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TERAPIA Elenco
dei lavori disponibili
Gli oppiacei nella terapia del dolore e il rischio di sviluppo
da dipendenza iatrogena
Marco Borghesan
Scuola di specializzazione in Tossicologia medica
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico "Umberto
I"
Indice
- Introduzione
- Oppiacei e dipendenza iatrogena
- L’altro lato della medaglia
- Conclusioni
- Bigliografia
1. Introduzione
L’adeguato trattamento del dolore cronico resta
ad oggi uno dei principali problemi di salute pubblica. Si stima che
dal 40 all’80% dei pazienti con dolore oncologico non ricevano
un’adeguata terapia del dolore(1).
Questi dati acquistano un significato ancora più profondo se
si considera che circa il 90% dei pazienti potrebbe rispondere in maniera
ottimale ai farmaci oggi a nostra disposizione(2).
La terapia a base di oppiacei resta uno dei capisaldi nel “management”
del dolore(2-4). L’OMS
ha stabilito da tempo delle linee guida per quanto concerne la terapia
antalgica(4): il dolore oncologico deve
essere affrontato mediante l'impiego sequenziale di tre categorie di
farmaci subentranti l'una all'altra (FANS, oppiacei minori, oppiacei
maggiori), secondo una progressione a gradino. L'approccio sequenziale
si attua nelle seguenti tre fasi:
- Alla comparsa del dolore vanno somministrati i FANS che possono
essere associati eventualmente e secondo i casi ai cosiddetti "farmaci
adiuvanti", come ansiolitici, antidepressivi, anticonvulsivanti,
cortisonici. I farmaci adiuvanti sono un gruppo molto eterogeneo di
sostanze che possono potenziare l'azione analgesica (vedi antidepressivi
triciclici), agire su alcune cause di dolore (vedi cortisonici) e
controllare altri sintomi associati al dolore.
- Quando i FANS non sono più sufficienti a controllare il
dolore si introducono gli oppiacei minori, che possono essere associati
agli stessi FANS e/o agli adiuvanti.
- Quando, in una successiva fase, gli oppiacei minori non sono più
sufficienti, si utilizzano gli oppiacei maggiori associati o no ai
FANS e/o agli adiuvanti.
- Quando un farmaco della classe iniziale o intermedia, se impiegato
correttamente, perde la sua efficacia, è necessario ricorrere
ad un farmaco appartenente alla classe superiore.
Nonostante queste chiare indicazioni terapeutiche, ancora oggi il
medico, nell’affrontare un dolore severo, si trova spesso nell’indecisione
di somministrare farmaci oppiacei. Ciò è dovuto non solo
al timore degli effetti collaterali che una tale terapia potrebbe comportare,
ma soprattutto alla possibilità di indurre uno stato di dipendenza
nel paziente. I dati presenti in letteratura sono alquanto contrastanti:
se da un lato i terapisti del dolore riferiscono un rapporto rischio/beneficio
a favore dell’utilizzo di tale terapia, dall’altro i tossicologi
segnalano il pericolo d’abuso/misuso connesso ad un utilizzo degli
oppiacei minori (es. codeina, ossicodone) come analgesici da banco.
Qui di seguito vengono riassunti alcuni recenti dati di letteratura
riguardo lo sviluppo di dipendenza iatrogena agli oppiacei.
2. Oppiacei e dipendenza iatrogena
Uno studio(6) del 2000 ha analizzato negli
Stati Uniti, nel periodo tra il 1990 e il 1996, le tendenze nell’utilizzo
medico e nell’abuso di cinque oppiacei: il fentanil, l’idromorfone,
la meperidina, la morfina e l’ossicodone. Dall’analisi sono
stati esclusi altri tipi di oppiacei (ad es. la combinazione idrocodone-codeina
e il metadone) che hanno indicazioni diverse da quella per la cura del
dolore severo. Lo studio ha utilizzato come fonte di informazione per
l’analisi dell’abuso di questi farmaci il Drug Abuse
Warning Network (DAWN: banca-dati che registra sin dal 1972 gli
episodi di abuso di sostanze che giungono all’osservazione delle
strutture di pronto soccorso) e l’Automation of Reports and
Consolidated Orders System (ARCOS: registra il numero di prescrizioni
mediche dei narcotici) per l’analisi dell’uso medico degli
oppiacei. Il numero di prescrizioni dei farmaci è stato espresso
in grammi complessivi utilizzati e in grammi/100.000 persone, mentre
gli indici d’abuso utilizzati sono stati il numero complessivo
di soggetti abusatori e la percentuale della popolazione per la quale
è presente nella banca dati una o più segnalazioni di
episodi di abuso.
