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Agnoletto Vorrei fare una premessa. Io credo che il problema principale in Italia, per cui non si riesce a discutere di tossicodipendenza sulla base delle evidenze scientifiche e della valutazione di quello che si è fatto finora, è che tutto diventa immediatamente dibattito ideologico, giusto o sbagliato in termini assoluti e oggetto di contendere politico. Credo non vi sia dubbio che ognuno di noi qui ha delle sue opinioni politiche: le mie sicuramente non solo quelle del Polo delle Libertà, ma detto questo prendo come esempio una nazione dell'Unione Europea governata dalla destra, la Spagna, dove prima delle ultime elezioni hanno fatto un accordo politico sottoscritto dai diversi schieramenti in cui stabilivano che ogni partito si impegnava a far sì che il dibattito sulla droga non diventasse elemento di contenzioso politico in campagna elettorale. Hanno fatto la campagna elettorale discutendo di tante cose ma non di droga, e dopo, in modo direi consensuale, hanno preso una serie di decisioni come quella che fra poco autorizzerà in Catalogna e forse in Andalusia progetti di sperimentazione di somministrazione controllata di eroina, ma sulla base di evidenze scientifiche, di giudizi, di commissioni, di validazioni, come si fa per qualunque altra patologia e per qualunque altro farmaco. E' evidente che non sto qua, a trent'anni di distanza dagli anni '70, a parlare di neutralità della scienza, ci mancherebbe altro; però ritengo che le evidenze scientifiche abbiano un loro senso, un loro significato che non può essere sempre piegato in una direzione piuttosto che nell'altra. In Italia non è stato così finora e temo non lo sarà nel prossimo futuro, per cui vi è il rischio che la conferenza di Genova sia un circo, dove sempre meno riceveranno attenzione i lavori delle commissioni, e dove invece sempre più i meccanismi televisivi si concentreranno sulla costruzione di consenso non sull'oggetto della discussione ma su altre questioni: e il fatto che ciò avvenga poco prima della campagna elettorale renderà difficilissimo il confronto tecnico-scientifico. Io sono uno di quelli che ritiene che era obbligatorio e necessario fare la conferenza, però andava fatta alla data stabilita e non alla vigilia della campagna elettorale. Fatta così credo che perda significato in partenza. Detto questo, il tema che devo trattare è un tema complesso: l'informazione come prevenzione. E' scontato dire che informazione non è prevenzione, si può fare un'ottima informazione senza riuscire a sviluppare prevenzione, porto un dato banale che probabilmente conoscete tutti: oltre l'80% degli adolescenti sopra i 15 anni conoscono le vie di trasmissione del virus HIV, ma meno del 20% di questi stessi adolescenti, quando sono in una situazione a rischio, prendono le precauzioni. D'altra parte il sapere non ha sempre coinciso nella storia con una spinta a modificare i comportamenti e ad agire. E questo mi sembra abbastanza ovvio. Vi propongo un percorso di ragionamento di questo tipo: credo che il proibizionismo e la comunicazione siano due cose che non si possono incontrare fra di loro, direi proprio come dato anche epistemiologico: nel dizionario informare significa rendere comune, trasmettere qualcosa, proibire significa qualcos'altro. Non si può attivare uno scambio se non si dialoga tra due soggetti che si pongono alla pari, sullo stesso livello della comunicazione, che non significa per forza sullo stesso livello delle esperienze soggettive o delle conoscenze scientifiche. Credo che noi dobbiamo riflettere sul fallimento delle campagne di oltre oceano, quelle proibizioniste - ad esempio la campagna realizzata da Reagan, just say no, basta dire no, basta proibire - dove la logica che viene proposta è quella del: nessun dubbio, nessun bisogno di dialogare, nessun bisogno di mettere in comune timori e opinioni, di cercare di capire; per esempio, anche nessun bisogno di produrre pensiero, di andare ad analizzare la cultura del piacere, che è un elemento che c'è, che attraversa non solo i giovani. Rispetto a questa cultura del piacere non basta dire no, bisogna confrontarsi con le aspirazioni soggettive. Il proibizionismo è il contrario della comunicazione; ma c'è un altro elemento che ci deve far riflettere ed è quello per cui i media concorrono a generare una grande confusione: mostrano come elemento di successo comportamenti trasgressivi