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TERAPIA Elenco
dei lavori disponibili
Implicazioni tossicologiche dell'encefalopatia epatica
Francesco Ulanio
Scuola di Specializzazione in Tossicologia Medica
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Università di Roma "La Sapienza"
Indice
- Introduzione
- L'encefalopatia epatica
- Il flumazenil nella l'encefalopatia epatica
- Conclusioni
- Bibliografia
Introduzione
Nella storia naturale della tossicodipendenza la probabilità
che il soggetto vada incontro a problemi clinici di natura epatica,
è molto elevata. I fattori responsabili sono, nella maggior parte
dei casi, le infezioni da virus epatotropi (HBV, HCV, Virus Delta),
spesso associate all’HIV(1), contratte
attraverso comportamenti a rischio; in particolare l’abitudine
allo scambio di siringhe. In uno studio condotto in Spagna nel 1998(2),
è stato evidenziato come ci sia una differenza significativa
nella prevalenza delle infezioni da virus epatotropi nei tossicodipendenti
che utilizzano prevalentemente la via iniettiva rispetto a quelli che
utilizzano preferenzialmente la via inalatoria, infatti essa risulta
molto elevata nei primi. L’infezione da HCV è quella prevalentemente
associata allo stato di tossicodipendenza, rispetto all’infezione
da virus B(3). La prevalenza dell’infezione
da virus C, che nel 50% dei casi evolve in infezione cronica e cirrosi,
varia dal 37% al 98% a seconda degli studi considerati(4).
Tra le condizioni che possono concorrere a determinare danni epatici,
bisogna considerare anche la frequente associazione con l’abuso/dipendenza
da alcol, noto agente epatotossico.
La gravità delle epatopatie può variare da casi caratterizzati
da una leggera sofferenza epatica, a casi in cui lo scompenso epatico
diventa il problema clinico principale del paziente. Non è infrequente
quindi dover iniziare una terapia sostitutiva con metadone o aggiuntiva
di benzodiazepine (BDZ) in soggetti tossicodipendenti con gravi problematiche
di natura epatica. La gestione della sindrome d’astinenza da oppiacei
e/o alcol in questi soggetti è condizionata dalla possibilità
che vi si associ l’encefalopatia epatica.
L’encefalopatia epatica
L’encefalopatia epatica è una sindrome neuropsichiatria
conseguente ad insufficienza epatica acuta e/o cronica. Nella condizione
d’insufficienza cronica, l’esordio è spesso correlato
a fattori precipitanti, quali le infezioni, le emorragie del tratto
gastrointestinale, gli squilibri idro-elettrolitici.
Clinicamente è suddivisa in 5 livelli di gravità(5):
Stadio 0: assenza d’alterazioni della personalità.
Assenza di flapping tremors (tremori a scosse ampie), detti
anche asterixis o liver flaps. Stadio 1:
ipersonnia alternata ad insonnia, inversione del ciclo sonno veglia,
euforia o depressione, lieve abbassamento dello stato di coscienza,
presenza di flapping tremor. Stadio 2: letargia e apatia,
disorientamento temporo-spaziale, tremori alle estremità molto
evidenti. Stadio 3: grave disorientamento, comportamento
inappropriato, sopore, assenza di tremori. Stadio 4:
coma.
L’interesse tossicologico verso questa condizione clinica deriva
non solo dall’evidente coinvolgimento farmacocinetico causato
dall’incapacità del fegato a metabolizzare i farmaci eventualmente
somministrati nella terapia delle tossicodipendenze, fatto quest’ultimo
che generalmente influisce sulla posologia, ma anche dalle modificazioni
degli effetti dei farmaci psicotropi utilizzati.
