farmacologi, ma anche degli etnografi. Il costume
di assumere droghe in ambienti surriscaldati è stato infatti
ripetutamente descritto in differenti contesti magico-religiosi, e più
propriamente laddove il cosiddetto "calore magico" è
ritenuto mezzo di comunicazione con il sovramondano (Eliade, 1954 &
1964). Parimenti di interesse etnofarmacologico, ma, in questo caso,
con fini meramente ricreativi e di socializzazione, è l'uso di
masticare le foglie di Catha edulis, il cosiddetto khat, in ambienti
surriscaldati. Il fatto che il khat contenga composti anfetamino-simili
(catinone e catina) ben si accorda con tale uso (Nencini & Mohamed,
1989). La letteratura farmaco-tossicologica ha infatti ripetutamente
sostenuto che un aumento della temperatura ambientale potenzia gli effetti
dei composti anfetaminici. A tale aumento è stato, ad esempio,
attribuita l'osservazione che l'affollamento (aumento del numero di
topi per gabbia) riduce la soglia di letalità delle anfetamine
(Chance, 1946; Craig & Kupferberg, 1972).
Più recenti studi hanno permesso di comprendere alcuni aspetti
fondamentali dell'interazione tra anfetamine e temperatura ambientale.
E' stato così dimostrato che il rilascio di neurotrasmettitore
da parte delle anfetamine è facilitato da un aumento della temperatura
ambientale (Sabol & Seiden, 1998; Clausing et al., 1995; Malberg
& Seiden, 1999). Di particolare rilievo è il dato, ripetutamente
confermato, del potenziamento dell'azione neurotossica delle anfetamine
ad opera di incrementi anche modesti di temperatura (Kuperman et al.,
1997; Miller & O'Callaghan, 1995). Nel caso specifico dell' MDMA,
è stato osservato che alla temperatura di 26-30 °C, ma non a
quella di 20-24 °C, dosi relativamente elevate (20-40 mg/kg) producono
diffuse lesioni delle terminazioni serotoninergiche nella corteccia
e nello striato (Malberg & Seiden, 1999). Tenuto conto che l'ipertermia
facilita la formazione di radicali liberi (Globus et al., 1995; Kil
et al., 1996), appare comprensibile che il danno neuronale sia potenziato
dall'aumento di temperatura e, al contrario, ridotto dall'induzione
dell'ipotermia (Colado et al., 1999).
D'altro canto, le anfetamine sono ben note per i loro effetti assai
complessi sulla termoregolazione, provocando in genere ipertermia (Bushnell
& Gordon, 1987; Mohaghegh et al., 1997), ma in particolari condizioni
sperimentali anche ipotermia (Yehuda et al., 1981). Nel caso dell'MDMA,
si è ritenuto che l'ipertermia, sovente presente nell'intossicato
acuto da ecstasy, fosse parte integrante della cosiddetta sindrome
serotoninergica, tipicamente causata da sovraccarico di attivatori del
sistema serotoninergico in corso di terapia antidepressiva e apparentemente
connessa ad una eccessiva stimolazione dei recettori 5-HT1A
(Green et al., 1995). Più recenti studi hanno tuttavia dimostrato
che in realtà, almeno nel ratto, l'MDMA rende il soggetto poichilotermico,
bloccando con meccanismo non noto la termoregolazione (Malberg &
Seiden, 1998). Pertanto, l'ipertermia da MDMA si svilupperebbe esclusivamente
in ambienti surriscaldati, mentre in quelli freddi è da attendersi
una risposta ipotermica all'ecstasy. L'importanza pratica di
questa osservazione consiste nel fatto che una adeguata climatizzazione
degli ambienti di consumo dell'ecstasy ne potrebbe limitare considerevolmente
la tossicità acuta e cronica.
6. Terapia
Alla luce di quanto esposto, l'assenza di una componente fisica nello
stato di dipendenza orienta il trattamento di divezzamento dall'ecstasy
o dalle altre anfetamine verso un approccio psicosociale finalizzato
ad una svalutazione del prestigio della sostanza d'abuso.
Nel caso di intossicazione acuta, oltre la gastrolusi, particolarmente
efficace se praticata entro un'ora dalla ingestione, la terapia è
largamente sintomatica. In caso di agitazione psicomotoria o di convulsioni,
ci si rivolge alle benzodiazepine. La crisi ipertensiva è controllata
con nitroprussiato sodico. Le aritmie sopraventricolari sono trattate,
solo in caso di deficit emodinamico, con verapamil o propranololo, mentre
quelle ventricolari con lidocaina. Il dantrolene si associa ai presidi
fisici in caso di ipertermia.
Se l'astensione dall'uso è ovviamente l'unica misura realmente
efficace nel prevenire le sequele neurologiche dell'esposizione all'ecstasy,
interventi sul microambiente di consumo ne potrebbero comunque ridurre
l'impatto. Sulla base di quanto esposto precedentemente, appaiono quindi
assai appropriati sia il suggerimento di controllare la temperatura
e il tasso di umidità nelle discoteche sia il consiglio agli
eventuali consumatori di ecstasy di mantenere ottimali condizioni
di idratazione
Paolo Nencini
Istituto di Farmacologia Medica e Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico Umberto
I
00185 Roma
e-mail nencini@axrma.uniroma1.it
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Tabella 1: confronto degli effetti psicologici riferiti
da soggetti che avevano assunto, rispettivamente, ecstasy,
anfetamine e allucinogeni. Gli effetti sono disposti in ordine
di frequenza e l'asterisco indica quali degli effetti sono stati
statisticamente più frequenti in una categoria di farmaci
rispetto alle altre due (da Solowij et al., 1992).
|
|
Ecstasy
|
Anfetamine
|
Allucinogeni
|
|
Loquace
|
Vigoroso
|
Idee inconsuete
|
|
Di ampie vedute
|
Loquace
|
Di ampie vedute
|
|
Senso di intimità con il prossimo*
|
Vigile*
|
Illuminato
|
|
Contento*
|
Fiducioso
|
Perspicace
|
|
Affabile*
|
Lucido
|
Inquieto
|
|
Comprensivo*
|
Attento
|
Comprensivo
|
|
Sensuale*
|
Aumentata autostima
|
Vigoroso
|
|
Euforico*
|
Di ampie vedute
|
Affabile
|
|
Fiducioso
|
Affabile
|
Loquace
|
|
Spensierato
|
Comprensivo
|
Contento
|
|
Tabella 2: confronto dei dieci più frequenti effetti
collaterali causati da ecstasy, anfetamine e allucinogeni
(da Solowij et al., 1992).
|
|
Ecstasy
|
Anfetamine
|
Allucinogeni
|
|
Anoressia
|
Anoressia
|
Illusioni visive
|
|
Xerostomia
|
Insonnia
|
Allucinazioni visive
|
|
Tachicardia
|
Tachicardia
|
Anoressia
|
|
Trisma
|
Trisma
|
Insonnia
|
|
Insonnia
|
Bruxismo
|
Confusione
|
|
Bruxismo
|
Xerostomia
|
Scarsa concentrazione
|
|
Poichilotermia
|
Palpitazioni
|
Allucinazioni uditive
|
|
Diaforesi
|
Irritabilità
|
Ansia
|
|
Scarsa concentrazione
|
Urgenza a urinare
|
Instabilità emotiva
|
|
Urgenza a urinare
|
Tremori
|
Tachicardia
|
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