e poi d'altra parte propongono come modelli (ad es. in questo campo) dei comportamenti che sembrano appiattiti sul grigiore della quotidianità. Come non si può in un servizio fare una cosa e il contrario, così non si può in termini di comunicazione spingere e spiegare che la trasgressione, la sfida, l'accettazione del rischio, costruiscono l'elemento vincente e dall'altra parte proporre una quotidianità che nega tutto questo e che condanna comunque, nel caso delle cosiddette "droghe" la ricerca del piacere. Credo che le politiche sull'AIDS ci abbiano insegnato moltissimo rispetto a questo. Quanto è stata sbagliata quella campagna che continuava a mettere la morte come sfondo, la paura della morte come orizzonte, senza tener conto che ci rivolgevamo a una popolazione giovanile dove l'amore per il rischio, per la sfida, è l'elemento costitutivo della crescita! Come non capivamo allora che amore e morte giovane è un binomio che spinge fortemente al rischio, che affascina: da Romeo a Giulietta alla canzone "Io lavoro al bar di un albergo a ore" (che è una delle canzoni su cui è cresciuta la mia generazione), ci mandano proprio un messaggio che spesso può affascinare, di fronte al quale non serve dire semplicemente no. Ma ancora, l'incapacità di rapportarsi col tema delle droghe è anche semplicemente dovuto al fatto che la nostra cultura, la nostra società, non ha trovato un termine per chiamare le cosiddette "nuove droghe": ma perché "nuove" quando il brevetto dell'ecstasy fu depositato nel 1912 della Merck? Droghe "di sintesi" perché, forse le altre non sono di sintesi? Insomma non abbiamo un nome per definirle. E poi ancora, attenzione a proporre delle campagne che hanno l'obiettivo di parlare unicamente a coloro che non fanno uso di quelle sostanze. Faccio alcuni esempi. La campagna "La droga ti spegne" può anche raggiungere il 90% del consenso della popolazione generale. Io ho una specialità in medicina preventiva nell'ambito dell'igiene, conosco l'epidemiologia, conosco i fattori di rischio, so perfettamente che da questo punto di vista in prevenzione sanitaria avere con sé l'80-90% che dice: è vero, la droga ti spegne, non significa nulla come successo nel raggiungere l'obiettivo prefissato; infatti se la popolazione che potenzialmente usa quella sostanza è il 10%, io devo andare a vedere in quel 10% che ha una probabilità di rischio legata all'uso/abuso molto più elevata, quali modificazioni di comportamento ha provocato la campagna "La droga ti spegne", e constaterò facilmente che in quel 10% non ha portato a nulla se non a una grandissima caduta di credibilità dell'istituzione che ha lanciato quella campagna, poiché la cosa che tutti possono sperimentare è che al massimo la droga ti "accende", non ti "spegne". Quindi è necessario mettersi in grado di articolare un ragionamento, di spiegare, di uscire dalla frase ad effetto. Mi viene in mente un altro esempio; vi ricordate quando Donat Cattin nell'87 scrisse la lettera a tutti gli italiani relativamente alla prevenzione dell'AIDS e disse: "fedeltà, monogamia, e comunque il profilattico non è sicuro"? Un messaggio che raggiunse un indice di gradimento di oltre il 70% della popolazione. Lui andò in Parlamento e disse: questa lettera è stata un successo. Ma quello poteva essere un successo di consenso politico, mentre rispetto all'obiettivo dichiarato di ridurre il tasso di infezione da HIV, quella campagna era un fallimento. Infatti quella fascia di popolazione forse minoritaria come numero, che aveva dei partner promiscui e che riteneva, come tutti, che usare il profilattico fosse una grande scocciatura, ne trasse la conclusione che: se il profilattico non mi dà garanzia, allora tanto vale farne a meno. Ma il rischio di infettarsi e di diffondere l'infezione era appunto molto maggiore in quel gruppo di persone che, non in altri gruppi di popolazione che avevano condiviso il contenuto della lettera. Io ho la sensazione che molte campagne siano realizzate per raccogliere consenso dalla popolazione in generale e non per modificare i comportamenti della fascia di popolazione a cui ufficialmente si dichiara di rivolgersi. La prima campagna sull'AIDS rivolta ai tossicodipendenti - la catena con la siringa che la rompeva - voleva essere un invito all'uso di siringhe pulite da parte dei tossicodipendenti, e ottenne dei consensi. Proprio in quegli anni non erano disponibili i distributori di siringhe, e chi spesso