La fisiopatologia dell’encefalopatia epatica è caratterizzata
da un complesso d’interazioni tra l’ammonio ed altri metaboliti
tossici, che giungono a livello del SNC a causa della insufficienza
epatica. Gli studi effettuati sia nell’uomo che in specie infra-umane
sinora condotti hanno permesso di chiarire i seguenti aspetti dell’encefalopatia
epatica:
1) L’ammonio sembra avere la capacità di aumentare il rilascio
calcio-dipendente di glutammato, con conseguente eccessiva stimolazione
dello specifico recettore ionotropico NMDA(6).
La prolungata stimolazione porterebbe ad una down-regulation del recettore
con depressione del SNC. Inoltre l’attivazione di questi recettori
potrebbe determinare fenomeni d’eccitotossicità(7)
con perdita di neuroni. L’aumentata disponibilità di glutammato
a livello sinaptico, sembra dipendere anche dalla riduzione dell’attività
degli astrociti danneggiati dall’ammonio.
2) Il tono GABAergico aumenta per azione da parte sia dell’ammonio
sia di sostanze ad attività simil-benzodiazepinica, rilasciate
in circolo in caso d’insufficienza epatica. La sintomatologia
clinica(8), caratterizzata da sonnolenza,
letargia, atassia, incoordinazione motoria ed alterazioni della coscienza,
sono quindi riferibili ad un aumento del tono inibitorio nel SNC. Già
da diversi anni(9,10)
sono state evidenziate nel SNC dei mammiferi (compreso l’uomo),
sostanze con attività benzodiazepinica. In seguito ad analisi
chimiche di gas-cromatografia e spettroscopia di massa (GC-MS), sono
risultate essere 1-4-benzodiazepine, in particolare diazepam e suoi
metaboliti. Circa la presenza di queste sostanze, rilevata in successivi
studi anche con metodi autoradiografici(11),
non è stata chiarita in maniera conclusiva la loro provenienza.
Tuttavia, la presenza in diversi vegetali(12)
d’uso alimentare, quali mais, pomodori, soia, riso e in alcuni
funghi, di basse concentrazioni di diazepam e desmetildiazepam ha portato
gli studiosi a ipotizzare una loro possibile introduzione attraverso
il cibo. Inoltre, è stata anche verificata la possibilità
che esse siano sintetizzate ex-novo dalla flora batterica intestinale.
Quest’ultima ipotesi è sostenuta dall’evidenza che
il trattamento con rifaximina(13), un antibiotico
scarsamente assorbito quando somministrato per via orale, in pazienti
affetti da cirrosi epatica, riduce la concentrazione ematica delle benzodiazepine
in soggetti non in trattamento benzodiazepinico. La via biochimica attraverso
la quale alcuni procarioti sintetizzano le benzodiazepine è schematizzata
nelle figure A e B. L’aumento
in circolo di queste sostanze attive sul SNC, in soggetti affetti da
insufficienza epatica è dovuto alla loro mancata eliminazione
dal circolo ad opera del fegato. L’attivazione del sistema GABAergico
da parte di tali “benzodiazepine endogene” contribuirebbe
all’evoluzione dell’encefalopatia epatica.
Altri ricercatori, con studi sempre rivolti ad individuare il ruolo
del sistema GABAergico nell’evoluzione della sindrome clinica,
hanno evidenziato un importante ruolo da parte degli astrociti(14,15).
L’evidenza sperimentale mostra infatti come l’ammonio determini
un danno diretto a queste cellule, con riduzione delle loro funzioni
fisiologiche. Una di queste funzioni è la ricaptazione del GABA
dopo la sua liberazione nello spazio sinaptico. Conseguenza dell’effetto
citotossico dell’ammonio è quindi un’aumentata disponibilità
sinaptica del GABA.
Ulteriori evidenze sperimentali indicano la possibilità che l’ammonio
possa direttamente facilitare la funzionalità del canale-recettore
del cloro (GABA-A) quando stimolato dal suo ligando specifico, cioè
il GABA. Studi condotti su neuroni di ratto(16)
hanno evidenziato come la presenza d’ammonio nella coltura determini
un aumento della corrente entrante di cloro dopo attivazione del recettore.
