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Barra Io pure sono preoccupato come Bignami di una certa radicalizzazione che è propedeutica, secondo me, ad uno scontro che avverrà alla Conferenza di Genova tra gli opposti schieramenti e che è uno scontro dannoso per i tossicomani, dannoso per chi lavora con i tossicomani e dannoso anche per lo Stato. Quindi mi sforzerei di fare una serie di riflessioni per dimostrare che quanto noi stiamo praticando, e cioè la riduzione del danno, le unità di strada, ecc. non sono una strategia etichettabile politicamente, né come antiproibizionista né rispetto allo schieramento di destra o di sinistra; che la riduzione del danno va interpretata come allargamento e come unica possibilità terapeutica per le persone tossicomani a basso livello motivazionale che sono le stesse persone le quali dopo 10, 12 anni di consumo di droga avranno raggiunto una buona motivazione a smettere. La motivazione è funzione dell'effetto della sostanza, che tende ineluttabilmente a diminuire in funzione del tempo, perché l'uomo si abitua a tutti i piaceri, a tutte le cose belle; e tutte le cose belle che lo attizzano all'inizio con il tempo diminuiscono il loro fascino ed allora per tutti, a un certo momento, arriva quella "accensione di lampadina" che coincide col momento in cui gli aspetti negativi della droga e tutto ciò che è correlato al mondo della droga superano gli aspetti gratificanti e positivi. Questo ineluttabilmente avviene per tutti, dunque il problema della terapia non è di forzare la mano alla natura delle cose secondo un pre-concetto di chi ritiene che la tossicomania sia come la pensa lui e non come è in realtà, ma anche seguire l'andamento della patologia. Fare dei servizi ad alta soglia, cioè dei servizi che selezionano i soggetti fortemente motivati e fanno uscire fuori i soggetti poco motivati, è contrario all'interesse dello Stato, è contrario all'interesse della sicurezza dei cittadini, è contrario agli interessi che sono protetti dai partiti del centro-destra. Noi dobbiamo ragionare in termini pragmatici, sapendo tutti che i tossicomani sono uno diverso dall'altro, e che possiamo dividerli grosso modo, per quanto riguarda l'approccio terapeutico, in tossicomani motivati e in tossicomani non motivati. Il solo fatto di fare dei servizi che attendono il tossicomane, seleziona, seleziona cioè coloro che sono in grado di superare la frustrazione insita nella richiesta di aiuto. E in questo caso, come nella patologia psichiatrica, probabilmente è la maggioranza che non è in grado di esternare una richiesta di aiuto. E stare ad aspettare, come molte volte facciamo noi e come fanno i servizi perché gli fa comodo di selezionare i casi meno drammatici, che siano in grado di esternare la loro richiesta d'aiuto, è una forma di violenza istituzionale che è contraria agli interessi collettivi. Per questo noi siamo scesi in piazza, in strada, siamo andati incontro dal '92 ad oggi a quei tossicomani che non si rivolgono ai centri anti-droga, a quei tossicomani che costituiscono il sommerso dell'iceberg: e se un tossicomane ben motivato a smettere è pericoloso per sé e per gli altri, un tossicomane che non è motivato a smettere è molto più pericoloso per sé e per gli altri, e fare finta che non esista, o solo che è un peccatore, o solo che è cattivo, è un atteggiamento anti-cristiano di chi non ha letto la parabola della pecorella smarrita. E' insomma un atteggiamento violento, e la violenza crea sempre violenza, perché che cosa farà il tossicomane che non si cura nelle strade se non prostituirsi, vendere droga, allargare il giro o rubare? Incredibilmente il tossicomane è l'unico ammalato per il quale la colpa dell'insuccesso terapeutico è sempre sua, mentre l'opinione pubblica sempre più penalizza i medici per cui qualunque morte, qualunque insuccesso terapeutico automaticamente fa scattare una richiesta di provvedimenti giudiziari, esposti, denunce; e comunque l'opinione pubblica è più convinta che sia colpa del medico e dell'ospedale piuttosto che dell'evoluzione naturale della malattia, mentre la tossicomania, dicevo, è l'unica malattia in cui la colpa dell'insuccesso è sempre del tossicomane: quasi che la scarsa motivazione, anziché essere uno dei sintomi oggettivi della sua patologia, la scarsezza della volontà, che è indebolita sicuramente dalle sostanze psico-attive, fosse una colpa e non una realtà oggettiva. Allora l'unità di strada va incontro a questi tossicomani poco motivati per agganciarli. Certo è bene non avere il delirio di onnipotenza di pensare che un tossicomane che sta nei sottopassaggi della stazione Termini, braccato da tutti, solamente perché incontra un operatore di un'unità di strada si redime o cambia stile di vita; ma il contatto comunque è un contatto utile in prospettiva. L'unità di strada deve essere un'unità operativa, deve volare alto, non può essere fatta da operatori frustrati, come ce ne sono tanti nei nostri servizi che si battono continuamente il petto perché stanno nei posti brutti, perché nessuno se li fila, perché non ci sono le strutture, perché non possono operare. Serve gente fortemente motivata, servono operatori di contatto, chiavi con il sommerso: la chiave con il sommerso è il mediatore culturale, cioè la persona in grado di approcciare i gruppi minoritari e marginali essendo da questi gruppi riconosciuto come un'autorità ideologica, o morale, e da questi gruppi