gestiva quelle campagne era contrario ad installarli. L'obiettivo reale era la raccolta di consenso tra la popolazione generale, non la modifica dei comportamenti di coloro che facevano uso di sostanze per via endovenosa. Ecco perché forse sarebbe bene togliere un po' di politicità a questi argomenti e mettere un diaframma tra le istituzioni politiche che decidono le linee strategiche di interventi e gli operatori che devono poter scegliere le concrete pratiche terapeutiche, perché l'istituzione politica reagisce e risponde a un consenso e il consenso della maggioranza non è sempre detto che sia finalizzato all'obiettivo sanitario che vogliamo raggiungere. Tale suggerimento è valido specialmente quando le forze politiche, come avviene oggi in Italia, si limitano a fotografare l'esistente rinunciando ad un ruolo di trasformazione della cultura e soprattutto dei pregiudizi dominanti. A questo ragionamento ne faccio seguire un altro: e parlo degli errori nostri, delle associazioni. Non serve dire che noi ci occupiamo di tossicodipendenti e proponiamo strategie di riduzione del danno perché siamo solidali, perché è giusto. Queste affermazioni ottengono consensi in un'area che già si identifica in questi contenuti. Il problema è un altro, siamo o non siamo in grado di dimostrare che quei progetti portano un beneficio alla salute di quel target e contemporaneamente un beneficio alla collettività? Io non faccio le unità mobili perché sono amico dei tossicodipendenti, le faccio perché ritengo che attraverso la riduzione del danno si possano ottenere dei risultati in termini di miglioramento della salute di quelle persone, di riduzione della mortalità attraverso la riduzione dell'overdose, di riduzione delle patologie connesse alle modalità di assunzione; ma anche perché ritengo che si possa avere una diminuzione delle siringhe per terra, importantissimo risultato: non in termini sanitari, perché il rischio di infezione da HIV è dello 0,4% per punture accidentali con siringhe contenenti sangue infetto, quindi praticamente nullo, ma fondamentale in termini di quell'immaginario della collettività che io non sono grado di cambiare dall'oggi al domani, ma solo in tempi molto più lunghi, e sul quale sono in grado invece di influire con questi dati. A San Giuliano Milanese, dove nell'89 è partita la prima unità mobile italiana (e in sala, durante la presentazione del progetto volavano le sedie), ho detto: ci rivediamo tra un anno e io vi dimostro che non è vero che con questo progetto aumentano le siringhe per terra. In seguito ho mostrato uno schema in cui anno dopo anno il numero delle siringhe raccolte per terra da un ente terzo, il Comune di San Giuliano, che non era quello che finanziava il progetto (che era finanziato dalla Provincia), diminuiva, da 4000 a 900 in 4 anni. Pur non costituendo un grande beneficio sanitario per la popolazione, fu un risultato che, scontrandosi con l'immaginario collettivo, contribuì a ridurre in ampia misura l'opposizione al progetto. Nel momento in cui si è in grado di dimostrare che diminuiscono i furti, che diminuisce la microcriminalità, ci si rapporta con quel bisogno di ordine che, giusto o sbagliato che sia, aumenta e costruisce la stigmatizzazione verso i tossicodipendenti. Siamo però noi in grado di realizzare questo tipo di validazione? E ancora. Io ho visto che quando dai discorsi generali si passa all'operatività i risultati si modificano. Noi, come ho già spiegato, abbiamo realizzato un progetto in un comune in provincia di Milano, a San Giuliano Milanese, e poi siamo andati a confrontare due comuni simili, lo stesso San Giuliano e Corsico, per vedere che cosa ne pensava la popolazione dell'installazione delle macchinette distributrici di siringhe e dell'unità mobile, ecc. C'era una differenza abissale nelle risposte della popolazione, tra San Giuliano, dove in tre anni avevano sperimentato quel progetto, e Corsico, dove quel progetto non era stato sperimentato; tra San Giuliano - dove alle fantasie, all'immaginario, si era sostituita la constatazione di quello che si era ottenuto come dato concreto, reale, in base a un'analisi dei dati realizzata a partire da obiettivi molto precisi - e una situazione in cui non si era ancora fatto nulla. Se io propongo un progetto di riduzione del danno devo sapere che l'efficacia di quel progetto dovrò valutarla in base a quanto ho dichiarato prima, e su questa base potrò vedere se ho