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Valenzi Sono stato presentato come presidente della Federsert, che è una delle associazioni italiane degli operatori dei servizi pubblici. Ma voglio anche ricordare che la mattina vado a lavorare in uno dei servizi per le tossicodipendenze romani e che quindi sono rimasto nella trincea, faccio parte del Comitato Scientifico Nazionale dell'Osservatorio per la verifica del fenomeno della tossicodipendenza istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quali sono le linee guida sulla riduzione del danno, o comunque le linee guida che deve seguire un operatore che lavora nei servizi pubblici rispetto al proprio compito d'istituto, o come diceva un mio vecchio primario, per essere in regola con ciò che gli viene pagato? Due regole fondamentali: le leggi dello Stato in materia e le conoscenze scientifiche, non ci sono altre cose. Le leggi dello Stato in materia, perché sono la produzione democratica di un Parlamento che si è confrontato e che ha deciso quali sono i confini estremi, sui quali lavorare; le conoscenze scientifiche perché sono le uniche verificabili e sono suscettibili di dare un indirizzo pragmatico all'intervento, quindi di portare miglioramenti a quella grande verità che è la conoscenza della scienza, che se non cambia nel tempo non è scienza. La scienza, infatti è mutevole, continuamente; ognuno di noi deve portare quelle che sono le proprie esperienze, ma queste diventano scienza solo nel momento in cui possono essere verificabili e ripetibili. Una regola nuova e della quale sembra si debba tenere conto è quella dell'intervento medico basato sulle evidenze. Di solito pochissimi di noi hanno avuto e avranno la fortuna di mettere in luce un'evidenza, perché molto spesso le evidenze di cui sto parlando non sono altro che scienza. Una evidenza - ce lo ricorda Massimo Barra - potrebbe sembrare la convinzione che l'uso del metadone oltre i 40 mg è l'unico che si possa chiamare terapia. Questa abbiamo dovuto conquistarla in Italia come una evidenza, mentre negli altri Stati era scienza, cioè faceva parte dei risultati di lavori fatti su migliaia di pazienti, come in America; da noi invece c'è voluta una stressante motivazione all'evidenza (cioè che i servizi che agivano in un certo modo avevano risultati e gli altri no), e solo successivamente se ne è verificato il contenuto scientifico. A questo proposito c'è una storia che forse vale la pena di ricordare. Quando veniva data la morfina in base ai vecchi decreti Aniasi, alcuni pazienti volevano la morfina Angelini - non è una réclame. Sembrava una mania di qualcuno, invece ci si accorse che il veicolo nel quale era dispersa la morfina promuoveva l'assorbimento: cioè qualcuno di noi, un po' più volenteroso e curioso, si andò a documentare e in effetti sembrò che così era e alla fine ragionevolmente si pensò che nei casi in cui si riteneva opportuno adoperare la morfina, tra le tante morfine disponibili quella era la più indicata. Addirittura sembrava che le varie partite di morfina venissero da differenti tipi di piantagione: quella era diventata un po' favola, magia, ma molto probabilmente una sua base scientifica doveva esserci. Non è che ci siano molte cose da fare. L'indicatore secondo me più importante per valutare la linea di un buon intervento dei servizi pubblici non è solo riduzione del danno, ma comunque un buon intervento clinico, perché anche quello rientra nella riduzione del danno. Il buon intervento non è di avere anche la distribuzione di siringhe, non è quella di avere anche la distribuzione di profilattici, non è quella di avere degli opuscoli, cioè non è una lunga serie di cose, ma è che il medico assuma una mentalità di persona che si rende conto che lui stesso può essere il primo a generare danni. Mi ricordo che un infettivologo del mio servizio quando aveva l'influenza non veniva a lavorare per la semplice ragione che aveva a che fare con pazienti immunodepressi: questa era una mentalità dentro il medico, non una mentalità scritta sui libri e che si poteva copiare, o c'è o non c'è. Come dirigente a quei tempi mi arrabbiai e poi ne ho tratto una grossa lezione, perché il collega cagionevole di salute d'inverno veniva poco, ma mi dovetti rendere conto che le sue frequenti assenze facevano parte di uno stile di cultura sanitaria assolutamente etica. Questo credo che sia uno degli