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ATTI DELLE GIORNATE DELLA SITOX
Elenco dei lavori
disponibili
I farmaci anticraving: speranze e realtà
Paolo Nencini
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia "V.Erspamer"
e Servizio Speciale Antidroga, Policlinico Umberto I, Università
di Roma "La Sapienza", P.le A. Moro 5, 00185 Roma
Indice
- Craving and anticraving
- Sistematica dei farmaci anticraving
- Conclusioni
- Bibliografia
1. Craving and anticraving
1.1. Definizione di craving
L'uso del termine craving in medicina
della tossicodipendenze è stato a lungo scoraggiato per la difficoltà
a trovarne una definizione univoca. Infatti, più che un termine
scientifico atto a definire in maniera circoscritta un fenomeno, craving
è una parola carica di valenza emotiva riguardante una apparente
eccessività motivazionale. Forse proprio per questa sua vaghezza
di contenuto, la parola craving ha finito per imporsi, costringendo
gli organismi regolatori a trovarne una definizione il più possibile
univoca (Markou et al., 1993). Tale definizione, rigorosamente circoscritta
al drug craving, è la seguente: "the desire to experience
the effect(s) of a previously experienced psychoactive substance"
(UNDCP & WHO, 1992).
In questa ottica, quando riferito ad un
farmaco, l'attributo di anticraving sembrerebbe lasciare poco spazio
ad ambiguità circa il tipo di effetto farmacologico atteso dalla
sua somministrazione: la soppressione del desiderio di ripetere l'esperienza
di assunzione di una droga. Al massimo potremmo estenderne le proprietà,
nel caso volessimo adottare una definizione meno restrittiva di craving.
Se infatti affidiamo a tale parola inglese il significato di desiderio
smodato e incontrollabile verso uno stimolo di rinforzo, a sua volta
inteso come elemento dell'ambiente in grado di attivare un comportamento
di approccio verso l'elemento stesso, l'oggetto del craving può
essere rappresentato non solo dai farmaci d'abuso, ma può esserlo
anche da un cibo (Weingarten & Elston, 1990), o dal gioco d'azzardo
(Castellani & Rugle, 1995; Rozin & Stoess, 1993).
1.2. Psicobiologia dei farmaci anticraving
Un farmaco anticraving ideale dovrebbe
essere quindi capace di rimuovere la pulsione patologica verso qualsiasi
tipo di rinforzo, consentendo tuttavia di mantenere il livello fisiologico
di pulsione verso gli stimoli "naturali", quali cibo e sesso.
Una così ambiziosa prospettiva è del resto compatibile
con gli attuali modelli neuropsicobiologici di motivazione implicanti
passaggi neurotrasmettitoriali comuni nella risposta comportamentale
alla presentazione degli stimoli di rinforzo (White & Milner, 1993).
Come è ampiamente noto, i circuiti dopaminergici del sistema
mesolimbico sono stati considerati cruciali nell'attivazone di tale
risposta e pertanto patologie della motivazione, con particolare riguardo
alla tossicodipendenza, sono state ricondotte ad alterazioni di questi
circuiti (Wise, 1988; Wise & Rompre, 1989; Di Chiara, 1995). Il
problema del come tali alterazioni si sviluppano e si esprimono è
oggetto di intenso dibattito e differenti ipotesi sono state avanzate
in questi ultimi anni. Basti ricordare l'ipotesi dello sganciamento
del "volere" (wanting) dal "piacere" (licking) per
un fenomeno di selettiva sensibilizzazione comportamentale che porterebbe
il soggetto a rispondere allo stimolo senza provarne reale gratificazione
(Robinson & Berridge, 1993 e 2000). Oppure quella che riconduce
il mantenimento del comportamento d'assunzione allo sviluppo di processi
fisiologici opponenti atti a compensare gli effetti della droga, ma
tali da richiedere la costante presenza della droga stessa per mantenere
l'omeostasi fisiologica (Koob et al. 1989).
Nell'ambito di tali modelli è plausibile
l'ipotesi che farmaci inibitori del tono dopaminergico possano svolgere
la funzione di anticraving. Sfortunatamente, gli antagonisti dopaminergici
attualmente in uso sono essenzialmente rappresentati dai neurolettici,
i quali certo agiscono sulla motivazione, ma causandone una generalizzata
riduzione e di tali dimensioni da interferire pesantemente con il compimento
delle quotidiane attività. Un tipico esempio è costituito
dall'aloperidolo, che è in grado di ridurre in maniera cospicua
il craving per la cocaina nel soggetto dipendente (Berger et al., 1996),
ma a una dose (4 mg os) assai prossima a quella (5 mg e.v.) che nel
soggetto normale provoca i seguenti effetti: "
within ten
minutes a marked slowing of thinking and movement developed, along with
a profound inner restlessness. Neither subject could continue work,
and each left work for over 36 hours. Each subjects felt unable to react,
telephone or perform household tasks of their will, but could perform
these tasks if demanded to do so. There was no sleepiness or sedation;
on the contrary, both subjects complained of severe anxiety" (Belmaker
and Wald, 1977). Non è quindi un caso che la tossicodipendenza
sia generalmente considerata una controindicazione all'uso dei neurolettici
per lo stato abulico e disforico che possono causare. L'introduzione
degli antipsicotici atipici non sembra avere migliorato la situazione.