Quest’azione dell’ammonio è specifica per il recettore
GABA-A, e non sembra coinvolgere altri sistemi neurotrasmettitoriali.
3) Oltre quanto già esposto riguardo la fisiopatologia dell’encefalopatia
epatica, si è tentato di definire il ruolo che avrebbero, nel
determinismo dell’alterazione neuropsichiatria, la presenza dei
c.d. “falsi neurotrasmettitori”(17).
Per “falso neurotrasmettitore” s’intende una molecola
che può sostituire nella vescicola sinaptica il neurotrasmettitore,
ma che non può, una volta liberata nello spazio sinaptico, esplicare
le funzioni proprie del neurotrasmettitore originario(18).
I più frequenti “falsi neurotrasmettitori” ritrovati
in circolo e nel SNC in caso di insufficienza epatica sono l’octopamina
e la feniletanolamina, sintetizzati a partire rispettivamente dagli
amminoacidi tirosina e fenilalanina; inoltre risulta aumentata anche
la concentrazione sia plasmatica che cerebrale di altri aminoacidi precursori
di neurotrasmettitori, quali il triptofano e l’istidina(17).
Le più recenti ricerche orientate su questa linea tendono a correlare
l’aumento intracerebrale di questi aminoacidi con l’aumento
dell’ammonio. Più precisamente, l’incremento dell’ammonio
nel SNC in corso di insufficienza epatica porta all’incremento
della sintesi della glutamina negli astrociti(19).
La glutamina è sintetizzata dall’enzima glutamina-sintetasi,
che, localizzato nella glia, viene indotto dall’aumenta concentrazione
intracerebrale dell’ammonio. L’enzima utilizza come substrati
l’ammonio ed il glutammato. L’attività dell’enzima
ha un ruolo protettivo del SNC, infatti porta all’eliminazione
dell’ammonio e riduce le concentrazioni di glutammato, fattori
che insieme possono determinare fenomeni di eccitotossicita. La glutamina
formata in eccesso, per poter lasciare il SNC utilizza un trasportatore
specifico sito sulla barriera emato-encefalica (BEE)(17).
Questo trasportatore viene utilizzato anche da altri aminoacidi, in
particolare tirosina, istidina, fenilalanina e triptofano, sia per entrare
nel SNC che per uscirne. Come già detto, nell’insufficienza
epatica c’è un incremento di questi aminoacidi nel sangue,
per la ridotta efficienza del “filtro epatico”, incremento
che si estende anche al SNC. Normalmente, il trasportatore risulta efficiente
nel regolare la concentrazioni dei suddetti amminoacidi, ma l’aumento
della concentrazione di glutamina nel SNC in corso di insufficienza
epatica determina competizione per il trasportatore con conseguente
persistente incremento degli aminoacidi all’interno del SNC e
possibile contributo alla patogenesi della sintomatologia neuropsichiatrica.
Il flumazenil nella l'encefalopatia epatica
Come precedentemente ricordato l’encefalopatia epatica è
una complicanza, spesso fatale, della cirrosi epatica, e delle insufficienza
epatica acuta. La reale prevalenza della suddetta sindrome non è
conosciuta. Negli ultimi anni i clinici hanno dato importanza anche
alla forma meno grave, caratterizzata da una sintomatologia più
sfumata, l’encefalopatia epatica subclinica. Questa forma è
presente in circa il 50-70% dei pazienti con cirrosi epatica(20).