fallito o se sono andato avanti. E ancora. Noi abbiamo realizzato un progetto finanziato dalla Comunità Europea, che coinvolge cinque nazioni del Mediterraneo, dove siamo andati ad indagare come la popolazione target, quando facciamo attività di riduzione del danno, valuta gli strumenti che utilizziamo. Visto che lavoriamo con loro e per loro, andiamo a vedere qual è il ritorno di valutazione dei soggetti destinatari dei nostri interventi e scopriamo cose interessanti: per esempio che se il volantino è lo strumento che consente l'aggancio, poi quelle stesse persone non ti chiedono solo il volantino, ti chiedono il libretto per andare a leggere, a vedere, con calma, che cosa viene spiegato relativamente alle sostanze, alle modalità d'uso, e agli effetti collaterali. Abbiamo analizzato la differenza che c'è in Italia fra servizi a bassa soglia e servizi non a bassa soglia, tra territori che hanno alcuni servizi e territori che non li hanno, e i tossicodipendenti hanno fornito consigli utili sul linguaggio da utilizzare, sui contenuti, etc. Questo modello d'indagine credo che dovrebbe essere uno degli obiettivi anche istituzionali. Tre ultime considerazioni velocissime. La prima. Non è ammissibile che, perché si fa informazione cercando di essere scientificamente onesti, si sia accusati di istigare all'uso di sostanze. Lo dico con chiarezza sperando di non doverlo ripetere alla prossima conferenza di Genova. Il sottoscritto è stato denunciato dai parlamentari di Alleanza Nazionale, perché il nostro opuscolo Drugs Book - Ecstasy, Anfetamine, LSD... spiegava che se proprio non riesci a smettere di utilizzare le sostanze, almeno cerca di non farti male: dicevamo quali erano gli effetti dell'ecstasy, andavamo a spiegare quali erano i rischi, spiegavamo che se proprio la prendi almeno devi stare attento a non disidratarti, devi bere, usare le camere di compensazione quando vai in discoteca. Scrivevamo per esempio che se una dose non ti fa effetto in 15 minuti non prenderne un'altra, perché i tempi di effetto sono più lunghi, 20-30 minuti. Spiegare queste cose diventa, secondo Alleanza Nazionale, istigazione all'uso. I carabinieri sono stati mandati in giro in tutta Italia a contattare i Sert a cui noi abbiamo spedito questo materiale. Sono andati a Catanzaro, Cosenza, Roma, Milano, Trieste a chiedere se avevano ricevuto e utilizzato il nostro opuscolo. Mi sono consolato l'altro ieri quando abbiamo scaricato dal sito di Lancet un testo, relativamente all'ecstasy, che usa sostanzialmente la stessa terminologia, ovviamente in inglese e non in italiano. Stiamo preparando una comparazione tra le due pubblicazioni per prepararci a controbattere alle critiche che ci rivolgeranno alla conferenza a Genova; facciamo un confronto e questa è formazione. Certo non dicevamo: prendi l'ecstasy che ti fa bene, né fatti di eroina, ma: "se proprio continui a farti di eroina, almeno usa la siringa pulita", "se proprio continui a usare l'ecstasy, almeno cerca di rispettare queste istruzioni salvavita". E non voglio essere provocatorio, voglio cercare di essere onesto fino in fondo. E' corretto dire che una ragazza ha dovuto avere il trapianto di fegato perché ha utilizzato per 6 volte in due mesi mezza pasticca di ecstasy? C'è qualcuno che ci crede? Garattini ha cercato di spiegare che in termini farmacologici così non poteva essere; contemporaneamente tutti i siti Internet sono stati invasi da ragazzi che dicevano: "1/2 pasticca = trapianto di fegato?" "io ne ho prese 2, 3, altro che trapianto!" Automaticamente tutta la campagna preventiva non era credibile, perdendo ogni efficacia. Non sto certo affermando che fa bene assumere droga, però dobbiamo fornire i dati scientifici, altrimenti non siamo credibili (e già gli adulti per i ragazzi spesso non sono credibili) e rischiamo che i giovani rispondano: "ci volete unicamente spaventare". Altra questione: la vicenda della somministrazione controllata di eroina. Penso che non ne dobbiamo fare un feticcio, credo però che sia uno strumento in più da utilizzare con una fascia limitata di popolazione tossicodipendente da eroina che si fa da diversi anni, che ha fatto almeno due tentativi di disintossicarsi, di cui almeno uno col metadone, che sono falliti, ecc. ecc. Una modalità italiana di proporre queste cose significa un grande intreccio con servizi in grado di fornire un sostegno psico-sociale: paradossalmente è un intervento ad altissima soglia