Un recente studio mostra infatti che il risperidone, un antagonista
sia serotoninergico che dopaminergico, non solo non era attivo nel bloccare
l'uso di cocaina ma era rifiutato dai pazienti per i suoi effetti collaterali
(Grabowski et al., 2000). Insomma, se gli effetti dei neurolettici in
qualche modo confermano la partecipazione di circuiti neuronali di natura
dopaminergica nei processi motivazionali, nessun farmaco antidopaminergico
è ancora riuscito a spogliare tali processi dell'esubero patologico
del craving.
In compenso un ampio ventaglio di farmaci,
agenti attraverso un altrettanto ampio ventaglio di meccanismi d'azione,
è stato proposto e sperimentato clinicamente come anticraving
(vedi tabella). Ciò sembrerebbe contraddire alla radice l'ipotesi
precedentemente accennata di un comune meccanismo (dopaminergico?) di
craving, suggerendo al contrario un mosaico neurotrasmettitoriale alla
base del disturbo. In altre parole, anche se l'output motorio della
risposta comportamentale alla presentazione dello stimolo richiede una
attivazione dopaminergica, la distorsione motivazionale del craving
troverebbe il suo sito di controllo neurobiologico in sistemi neurotrasmettitoriali
di modulazione del tono dopaminergico. Come illustrato nella tabella,
la ricerca farmacologica suggerisce di includere tra questi sistemi
l'opiatergico, il glutammatergico, il GABAergico e il serotoninergico.
1.3.Complessità del craving farmacologico
E' possibile tuttavia che le contraddizioni
all'interno dei modelli di craving svelate dalla loro verifica empirica
derivino piuttosto da una imprecisa definizione del craving stesso.
Nell'area semantica di tale termine sembrano essere infatti ricondotti
fattori sottilmente ma sostanzialmente differenti fra di loro. Un recente
studio condotto su soggetti in trattamento metadonico (Curran et al.,
1999) ha ad esempio disaggregato il craving verso l'eroina in cinque
differenti fattori:
- Anticipazione delle conseguenze positive
dell'assunzione;
- Mancanza di controllo;
- Desiderio di usare (l'eroina);
- Intenzione di usarla;
- Sollievo dall'astinenza.
L'importanza di questa disaggregazione
era sottolineata dal fatto che l'inaspettato aumento del craving per
l'eroina indotto dall'incremento di un terzo della dose giornaliera
di metadone era da ascriversi esclusivamente alla variazione nei valori
del primo (anticipazione) e dell'ultimo (sollievo) dei cinque fattori.
Altri autori, muovendosi all'interno della
Cognitive Social Learning Theory, hanno focalizzato poi l'attenzione
sul bisogno imperioso (urge), definendolo come impulso improvviso a
consumare una droga, distinguendolo dal craving, inteso come il desiderio
di sperimentare gli effetti della droga stessa. Questo desiderio costituirebbe
poi una risposta ai sintomi astinenziali, oppure sarebbe attivato da
una condizione disforica ed anedonica, o, al contrario dall'aspettativa
di una esperienza edonica, o, infine da stimoli condizionati alla droga
stessa (per una trattazione più approfondita, vedi: Lowman et
al, 2000). E' appena il caso di notare che la distinzione tra urge e
craving prodotta dalla Cognitive Social Learning Theory rassomiglia
in qualche modo a quella tra wanting and licking proposta da Robinson
e Berridge (1993 e 2000).
Negli studi sull'efficacia dei trattamenti
farmacologici della tossicodipendenza e dell'alcolismo, una così
dettagliata disamina delle componenti del craving non è in genere
svolta, la sua misura limitandosi di solito all'applicazione di una
scala per un unico fattore, i cui estremi sono ad esempio: nessuna voglia
e mai avuta tanta voglia in vita mia (Grassi et al., 2000). E' stata
tuttavia sottolineata la superiorità di un questionario costituito
da diversi domande nello svelare modifiche nel craving e ciò
per due principali motivi (Sayette et al., 2000). Se infatti tutte le
domande misurano uno stesso parametro (il craving), gli errori di misura
delle singole domande tendono ad annullarsi. Evidentemente, ancor più
importante è la molteplicità delle domande se si considera
il craving come un evento multifattoriale e quindi intrinsecamente eterogeneo.
In questo caso, è chiaro che una scala monofattoriale non potrà
che cogliere un solo aspetto del craving, mentre ad essa sfuggirà
completamente ogni modificazione, ad esempio farmacologicamente indotta,
di altre dimensioni del fenomeno.
Il punto che preme sottolineare in questa
sede è che solo di recente si è cominciato ad esaminare
in maniera sistematica quali sono gli aspetti del craving coinvolti
nell'azione dei cosiddetti farmaci anticraving. In genere, infatti,
gli studi hanno preso a misura dell'efficacia di questi farmaci la loro
capacità di ridurre il tasso di recidiva, o, comunque di assunzione
della droga in oggetto. Per inferenza, un farmaco in grado di ridurre
il consumo di una droga, senza esserne un sostituto (vedi il metadone
nel caso dell'eroina), è definito un farmaco anticraving. Il
problema è che il rapporto tra craving e comportamento di consumo
della droga è tutt'altro che lineare. Come precedentemente citato,
l'aumento della dose di metadone sembra aumentare invece che diminuire
il craving per l'eroina (Curran et al., 1999). Ben noto perchè
altamente studiato, è del resto il fenomeno del priming, dove
la somministrazione di piccole dosi di una droga o di suoi analoghi
potentemente stimola il desiderio e l'ulteriore consumo della droga
stessa (Stewart, 2000). Al contrario e forse inaspettatamente, studi
sui fumatori di tabacco suggeriscono che la prolungata astinenza porta
ad una progressiva riduzione del livello di craving (vedi: Sayette et
al., 2000).