insegnamenti più importanti, sentivo prima quella frase che stava su un servizio inglese, che diceva: il servizio deve essere fatto per il paziente e non il paziente per il servizio. Io ho fatto un po' di ricerca soprattutto osservazionale - non sono ricercatore né tanto meno tendo ad esserlo né a vestirmi di panni che non sono i miei - però nelle mie osservazioni ho visto che molti ambulatori aprivano dalle 7.24 alle 14.31, perché dovevano fare un dato orario complessivo; ma sapendo benissimo che nelle prime due ore non veniva nessuno e che, avendo solo 20 pazienti, avrebbero potuto avere tutti altri orari. Però bisognava fare in modo che durante la settimana l'orario prescritto fosse completo, mentre altri servizi molto più importanti e sicuramente con molti più pazienti si preoccupano di lavorare continuamente nell'emergenza, istituendo un rapporto con la propria amministrazione tale che permettesse di fornire il servizio più idoneo. E' vero, oggi è inutile nasconderselo, una delle accuse principali che si fanno ai servizi pubblici è quello di somministrare solo il metadone: ma il metadone rimane una parte evidente e una parte sicuramente importante del lavoro - oltretutto professionalmente molto corretto - che si fa nei servizi pubblici; ma io avrei piacere che molti di questi servizi pubblici girassero l'Italia come ho avuto il piacere di fare io per vedere tutte le cose che si fanno. Ho visto in Piemonte un'infermiera che con la supervisione del medico, tanto per dargli una copertura professionale, faceva la auricoloterapia, parlo di 5 anni fa. (Io stesso ho adottato le correnti rettangolari per l'induzione del sonno con un apparecchietto che veniva dalla Russia). La cosa importante è che si rimanga vivaci, che non ci si faccia trascinare da quella malattia gravissima che è la filosofia degli opposti estremismi, tra quelli che sono proibizionisti e gli altri antiproibizionisti - naturalmente ciò non riguarda Marcozzi, che è antiproibizionista, ma lo è di nome, non di fatto, è una persona libera di portare avanti anche i propri progetti e quelli che crede più civili. Nella speranza che poi vengano parecchie domande, io vorrei dire due cose sulla sperimentazione dell'eroina, o la cosiddetta sperimentazione dell'eroina. Prima di tutto l'eroina dovrebbe essere registrata per poter essere usata: quando si chiacchiera a vanvera per alimentare polemiche o creare lobby, credo che la cosa più importante sarebbe inoltrare una domanda formale alla CUF così per cominciare a dire che il primo passo è stato fatto. Secondo, io credo che ci siano stati dei travagli storici dei farmaci che hanno previsto l'impiego su vastissime categorie di pazienti, tanto per capirci farmaci come l'insulina e gli anti-diabetici orali. Penso che mai nessuno si sia preoccupato di sapere dopo una corretta sperimentazione con le sue fasi I, II, III, IV, se quel dato farmaco serviva. Certamente una esperienza è quella di non ripetere modelli che non sono italiani. Dopo 20 anni per quanto mi riguarda, ma c'è qualcuno che lavora in questo campo anche da più lungo tempo, il modello italiano c'è, è validissimo, clinicamente e socialmente praticabile: poiché è un modello fatto sulla cultura italiana, sui vissuti dell'uomo medio italiano e sulla popolazione italiana, perciò non abbiamo ragione di importare modelli che hanno altre estrazioni storiche, altre motivazioni, e che riportati tali e quali nelle nostre realtà creerebbero confusione e fondamentalmente non sarebbero efficaci per quello che è il fine ultimo di ogni medico, di ogni struttura sanitaria, del sistema sanitario nazionale, cioè di migliorare la salute. Non esiste la guarigione, in nessun tipo di malattia recidivante o cronica, tanto meno qui dobbiamo adoperare questa parola guarire, questa domanda: quanti ne ha guariti? Una volta in un dibattito si pretendeva da Don Picchi e da me - tanto per farci fronteggiare - di sapere quale era il numero dei guariti. Io non lo so, ormai sono passati 20 anni, ne incontro molti in giro, con i figli, che lavorano, credo che anche il metadone abbia guarito, ne sono convinto, anche in base ad amicizie personali che sono rimaste: per cui se questa è la provocazione, il metadone guarisce. Però credo che la cosa migliore sia che il metadone venga impiegato in scienza e coscienza. Basta così, semplicemente. |
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