I dati (vedi tab.1) indicano che dal 1990 al 1996
c’è stato un incremento nelle prescrizioni di tutti gli
oppiacei considerati, tranne che per la meperidina, e un decremento
delle segnalazioni di abuso delle sostanze, tranne che per la morfina.
Se si considera il numero totale di segnalazioni di episodi di abuso
di sostanze, si osserva, durante lo stesso periodo, un incremento da
635.460 casi a 907.561 (incremento percentuale del 42,8%). Di questi
quelli riferibili all’uso di analgesici oppiacei sono aumentati
da 32.430 casi a 34.563 (+6,6%). Inoltre la quota percentuale di segnalazioni
per abuso di oppiacei (rispetto alle altre categorie: analgesici non-oppiacei,
alcol in combinazione con altre sostanze d’abuso) è diminuita
dal 5,1% al 3,8%.
I dati confermano dunque che nonostante l’incremento dell’uso
medico degli oppiacei, questo non sembra contribuire all’incremento
dell’abuso.
Tabella1
90/96 |
Incremento delle prescrizioni in % |
Incremento dell’abuso in % |
Incremento dell’abuso in casi registrati |
| Morfina |
+59% |
+3% |
Da 838 a 865 |
| Fentanil |
+1168% |
-59% |
Da 59 a 24 |
| Oxicodone |
+23% |
-29% |
Da 4526 a 3190 |
| Idromorfone |
+19% |
-15% |
Da 718 a 609 |
| Meperidina |
-35% |
-39% |
Da 1.335 a 806 |
Uno studio successivo(7) ha preso in considerazione,
utilizzando le stesse fonti (DAWN e ARCOS), la tendenza nell’uso
e abuso di fentanil, morfina e ossicodone, nel periodo che va dal 1997
al 2001. Lo studio ha colto un aumento delle visite presso le strutture
di pronto soccorso indotte o correlate all’uso di queste sostanze
(fentanil: incremento del 249,8%; morfina: incremento del 161,8%; ossicodone:
incremento del 267,3%) (vedi Tab.2). Ma se si analizzano
meglio i dati circa gli episodi segnalati dal DAWN si scopre che le
menzioni per ciascuna delle tre classi di oppiacei restano al di sotto
del 2% del totale delle segnalazioni complessive per sostanze d’abuso.
Inoltre i dati riportati dal sistema ARCOS segnalano un incremento dell’uso
medico di tali composti: fentanil +151,2%, morfina +48,8%, ossicodone
+347,9%.
Tabella 2
97/2001 |
Numero e percentuale delle segnalazioni nel
1997 |
Numero e percentuale delle segnalazioni nel
2001 |
Percentuale di cambiamento dal 1997 al 2001 |
| Fentanil |
203 (0,02%) |
710 (0,06%) |
249,75% |
| Morfina |
1.300 (0,14%) |
3.403 (0,29%) |
161,77% |
| Ossicodone |
5.012 (0,53%) |
18.409 (1,58%) |
267,3% |
| Analgesici oppiacei |
54.116 (5,74%) |
99.317 (8,52%) |
83,53% |
Totale delle segnalazioni
per sostanze d’abuso |
942.382 (100%) |
1.165.367 (100%) |
23,66% |
I dati analizzati in questo studio suggeriscono che gli analgesici
oppiacei continuano ad occupare una posizione secondaria tra le sostanze
d’abuso. Sebbene la somma dei casi di segnalazione d’abuso
stia continuando a salire (dal 5,7% all’8,5% con un incremento
del 48,4%), questi casi possono essere considerati comunque un fenomeno
marginale se confrontati con l’aumento esponenziale del numero
di prescrizioni di queste potenziali sostanze d’abuso.