Il fatto che ciò che chiamiamo craving
probabilmente corrisponde a diversi stati interni è ovviamente
di grande rilievo nella identificazione dei meccanismi d'azione dei
farmaci anticraving, poichè a differenti stati interni è
presumibile che corrispondano differenti processi psicobiologici. Forse
lo è meno se operazionalmente consideriamo il craving, qualunque
cosa significhi dal punto di vista psicobiologico, come una misura dell'intenzione
a continuare (o a riprendere) ad usare una droga. In effetti, sebbene
il craving non sia da considerarsi inevitabilmente associato all'uso,
questa associazione è tuttavia sostenuta da diversi studi, condotti
in particolare sui fumatori (Sayette et al., 2000). Nella stessa direzione
vanno i risultati di un recente studio nel quale l'uso di un self-report
unidimensionale (nessuna voglia - mai avuta tanta voglia in vita mia
) in soggetti eroinomani ospedalizzati e in trattamento metadonico evidenziava
più alti valori di craving all'ingresso nei soggetti che avrebbero
poi continuato ad assumere eroina (Grassi et al, in preparazione).
2. Sistematica dei farmaci anticraving
Tenendo conto di queste considerazioni,
possiamo affermare che un farmaco anticraving è in realtà
un farmaco che previene le recidive inducendo l'estinzione del comportamento
d'assunzione della droga. Poichè, seppure con i limiti precedentemente
esposti, i farmaci anticraving dovrebbero interferire con i processi
psicobiologici unificanti la risposta comportamentale al rinforzo farmacologico,
dovremmo aspettarci un loro ampio spettro d'azione. In altre parole,
lo stesso farmaco anticraving dovrebbe bloccare l'assunzione di droghe
attive attraverso differenti meccanismi d'azione. Purtroppo questa non
è la regola. E' tuttavia opportuno distinguere i farmaci anticraving
dai farmaci di sostituzione, il cui ruolo è quello di controllare
ed eventualmente estinguere lo stato di dipendenza fisica. Il metadone
nel caso dell'eroinismo e le benzodiazepine in quello dell'alcolismo
ne sono esempi paradigmatici. A tale gruppo potremmo riferire anche
il gamma-idrossibutirrato, o GHB, farmaco che gode di una certa popolarità
in Italia nella terapia dell'alcolismo e che dell'alcol condivide molte
proprietà farmacologiche (Beghe & Carpanini, 2000).
Maggiori problemi crea invece il tentare
una classificazione all'interno del gruppo dei farmaci cosiddetti anticraving.
Da quanto precedentemente esposto è evidente l'impossibilità
di raggruppare tali farmaci sulla base degli eventuali differenti aspetti
del craving su cui essi andrebbero ad agire. Una classificazione basata
sulla evidenza empirica dell'efficacia di detti farmaci nei vari tipi
di dipendenza, da alcol, da oppiacei, da cocaina, da nicotina è
certo possibile ma alquanto dispersiva. Non resta che affidarsi al sistema
neurotrasmettitoriale coinvolto dal farmaco in esame e seguirne l'attività
nelle varie forme di dipendenza.
2.1 Sistema Oppioide
Il ruolo del sistema oppiode nella attivazione
di risposte comportamentali positivamente rinforzate è ampiamente
noto. La scelta e l'ingestione del cibo, ad esempio, è finemente
regolata da meccanismi oppiatergici capaci di disinibire l'attivazione
dopaminergica del comportamento di approccio (Nencini, 1996; Vaccarino,
1996) e la motivazione prodotta dalla morfina e dal cibo è stata
definita addirittura isomorfica (Nader & van der Kooy, 1994). Un
simile controllo è esercitato anche sul comportamento sessuale
(Band & Hull, 1990; Mitchell & Stewart, 1990). Di nuovo il meccanismo
oppioide si esplica attivando il sistema dopaminergico mesocorticolimbico
e indipendentemente quindi dal controllo che su questi comportamenti
le vie opiodergiche svolgono a livello ipotalamico e ipofisario. Non
è quindi un caso che assai presto si sia tentato di utilizzare
farmaci antagonisti del sistema oppiatergico per inibire le abbuffate
di cibo caratteristiche della bulimia (Igoin-Apfelbaum & Apfelbaum,1987;
Jonas & Gold,1988) .
Il fatto che gli esiti di tali tentativi
siano risultati ampiamente insoddisfacenti (de Zwaan & Mitchell,
1992) non ha tuttavia scoraggiato la verifica dell'ipotesi che l'inibizione
del sistema oppiatergico possa invece ridurre l'appetito per le droghe.
Stante le sue caratteristiche farmacocinetiche che ne fanno un farmaco
di lunga durata d'azione, il farmaco ideale per tale valutazione è
stato il naltrexone e in effetti una larga messe di studi sono stati
condotti per verificare soprattutto la sua efficacia nel prevenire le
recidive sia dell'eroinismo, che dell'alcolismo.