Considerando quanto sopra detto sul ruolo del sistema GABAergico nello
sviluppo della sintomatologia neurologica, sono stati effettuati diversi
studi nel tentativo di valutare il ruolo terapeutico del flumazenil,
antagonista puro del recettore GABA-A, nel trattamento dell’encefalopatia
epatica, e in particolare nei casi di urgenza terapeutica. Una prima
valutazione di questo intervento terapeutico risale al 1983(21)
quando, con l’utilizzo di composti aventi diversi meccanismi d’azione,
quali la bicucullina (bloccante del recettore GABA-A), Ro 15-1788 (antagonista
del recettore GABA-A) e l'isopropile-biciclofosfato (bloccante del canale
del cloro), si è evidenziato un miglioramento della sintomatologia
neurologica in conigli nei quali era stata indotta sperimentalmente
una insufficienza epatica acuta. Da allora sono stati effettuati numerosi
studi, anche nell’uomo, per valutare l’efficacia terapeutica
degli antagonisti benzodiazepinici, in particolare del flumazenil(22.23,24).
L’equivoca efficacia del farmaco, risultata da diversi trial clinici,
ha portato a verificare la possibile esistenza, nei pazienti affetti
da encefalopatia epatica, di sottogruppi nei quali l’antagonista
benzodiazepinico avesse maggior efficacia. In uno studio recente(25)
è stato evidenziato come il miglioramento dello stato di coma,
valutato mediante la scala di Glasgow nelle 24 ore successive alla somministrazione
di flumazenil, avvenga nelle prime 6 ore. Il confronto, fatto con la
somministrazione di placebo (soluzione salina), ha inoltre mostrato
come l’utilizzo del farmaco antagonista benzodiazepinico sia maggiormente
efficace nei soggetti che hanno avuto come complicanza il sanguinamento
di eventuali varici esofagee e/o gastriche. Inoltre, valutando il numero
dei decessi nelle 24 ore successive alla somministrazione, si è
giunti alla conclusione che una mancata risposta al farmaco sia un segno
prognostico negativo.
I risultati complessivi ottenuti negli studi clinici sono stati recentemente
analizzati utilizzando il metodo statistico della meta-analisi(26).
Sono stati confrontati 6 studi clinici controllati, randomizzati, eseguiti
in doppio cieco. Il campione era complessivamente composto di 641 soggetti
affetti da cirrosi epatica di diversa causa (alcolica, virale e criptogenetica)
di cui 326 trattati con flumazenil e 315 con placebo. L’efficacia
del trattamento è stata valutata in base al miglioramento della
sintomatologia clinica e al reperto elettroencefalografico. Nel gruppo
trattato con flumazenil, il 27% dei pazienti presentava un miglioramento
della sintomatologia clinica contro il 3% dei soggetti trattati con
placebo. Il dato è stato confermato anche tramite il reperto
elettroencefalografico che risultava migliorato nel 19% dei soggetti
trattati con flumazenil rispetto al 2% dei soggetti trattati con placebo.
Conclusioni
Dal punto di vista tossicologico, possiamo trarre due conclusioni principali:
- Nel caso in cui un soggetto in stato di coma si risvegli in seguito
alla somministrazione di flumazenil, non siamo autorizzati a diagnosticare,
ex iuvantibus, un’overdose di BDZ come causa del coma. E' quindi
necessario valutare sia la funzionalità epatica sia l'occorrenza
di un recente uso di benzodiazepine.
- In caso di trattamento farmacologico di un soggetto affetto da
alcol-dipendenza di lunga durata, o tossicodipendente affetto da epatopatia,
occorre valutare attentamente la funzionalità epatica poiché
la somministrazione di benzodiazepine a scopo terapeutico potrebbe
far precipitare un’encefalopatia epatica da subclinica a conclamata
peggiorando il decorso della patologia.
Bibliografia
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Figura: A (11)
Sintesi della ciclopeptina, composto avente un nucleo benzodiazepinico,
a partire dagli amminoacidi triptofano, fenilalanina e metionina. Gli
enzimi coinvolti in queste reazioni sono presenti nei batteri della
flora intestinale e sono la pirrolasi(1), la formamidasi (2), e la kinurenidasi
(3).

Figura: B (11)
Ulteriori modificazioni della ciclopentina sono necessarie per ottenere
il diazepam, tuttavia non sono ancora note le diverse vie biosintetiche
attraverso le quali queste modificazioni si realizzerebbero.
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