3. L’altro lato della medaglia
Se da un lato le statistiche riportate sopra tranquillizzano circa
la frequenza con cui si sviluppa una dipendenza iatrogena, bisogna ricordare
che queste statistiche utilizzano come banca dati la DAWN che segnala
i ricoveri presso le strutture di pronto soccorso: osservano quindi
solo una parte del fenomeno. In alcuni paesi, oppiacei minori (codeina,
ossicodone) sono largamente diffusi. In America la codeina è
frequentemente prescritta, da sola o in combinazione con analgesici
non-oppiacei quali l’acido acetilsalicilico e l’acetaminofene
(il Tylenol, che rappresenta la specialità farmaceutica maggiormente
prescritta nell’ultimo decennio(8),
in alcuni paesi è presente in formulazioni in cui l’acetaminofene
è associato alla codeina), per il trattamento del dolore da lieve
a moderato e per il trattamento della tosse. In Canada la codeina è
anche disponibile come farmaco OTC nella formulazione da 8 mg.
Proprio in Canada sono stati condotti alcuni studi che hanno evidenziato
il rischio connesso ad una diffusione così ampia di tali farmaci.
Tali studi (8-10) dimostrano
infatti che la dipendenza, secondo i criteri del DSM IV, è relativamente
comune tra coloro che utilizzano in maniera ricorrente o cronica la
codeina e che un’alta percentuale di soggetti dipendenti da oppiacei
prescrivibili identifica in problemi fisici e psicologici la causa del
loro uso, mentre il dolore è indicato come il motivo primario
per l’inizio dell’uso degli oppiacei stessi. Elevati punteggi
per sintomi depressivi e sofferenza psicologica sono presenti nella
maggioranza degli utilizzatori regolari e in particolare tra quelli
che presentano una diagnosi di dipendenza. Molti di questi soggetti
sembrano quindi utilizzare gli oppiacei per modulare i loro sintomi
di comorbidità.
Uno studio(11) più recente, effettuato
in Canada, ha cercato di analizzare le caratteristiche dei pazienti
che hanno sviluppato dipendenza iatrogena. L’occasione per condurre
questo studio è stata offerta dall’estensione in Ontario
del trattamento metadonico a mantenimento (MMT) a soggetti che avessero
sviluppato dipendenza verso oppiacei diversi dall’eroina. I dati
sono stati ottenuti con uno studio retrospettivo condotto tra coloro
che erano stati sottoposti ad un piano metadonico a mantenimenti tra
gennaio 1997 e dicembre 1999 (n=178) in un centro per la dipendenza
e la salute mentale. I pazienti sono stati divisi in 4 gruppi:
- Pazienti con dipendenza da oppiacei senza storia di uso di eroina
(24%).
- Pazienti con iniziale uso ricorrente di oppiacei prescritti e susseguente
abuso di eroina (24%).
- Pazienti con iniziale uso di eroina e concorrente o susseguente
uso di oppiacei prescritti (35%).
- Pazienti dipendenti da eroina senza storia di ricorrente uso di
oppiacei prescritti (17%).
Alcune importanti differenze sono riscontrabili tra i gruppi di abusatori
di oppiacei. Quelli dipendenti da oppiacei prescrivibili rispetto ai
soggetti con dipendenza da eroina, avevano iniziato ad utilizzare oppiacei
in un’età più avanzata, erano in uno stadio di dipendenza
più strutturata, meno dediti all’uso di sostanze illecite
(cannabis, cocaina) e all’uso di sostanze per via iniettiva.
Erano più inclini ad attribuire l’uso iniziale di oppiacei
ad una terapia del dolore sotto controllo medico e ad ottenere quindi
gli oppiacei tramite prescrizione medica. Inoltre erano più spesso
sotto trattamento psicofarmacologico (sedativi/ansiolitici o antidepressivi).
I tre gruppi con storia di abuso di oppiacei prescrivibili erano inoltre
simili sotto alcuni aspetti: non c’erano significative differenze
circa la stabilità sociale misurata come relazione coniugale,
impiego, problemi legali, né c’erano differenze circa l’utilizzo
di altre sostanze d’abuso e precedenti tentativi di disassuefazione.
Ma ciò che colpisce di più sono le allarmanti percentuali
fornite da questo studio: circa il 50% dei pazienti che si sono rivolti
al centro per un trattamento di disintossicazione erano soggetti che
avevano sviluppato una dipendenza da codeina. Il dato è paradossalmente
in contrasto con le statistiche riportate nel paragrafo precedente,
ma alcune spiegazioni sono fornite dagli stessi autori dello studio.