2.1.1 Eroinismo
L'uso di un antagonista oppiaceo a lunga
emivita quale il naltrexone sembrerebbe essere la soluzione ideale per
condurre ad estinzione l'eroinismo. Quando il soggetto non è
più in una condizione di dipendenza fisica, la somministrazione
di un antagonista dovrebbe infatti avere come unica, ma fondamentale
conseguenza quella di impedire che l'assunzione dell'agonista causi
gli effetti farmacologici ricercati. Nella logica del comportamento
operante, se risposte (l'assunzione del farmaco) ripetutamente emesse
non sono seguite dalla presentazione dello stimolo (l'effetto farmacologico),
il comportamento di assunzione si estingue (Lattal, 1991). E' bene tuttavia
precisare che l'avvenuta estinzione non si traduce nell'instaurarsi
della refrattarietà alle recidive. Una ampia letteratura, soprattutto
sperimentale, ha dimostrato che un comportamento di autosomministrazione
entrato in una condizione di estinzione anche prolungata può
essere prontamente richiamato da stimoli di priming, quali piccole dosi
della droga stessa, ma anche stimoli condizionati alla droga ovvero
stressogeni (Stewart, 2000). Ne consegue che non ci si può attendere
che lo stato di estinzione causato dal prolungato blocco recettoriale
si traduca necessariamente nell'instaurarsi di una refrattarietà
alla recidiva.
Comunque sia, è stato calcolato
che una dose di 50 mg/die di naltrexone è in grado di bloccare
per un intero giorno gli effetti di una eventuale assunzione di 15 mg
di eroina e per 72 ore gli effetti di 25 mg se la dose di naltrexone
è di 125-150 mg. Su questa base, un tipico schema posologico
consiste nella somministrazione iniziale di 10 mg da incrementare nell'arco
di 10 giorni fino alla dose di 100 mg il lunedì e il mercoledì
e di 150 mg il venerdì. Ovviamente, l'inizio del trattamento
è subordinato alla costatata scomparsa della dipendenza fisica
da oppiacei e devono quindi trascorrere almeno cinque giorni dall'ultima
assunzione degli oppiacei stessi (vedi, ad es.: Schuckit, 2000).
Sfortunatamente il naltrexone, somministrato
secondo queste modalità, non sembra universalmente efficace nel
mantenere i soggetti in estinzione e uno studio di metanalisi ha fornito
conclusioni assai incerte circa l'efficacia del naltrexone, anche per
la mediocre qualità degli studi sin'ora condotti (Kirchmayer
et al., 2000). Come è stato recentemente affermato, "
it is probable that fewer people who are opioid dependent stay in treatment
with antagonists than remain in methadone maintenance treatment approaches"
(Shuckit, 2000, pag. 331). L'alto livello di recidive nei soggetti che
sono stati in trattamento con naltrexone è d'altronde una ulteriore
prova che l'induzione dell'estinzione non modifica la vulnerabiltà
alle recidive.
2.1.2 Alcolismo
Il razionale dell'uso di antagonisti degli
oppiacei nella prevenzione delle recidive dell'alcolismo si fonda sulle
complesse interazioni dell'alcol con i meccanismi oppiatergici (Johnson
& Ait-Daoud, 2000). Poichè la b-endorfina induce la liberazione
di dopamina nel nucleo accumbens, è certamente rilevante il fatto
che l'alcol stimoli la liberazione del peptide oppioide sia nel nucleo
accumbens che nell'area di origine dei neuroni dopaminergici ad esso
proiettanti (area tegmentale ventrale) (Gianoulakis, 1996; Rassmussen
et al, 1998; Herz, 1997). Parimenti rilevante appare l'osservazione
che nei soggetti con storia familiare di alcolismo, l'assunzione di
alcol è associata ad un aumento dose-dipendente di b-endorfina
e ad una incrementata attvità opiatergica ipotalamica (Gianoulakis,
1996; Wand et al., 1998).
Gli studi sperimentali intrapresi per validare
l'ipotesi di un coinvolgimento del sistema oppioide nell'alcolismo hanno
dimostrato che il blocco dei recettori oppiacei riduce il consumo di
alcol (Gianoulakis, 1993; Ulm et al, 1995; Herz, 1997). I primi studi
clinici hanno confermato tali risultati, mostrando che 12 settimane
di trattamento con 50 mg/die di naltrexone aumentavano significativamente,
rispetto al placebo, i periodi di astinenza e riducevano il numero di
recidive in alcolisti solo di recente astinenti (Volpicelli et al.,
1992 e 1995). Ulteriori studi hanno portato alla conclusione che il
maggior beneficio del naltrexone consisterebbe nel ridurre sia la frequenza
delle bevute che il rischio di recidivare verso forti bevute, mentre
non aumenterebbe la durata dell'astinenza (Garbutt et al, 1999). Queste
complesse modificazioni del comportamento di bevuta indotte dal naltrexone
sono state analizzate in dettaglio in un recente studio in cui forti
bevitori non dipendenti ricevevano alcol e naltrexone secondo un disegno
fattoriale 3x3 (alcol 0, 0.5 e 1.0 g/Kg; naltrexone 0, 50 e 100 mg)
(McCaul et al., 2000). I risultati hanno dimostrato che il naltrexone
riduceva il desiderio di bere sia prima che dopo la somministrazione
dell'alcol e ne attenuava gli effetti piacevoli nel caso in cui le più
alte dosi delle due sostanze venivano assunte in combinazione. Se il
naltrexone diminuiva gli effetti gratificanti dell'alcol, ne aumentava
statisticamente gli effetti avversivi, quali la sedazione, il malessere,
la nausea e il vomito. In definitiva, il naltrexone renderebbe avversiva
una forte bevuta inibendone gli effetti gratificanti e potenziandone
quelli negativi.