accettato nelle sue azioni di educazione sanitaria, di educazione al superamento dei rischi, di attitudine meno negativa: bridging the gap che era lo slogan della conferenza mondiale sull'AIDS di Ginevra, cioè ridurre il fossato, diminuire l'incompatibilità fra questi mondi, è un interesse che io direi più di destra, non è un interesse antiproibizionistico, e per questo non si capisce come ci sia questa ostilità e questo dialogo fra sordi che in realtà poi ostacola l'operatività. Per inciso, la Regione Lazio è un anno che non paga, per cui gli operatori che fanno questo servizio a ottobre non hanno preso lo stipendio: ed è quasi una beffa che gli organi dello Stato come i carabinieri, la polizia, in continuazione chiamano questi operatori di giorno e di notte per ridurre la tensione all'interno delle celle di sicurezza dei carabinieri e della questura; e poi questi operatori non vengono pagati perché alla Regione Lazio fanno i minuetti come Maria Antonietta che diceva "se non hanno il pane prendano le brioches", facendo accademie assurde che poi non servono a niente. Per questo, secondo me, più che continuare il dialogo fra sordi, serve un'iniziativa politica in funzione della Conferenza di Genova per non arrivare al solito minuetto di quelli che verranno e che non gliene frega niente dei tossicomani; e verranno, sapendo che avranno audience in televisione, nelle posizioni più radicali proibizioniste e nelle posizioni più radicali anti-proibizioniste, che porteranno solamente ostacolo a chi i tossicomani li vede tutti i giorni e li vuole curare. Concludo. Io credo nella riduzione del danno, a parte certe esagerazioni di tipo nederlandese o mitteleuropeo di chi non ha mai visto i tossicomani guarire, e quindi pensa che sia una forma di rassegnazione, come dire: eh beh si devono fare! che è una forma aristocratica anche di schizzamento di queste persone. Noi invece siamo convinti che un terzo dei tossicomani, secondo la legge del 33%, dopo un certo numero di anni è guarito, noi conosciamo gente che fa lavori importanti per la società italiana, gente che chi li ha di fronte non potrebbe mai immaginare che da giovane era tossicomane; e sono tantissimi, molti di più di quanti non pensiamo noi che stiamo nei servizi perché noi vediamo quelli che stanno peggio, non quelli che sono guariti e che non fanno neanche gli ex, che se ne sono completamente andati. Per chi ha la certezza che non esiste dipendenza che non possa esser superata e che tutti i tossicomani, per quanto assatanati o diabolicamente posseduti, possono guarire, la riduzione del danno è terapia, e omettere la riduzione del danno è un'omissione, è una malpractice, non c'è alternativa, chi predica contro la riduzione del danno non dà l'alternativa. L'alternativa potrebbe essere, da un punto di vista meramente teorico, il lager, cioè un posto strutturato falsamente come comunità terapeutica in cui il soggetto sia tenuto contro la sua volontà: e voi sapete che una comunità terapeutica in cui non c'è un minimo di adesione da parte del paziente è destinata a non essere terapeutica, o diventa un luogo di violenza o un luogo ingovernabile. E concludo ponendovi il problema delle compatibilità. Come esiste che quando uno viene qua si mette il vestito con giacca e cravatta e quando va al mare si mette i blue jeans, così mi sembra molto importante il problema della compatibilità degli interventi, perché noi non possiamo mandare messaggi schizofrenici ed è difficile sotto lo stesso tetto fare tutto e il contrario di tutto. Per esempio, un centro anti-droga in cui contemporaneamente si dia il metadone, il naltrexone e le siringhe: mi sembra che questo mandi un messaggio schizofrenico, come uno che al matrimonio va vestito coi blue jeans, poi si cambia e si mette il frac, poi si rimette i blue jeans. Il servizio in strada è l'unico che permette veramente di fare a tutto campo la riduzione del danno perché qualunque centro, fosse anche a bassa soglia, quindi senza preselezione, che accetta tutti, può sopravvivere solo in funzione del rispetto di un minimo di regole che solo in strada possono essere superate: perché io in strada posso dare le siringhe, posso fare tutta una serie di interventi in persone attive dal punto di vista della loro tossicomania, cosa che non è possibile, a nostro giudizio, pur avendo sperimentato tutte le forme possibili di tolleranza, tra quattro mura. La shooting room, infine, mi sembra politicamente improponibile nel nostro paese in questo momento. Però vi faccio presente che l'esperienza di unità di strada che stiamo conducendo a Tor Bella Monaca, in cui vediamo 200 tossicomani al giorno, di cui più della metà non sono di Tor Bella Monaca, ci ha fatto pensare in un primo momento che le persone venissero perché a Tor Bella Monaca trovavano la droga; ma poi ci ha fatto anche riflettere che forse vengono lì dai dintorni perché lì ci siamo noi e vengono a farsi, a portata di intervento, tant'è che sono aumentati gli interventi per overdose fausta e lì non è morto più nessuno. Io non so se questa è una shooting room, sicuramente è un compromesso che mi sembra politicamente accettabile e che dimostra l'operatività delle unità di strada ai fini della diminuzione del numero dei morti, della diminuzione della diffusione delle malattie a trasmissione parenterale, e del miglioramento dello stato di salute della popolazione. |
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