di accesso, ma rovesciata verso la popolazione che sta più in basso, perché non è che si propone di somministrare l'eroina al ragazzo che si buca da sei mesi. E' mai possibile che con i dati dell'osservatorio europeo sulle droghe di Lisbona, ecc., che dicono che l'Italia è la nazione che ha la percentuale più alta di tossicodipendenti da eroina noi non riusciamo neanche ad avviare una sperimentazione limitata, coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità, con un Comitato etico-scientifico internazionale? Qui ci sono i dati forniti da un centro di ricerca di Zurigo (Institut für Sozial und Praeventive Medizin der Universität Zürich) che dice che dopo 2 anni la mortalità per anno dei tossicodipendenti inseriti nello studio era dello 0,7. Per la popolazione che sta nelle comunità la percentuale variava da 0,7 a 1,1, per quella in trattamento con metadone era del 2,6%, per quella in strada dell'8,9%. A mio parere ciò dovrebbe essere sufficiente per dire: cominciamo, proviamo a sperimentare. Inoltre secondo i dati svizzeri, il 50% è riuscito a mantenere un lavoro part-time o full time dopo un anno, i reati gravi sono diminuiti dall'11,7 al 2% e quelli meno gravi dal 56 al 20%, con un beneficio per l'insieme della popolazione. Sono evidenze scientifiche oppure no? Se presentate da parte di organismi terzi indipendenti, con analisi precise ecc., credo di sì. Non si può andare a San Patrignano e dire senza alcuna documentazione: "il fallimento evidente della politica svizzera". Dopodiché io non rifarei tale e quale il percorso svizzero perché abbiamo una storia diversa: abbiamo in Italia 500 e più servizi per le tossicodipendenze e una ricchezza di elaborazione e di storia, che ci permetterebbero di proporre qualche cosa di più. Comunque non possiamo far finta che l'esperienza svizzera non ci sia stata. L'ultima questione. E' necessario rifuggire ogni volta che si discute sulla droga dai meccanismi dello spettacolo. Ci sono tante trasmissioni televisive dove va un personaggio pubblico impegnato in questo campo (in Italia per questioni storiche spesso è un prete) portandosi dietro il tossicodipendente di turno al quale in trasmissione tocca dire: "se non avessi incontrato lui, non mi sarei salvato"; e poi ancora: "solo quando ho toccato il fondo sono riuscito a trovare la forza per uscire". Non credo in una visione della medicina - non solo della tossicodipendenza - salvifica; credo che ci sia un rapporto di collaborazione nel quale il tossicodipendente, ma mi viene da dire il paziente, ha sempre qualche cosa da dire, da fare, una sola volontà da esprimere. Ma la domanda che farei al ragazzo tossicodipendente posto in mostra in trasmissione, poniamo si chiami Carlo, è la seguente: "scusa Carlo, Giacomo, Luigi e Maria come stanno?" "Chi sono?" "Sono gli altri tossicodipendenti che hanno toccato il fondo e che sul fondo ci sono rimasti in posizione orizzontale e che non possono venire qui a raccontare la propria storia". I morti non possono parlare, sono i vivi che vengono a raccontare che arrivati in quella situazione hanno trovato la spinta per uscire. Forse se vi fossero stati interventi efficaci di riduzione del danno, qualcuno in più potrebbe raccontare la propria storia. Credo che noi dobbiamo trovare degli interventi, delle politiche socio-sanitarie che riescano anche a ridurre il numero dei morti. Sapete qual è un altro problema? Che il grande chirurgo, il grande salvatore, in televisione fa spettacolo, mentre i dati dell'epidemiologia non fanno spettacolo, il dire quante sono le morti evitate non suscita stima e ammirazione. L'atteggiamento dei politici risponde alla logica del consenso e quindi è appiattito sui media che creano consenso, che sviluppano un certo immaginario; e il politico si adatta a quell'immaginario che garantisce un facile consenso. Questo è il circo attorno a cui gira tutta la politica sulle droghe, perché se si dice: in Svizzera con questi interventi i decessi sono diminuiti di questa percentuale, allora si danno dei numeri; se invece si porta il tossicodipendente a dire: "mi ha salvato lui", diventa la testimonianza scoop rilanciata da tutte le televisioni e da tutti i giornali. Ma degli altri dieci che non possono essere lì a raccontare nessuno ne parla e questo credo che sia il grande limite di un utilizzo tutto mediatico delle discussioni sulle tossicodipendenze. |
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