In conclusione, l'azione inibitoria del
naltrexone sul comportamento di bevuta è solidamente dimostrata
(Garbutt et al, 1999) e su questa base fin dal 1995 la Food and Drug
Administration statunitense ne ha approvato l'uso nel trattamento dell'alcolismo.
E' tuttavia bene ricordare che "il naltrexone non è stato
un successo commerciale" negli Stati Uniti (Kranzler et al., 2000).
A questo relativo insuccesso nel suo utilizzo terapeutico hanno probabilmente
contribuito diversi fattori, primo fra tutti la transitorietà
dell'effetto del naltrexone, che infatti risulta scomparso nel giro
di pochi mesi. A tal proposito l'evidenza di una maggiore efficacia
in acuto della dose di 100 mg (McCaul et al., 2000) rende auspicabile
una sistematica sperimentazione di questa dose somministrata cronicamente.
Di rilievo anche gli effetti indesiderati del naltrexone che rendono
problematica la sua compliance. La nausea in circa il 10 % dei soggetti
e la cefalea in circa il 7% si associa ad un 15% di interruzione dell'assunzione
del farmaco per gli eventi avversi associati alla sua assunzione (Garbutt
et al, 1999).
La via oppioidergica al controllo dell'alcolismo
è stata ulteriormente esplorata con l'uso del nalmefene, un analogo
del naltrexone, dotato di maggiore biodisponibilità orale, più
lunga emivita e minore epatotossicità. Quando associato con terapia
psicocomportamentale, alle dosi di 20 e 80 mg/die somministrati per
12 settimane, il nalmefene era capace di ridurre significativamente
rispetto al placebo le recidive nei forti bevitori (Mason et al., 1999).
2.1.3. Altre dipendenze
La sperimentazione degli antagonisti degli
oppiacei in altre forme di dipendenza da droghe ha dimostrato un ruolo
del sistema oppioide nel tabagismo. Il naltrexone si è dimostrato
infatti capace di inibire il craving indotto dal fumo nei soggetti dipendenti
da nicotina (King & Meyer, 2000) e di diminuire sia gli effetti
della nicotina transdermica (Brauer et al., 1999) che la soddisfazione
derivante dal fumare (Wewers et al., 1998). Malgrado questi risultati
così incoraggianti, i risultati degli studi sull'efficacia del
naltrexone nel ridurre il fumo di tabacco sono stati o del tutto negativi
(Wong et al., 1999) o assai modesti (Covey et al., 1999).
L'impiego di farmaci agonisti del sistema
oppioide come anticraving è rimasto circoscritto alla buprenorfina,
che peraltro è un agonista parziale. Ovviamente non è
qui in discussione l'efficacia della buprenorfina, in alternativa al
metadone, nella terapia sostitutiva dell'eroinismo, quanto la sua capacità
di ridurre l'assunzione di cocaina. I primi risultati, assai ottimistici,
sono stati seguiti da altri più incerti, in particolare in soggetti
contemporaneamente dipendenti da cocaina e da eroina (Kosten et al.,
1989 e 1992; Schottenfeld et al., 1993). Migliori risultati sembrano
essere stati ottenuti nel cocainomane quando la buprenorfina era associata
al disulfiram (George et al., 2000; vedi anche il paragrafo 2.7).
2.2. Sistema glutammatergico
Il glutammato, in quanto maggiore trasmettitore
eccitatorio del sistema nervoso centrale, non poteva non essere oggetto
di intense ricerche riguardo il suo eventuale ruolo nella storia naturale
delle tossicodipendenze. A tal proposito di indubbio rilievo per la
comprensione delle basi psicobiologiche della dipendenza sono stati
gli studi che hanno evidenziato la partecipazione del sistema glutammatergico
allo sviluppo della sensibilizzazione verso gli effetti comportamentali
degli psicostimolanti e della morfina (Vanderschuren & Kalivas,
2000; Wolf, 1998). Parimenti rilevante è stata l'osservazione
che l'etanolo inibisce in maniera diretta e specifica i canali ionici
operati dai recettori NMDA (N-metil-D-aspartato) per il glutammato (Kumari
& Ticku, 2000; Wirkner et al., 1999). Su questa base si è
ipotizzato che una sovraregolazione del sistema glutammatergico partecipi
allo sviluppo della dipendenza fisica all'alcol e concorra quindi alle
manifestazioni astinenziali (Dodd et al., 2000; Tsai & Coyle, 1998).
Malgrado questi robusti presupposti, nessun farmaco attivo sul sistema
glutammatergico è stato ancora sviluppato come anticraving. Tuttavia,
alcuni farmaci utilizzati come anticraving senza che se ne conoscesse
con precisione il meccanismo d'azione hanno in seguito dimostrato un'azione,
almeno parzialmente, anti-glutammatergica.
2.2.1 Acamprosato
Il maggior esponente di questo gruppo
è indubbiamente l'acamprosato, un derivato della omotaurina (acetiomotaurinato
di calcio) che, malgrado la sua struttura assai simile al GABA, sembra
in effetti bloccare la modulazione dei recettori NMDA per il glutammato
svolta dalle poliamine (Popp & Lovinger, 2000). A ciò si
accompagnerebbe anche un'azione inibitoria a carico dei canali del calcio,
la cui attività, al pari di quella glutammatergica, aumenterebbe
durante la sindrome d'astinenza alcolica (Wilde & Wagstaff, 1997).
Ciò spiegherebbe l'efficacia dell'acamprosato nell'inibire il
craving che compare al momento della sospensione dell'assunzione di
alcol (il cosiddetto craving negativo: Johnson & Ait-Daoud, 2000).
Gli studi sperimentali hanno dimostrato che l'acamprosato è in
grado di inibire l'assunzione di alcol, ma non di acqua, nel ratto dipendente.
Nella stessa specie è inoltre in grado di prevenire sia la risposta
di bevuta condizionata alla presentazione di stimoli precedentemente
associati all'alcol stesso che l'astinenza condizionata all'alcol (Cole
et al., 2000).
L'effetto dell'acamprosato sembra estremamente
selettivo. Nel ratto infatti non solo l'acamprosato non inibisce l'autosomministrazione
di eroina, ma addirittura l'aumenta. Nessun effetto ha inoltre dimostrato
sul priming dell'autosomministrazione di eroina o cocaina (Spanagel
et al., 1998). Uno studio di farmaco-discriminazione non ha infine dimostrato
alcun effetto dell'acamprosato sulle proprietà stimolo-discriminative
sia dell'anfetamina che della morfina (Pascucci et al., 1999).
Gli studi clinici sin'ora condotti hanno
coinvolto oltre tremila alcolisti e concordano nell'affermare che alle
dosi di 1.3 o 2.0 g/die l'acamprosato è superiore al placebo
nel ridurre il tasso di recidiva e nel mantenere i soggetti in trattamento.
A fronte di una bassa tossicità (gli effetti indesiderati sono
rappresentati principalmente da diarrea e cefalea), sta tuttavia il
fatto che l'efficacia terapeutica è tutt'ora giudicata di modesto
rilievo e transitoria, essendo scomparsa ad un anno dalla sospensione
del trattamento (Wilde & Wagstaff, 1997; Johnson & Ait-Daoud,
2000; Garbutt et al, 1999).
2.2.2 Ibogaina
L'ibogaina è un alcaloide indolico presente
nella Tabernanthe iboga, pianta dell'Africa occidentale, dove l'ingestione
di suoi estratti è parte integrante di riti magico-religiosi.
Tale uso si fonda sul moderato stato allucinosico da essi indotto e
riconducibile al contenuto in ibogaina. Il meccanismo d'azione di questo
alcaloide è complesso, comprendendo un'azione antagonista nei
confronti dei recettori glutammatergici per l'NMDA (Popik et al., 1995a),
ma anche di quelli kappa oppioidi. Un più recente studio ha svelato
inoltre la capacità della ibogaina di inibire a basse concentrazioni
la liberazione di noradrenalina mediata dalla attivazione dei recettori
nicotinici per l'acetilcolina (Mah et al., 1998). Non è tuttavia
noto in che misura questo complesso meccanismo d'azione sia responsabile
della supposta capacità dell'ibogaina di inibire le proprietà
gratificanti della morfina e della cocaina, estinguendo quindi la dipendenza
verso queste droghe (Popik et al., 1995b). In effetti, molti dubbi tutt'ora
sussistono sulla reale efficacia clinica dell'ibogaina, essendo la letteratura
al riguardo ancora largamente anedottica. A fronte di ciò stanno
invece gli effetti indesiderati, anche molto gravi includendo i tremori
e l'atassia, a cui corrisponde nei modelli sperimentali una azione neurotossica
a livello cerebellare (O'Hearn & Molliver, 1997).
2.3 Sistema serotoninergico
E' ben noto il ruolo svolto da alcuni
sottotipi recettoriali, quali i 5-HT1a, i 5-HT1d e i 5-HT2a/2c, nell'attività
più o meno intensamente allucinogena svolta da un ampia serie
di sostanze di natura triptaminica e fenetilaminica, dall'LSD all'estasi
(metilendiossimetanfetamina, MDMA) (Aghajanian & Marek, 1999). L'uso
di farmaci bloccanti i recettori 5-HT2 (ketanserina: Liechti et al.,
2000b), o il trasportatore della serotonina (citalopram: Liechti et
al., 2000a), per inibire le manifestazioni centrali e periferiche dell'estasi,
è in una fase ancora troppo iniziale per poterli considerare
quali equivalenti del naltrexone nel trattamento dell'eroinismo.
Attualmente, il vero campo di sfida dei
farmaci attivi sul sistema serotoninergico è l'alcolismo, stante
l'acquisizione ormai consolidata che la funzione serotoninergica è
un importante determinante in questo tipo di dipendenza (Johnson &
Ait-Daoud, 2000). Recenti studi di genetica hanno dimostrato la presenza
di una variante (long variant, LL) del trasportatore neuronale della
serotonina capace di mantenere concentrazioni sinaptiche del trasmettitore
tre volte più basse del normale. Poichè l'alcol aumenta
la trasmissione serotoninergica, è stato suggerito che i portatori
della variante LL comincerebbero molto presto a sentire il bisogno imperioso
(urge) di assumere alcol, per le non meglio precisate conseguenze del
miglioramento di tale trasmissione associata alla assunzione di alcol.
In altre parole, l'alcolista di tipo due, secondo l'originaria classificazione
di Cloninger, sarebbe tale perchè sperimenterebbe assai presto
che assumere alcol migliora la "trasmissione serotoninergica"
(Johnson & Ait-Daoud, 2000).
Dell'ampia varietà di farmaci attivi
sul sistema serotoninergico impiegati nell'alcolismo, il più
promettente sembra essere l'ondansetrone. Il razione per l'uso di questo
farmaco, sviluppato come antimetico nel vomito da chemio- o radioterapia
antitumorale, consiste nella sua selettiva azione antagonista dei recettori
5-HT3, che nei portatori della variante LL del trasportatore sarebbero
sovraregolati a compensazione della ridotta concentrazione sinaptica
di serotonina. L'effetto inibitorio dell'ondansetrone sull'assunzione
di alcol dovrebbe essere quindi massimo nei soggetti a precoce comparsa
di alcolismo. Questa predizione è confermata da uno studio recentemente
pubblicato, le cui conclusioni affermano che "l'ondansetrone (4
mcg/kg due volte al giorno) è un trattamento efficace nei pazienti
con alcolismo ad insorgenza precoce, presumibilmente per il miglioramento
di una preesistente anormalità serotoninergica" (Johnson
et al., 2000). Nessuna efficacia ha invece dimostrato l'ondansetrone
nell'inibire l'assunzione di alcol nei pazienti a più tardiva
insorgenza dell'alcolismo.
Sostanzialmente deludenti sono stati invece
i risultati ottenuti quando i farmaci antidepressivi a prevalente azione
sul trasportatore della serotonina sono stati usati come anticraving.
In particolare, scarsi risultati nel ridurre l'assunzione di alcol negli
alcolisti eutimici sono stati ottenuti con la fluexetina, la zimelidina,
il citalopram e la viqualina (Garbutt et al, 1999; Johnson & Ait-Daoud,
2000). Parimenti negativo è stato un più recente studio
condotto con il nefazodone che associa l'inibizione dei trasportatori
di serotonina e nordarenalina al blocco dei recettori 5-HT2 (Kranzler
et al., 2000). Risultati deludenti con questi farmaci sono stati ottenuti
anche nei soggetti dipendenti da cocaina (Schuckit, 2000).
2.4 Sistemi catecolaminergici
Tra i farmaci anticraving che agiscono
modificando il tono catecolaminergico, quello che attualmente gode di
maggiore popolarità è senza dubbio il bupropione. Inibitore
della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina, questo farmaco
ha avuto scarsa fortuna come antidepressivo, mentre ha dimostrato una
statisticamente significativa, per quanto modesta, efficacia nel mantenere
astinente il fumatore di tabacco (Holm & Spencer, 2000). Alla dose
di 300 mg/die per 7-9 settimane il bupropione ha incrementato il tasso
di abbandono del fumo e, in uno degli studi, ad un anno di distanza
manteneva un tasso di completa astinenza del 18.4% contro il 5.6% del
placebo. E' interessante osservare, per quanto precedentemente detto,
che durante il trattamento con 300 mg il bupropione non modifica affatto
il craving, mentre alla dose dimezzata addirittura lo aumenta (Shiffman
et al., 2000). Statisticamente ridotti erano invece i livelli di depressione,
irritabilità e difficoltà di concentrarsi.
Il bupropione si è invece dimostrato
inefficace nel controllare il comportamento di assunzione di cocaina
(Margolin et al., 1995), in ciò seguendo il destino di una serie
di farmaci agonisti diretti o indiretti del sistema dopaminergico, quali
amantadina, bromocriptina e pergolide (Schuckit, 2000, pagg.333-335).
Malgrado ciò, il sistema dopaminergico è stato di recente
rivalutato come bersaglio di farmaci anticraving con l'osservazione
che un farmaco antagonista dei recettori D1/D5 (ecopipam o SCH-39166)
è in grado di attenuare gli effetti euforizzanti e stimolanti
della cocaina (Romach et al., 1999). Un preoccupante limite dell'ecopipam
è costituito dal fatto che non modifica minimamente la sicurezza
e la tollerabilità della cocaina. Attenua tuttavia la tachicardia
da cocaina che è un segnale d'allarme assai importante per il
consumatore. Esso potrebbe essere quindi indotto ad aumentare ulteriormente
l'assunzione di cocaina per sperimentarne comunque quegli effetti soggettivi
che sono stati attenuati dall'antagonista. Ne potrebbe conseguire un
aumentato rischio di eventi avversi.
2.5. Sistema nicotinico
La mecamilamina, farmaco antagonista dei
recettori nicotinici, è l'esponente di questa classe farmacologica
che ha ricevuto attenzione come anticraving. Alla dose giornaliera di
2.5 - 5 mg/kg si è dimostrata efficace nel ridurre il craving
per la sigaretta, mentre la contemporanea applicazione di nicotina transdermica
riduceva i sintomi astinenziali indotti dalla riduzione del fumo (Rose
et al., 1994). Sebbene gli studi clinici sulla efficacia della mecamilamina
nel ridurre il fumo siano ancora limitati per dimensione, i loro risultati
sono stati giudicati incoraggianti e meritevoli di ulteriore approfondimento
(Lancaster & Stead, 2000).
A conferma dell'osservazione che la nicotina
aumenta il craving per la cocaina indotto dalla presentazione di stimoli
condizionati, la mecamilamina si è dimostrata efficace nell'inibire
il craving per la cocaina ottenuto nelle stesse condizioni sperimentali
(Reid et al., 1998 e 1999).
2.6 Disulfiram
Nella farmacologia dell'anticraving una posizione
del tutto peculiare è occupata dal disulfiram per il suo meccanismo
di inibizione enzimatica ad ampio spettro. E' ben noto che la sua azione
inibitoria sul consumo di alcol, peraltro limitata alla frequenza di
bevuta e non tale da indurre protratta astinenza (Garbutt et al., 1999),
è dovuta alla inibizione della aldeide deidrogenasi con accumulo
di acetaldeide e conseguente corteo di effetti indesiderati (vampate,
nausea, vomito, ecc.). Più recenti studi hanno mostrato una sorprendente
efficacia del disulfiram (alla dose di 250 mg/die) nel ridurre il tasso
di urino-positività per la cocaina in pazienti in cui l'uso di
cocaina era associato a quello di alcol o a quello di eroina (Petrakis
et al., 2000; Carroll et al., 1998 e 2000; George et al., 2000). Come
nel caso dell'alcol, l'azione anticraving del disulfiram è probabile
che derivi dalla inibizione enzimatica esercitata dal farmaco. Nel consumatore
di cocaina è probabile che tale azione sia duplice. Il disulfiram
è infatti capace di inibire sia l'azione esterasica plasmatica
a carico della cocaina, che la dopamino-b-idrossilasi, enzima limitante
la sintesi della noradrenalina a partire dalla dopamina. In definitiva,
il disulfiram potenzierebbe gli effetti avversivi (ansia e disforia)
della cocaina, riducendone il catabolismo e aumentandone indirettamente
l'attività dopaminergica. Ne conseguirebbe una riduzione compensatoria
nell'assunzione.
3. Conclusioni
Questa breve rassegna pone in rilievo quanto
siano ancora limitate le acquisizioni terapeutiche solidamente attestate
nel campo della farmacologia degli anticraving. Il numero dei farmaci
la cui efficacia è statisticamente dimostrata è ancora
limitato, così come limitata è in genere la durata di
tale efficacia. Nessun farmaco è sicuramente efficace in tutti
i soggetti e per un tempo indefinito. Insomma, siamo ben lungi dall'avere
in uso l'anticraving ideale. Malgrado ciò, l'uso di alcuni di
questi farmaci, in associazione con gli interventi riabilitativi psicosociali,
ha fornito al soggetto dipendente una ulteriore possibilità di
recupero. Se si considerano i limiti posti dalla natura cronico-recidivante
della patologia in oggetto, ciò costituisce un indubbio successo
sul piano socio-sanitario. Pur se non si può non condividere
la considerazione che "The phenomenon of craving remains an enduring
puzzle, at the same time filled with both tantalizing promise and frustrating
disappointment." (Drummond et al., 2000), lo stato dell'arte lascia
sperare che vi sia ampio spazio per ulteriori progressi. E' possibile,
ad esempio, che anche i farmaci già in uso possano fornire migliori
prestazioni terapeutiche. Infatti, non è detto che le dosi attualmente
in uso siano quelle più efficaci. Come precedentemente osservato,
nel caso del naltrexone, i più recenti studi mostrano una maggiore
efficacia nel controllare il comportamento di bevuta alla dose di 100
mg rispetto ai tradizionali 50 mg. Nel caso dell'ondansetrone è
invece una dose intermedia che ha dimostrato la maggiore efficacia,
in ossequio alla natura bifasica di molte delle curve dose-risposta
dei farmaci ad attività psicotropa. Un altro aspetto che merita
ulteriore verifica è quello di una più selettiva indicazione
terapeutica dei farmaci anticraving. Tipico è il caso dell'ondansetrone
che si è dimostrato efficace nel controllare il comportamento
di bevuta degli alcolisti a precoce comparsa ma non degli altri. E'
chiaro quindi che l'efficacia dell'ondansetrone in una popolazione indifferenziata
di alcolisti dipende dalla relativa proporzione di alcolisti a precoce
comparsa. In effetti, molte delle controversie concernenti i risultati
delle sperimentazioni cliniche potrebbero infatti derivare dalla eterogeneità
del campione trattato. La ricerca di base sulla psicobiologia delle
tossicodipendenze è infine di grande utilità nell'indirizzare
sia l'impiego dei farmaci già in uso che lo sviluppo di nuove
molecole. Ne è di nuovo una prova l'uso dell'ondansetrone nell'alcolismo
a comparsa precoce, il cui razionale terapeutico è derivato dalla
osservazione di una peculiare alterazione della ricaptazione della serotonina
in questo tipo di alcolismo.
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| FARMACI PROPOSTI
COME ANTICRAVING |
| droga |
farmaco |
sistema trasmettitoriale |
| ALCOL |
naltrexone |
oppioide |
| |
acamprosato |
glutammatergico |
| |
ondansetrone |
5-HT3 |
| |
idrossibutirrato |
GABA |
| |
baclofen |
GABA |
| COCAINA |
ecopipam |
D1/D5 |
| |
buprenorfina |
oppioide |
| |
mecamilamina |
nicotinico |
| |
baclofen |
GABA |
| |
ibogaina |
glutammatergico/ nicotinico |
| NICOTINA |
mecamilamina |
nicotinico |
| |
bupropione |
noradrenergico/ dopaminergico |
| |
naltrexone |
oppioide |
| OPPIACEI |
naltrexone |
oppioide |
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