Una prima chiave di lettura è proprio nella larga diffusione
della codeina che in Canada origina dalla sua facile accessibilità
in quanto contenuta in prodotti da banco: il farmaco verrebbe così
utilizzato per indicazioni diverse da quelle per le quali è stato
prescritto. La seconda chiave di lettura è nell’elevato
grado di comorbidità psichiatrica riscontrato nei tre gruppi
che utilizzavano codeina. Tale comorbidità era riscontrabile
alla luce di diversi parametri: presenza di sintomi depressivi, trattamenti
psichiatrici pregressi o concomitanti, numero di tentativi di suicidio,
motivo che aveva indotto i pazienti ad utilizzare tale farmaco (se il
dolore cronico rimaneva il primo motivo per tale scelta, il tentativo
di alleviare la depressione e l’ansia risultavano essere al secondo
posto).
Questo è in accordo con precedenti studi che hanno osservato
un’alta prevalenza di disturbi mentali nei pazienti che avevano
iniziato un trattamento di divezzamento dagli oppiacei: Rounsaville
et al.(12) hanno riscontrato che, usando
lo Schedule for Affective Disorders and Schizophrenia-Lifetime Version,
l’86,9% dei pazienti presentava i criteri diagnostici per un disturbo
mentale. King et al.(13) usando il DSM
IIIr, hanno osservato che i pazienti presentavano nel 17% dei casi una
diagnosi sull’asse I (sindromi cliniche)e nel 35% sull’asse
II (disturbi dello sviluppo e della personalità). Ma nessuno
di questi studi precedenti distingueva tra uso iatrogeno e non iatrogeno.
In generale si ritiene che la sostanza è la causa primaria dell’abuso
ma in questi casi potrebbe essere il disturbo psichiatrico a rappresentarne
l’eziologia. L’intenso dibattito in psichiatria sulla doppia
diagnosi ha focalizzato l’attenzione ancora una volta sull’ipotesi
della self-medication come uno dei determinanti della dipendenza
dalle sostanze d’abuso. Uno studio(10)
condotto su 339 soggetti, regolari utilizzatori di codeina (almeno 3
volte a settimana negli ultimi 6 mesi, escludendo i soggetti in trattamento
per dolore oncologico), ha rilevato che il 37% dei soggetti presentava
i criteri del DSM IV per la definizione di dipendenza. I criteri riscontrati
erano predominantemente: tolleranza, astinenza, incapacità di
ridurre i quantitativi quando necessario, tendenza ad assumere il farmaco
per periodi più prolungati e in quantità maggiori di quelle
opportune. Tali soggetti identificavano specifici problemi causalmente
correlati con l’uso del farmaco, come la depressione (23%), l’ansia
(21%), disturbi gastrointestinali (13%).
4. Conclusioni
Le caratteristiche degli individui che hanno sviluppato dipendenza
o abuso iatrogeno da oppiacei e le circostanze della loro vita che hanno
condotto a tale condizione non sono state ancora studiate e completamente
chiarite. Il principale motivo per questa assenza è nella mancanza
di una nomenclatura comune che permetta di determinare la prevalenza
del fenomeno “dipendenza” nella popolazione di pazienti
con dolore cronico. Il termine “addiction” è
spesso usato come sinonimo di dipendenza con la quale molte persone
interpretano la dipendenza fisica più che la dipendenza secondo
i criteri del DSM IV. Inoltre i criteri del DSM IV si confanno meglio
ad un tipo di dipendenza non iatrogeno. Utilizzando tali criteri si
rischia di sovrastimare in alcuni casi il fenomeno: la dipendenza fisica
è una comune conseguenza dell’uso cronico di oppiacei ed
è ovvio che in una certa misura si sviluppi. Pertanto si sente
il bisogno di chiare linee guida utili ad interpretare i criteri del
DSM IV in una popolazione cosi particolare.
Gli specialisti del dolore citano una bassa incidenza di abuso o dipendenza
tra i pazienti facendo pendere la bilancia a favore di un miglioramento
funzionale e di una migliore qualità della vita(14).
Nonostante tali dati, la decisione di iniziare una terapia antalgica
con farmaci oppiacei deve essere considerata con prudenza e attenzione,
valutando la relazione tra rischi e benefici(15).
La controversia(16) circa l’utilizzo
a lungo termine degli oppiacei nel trattamento del dolore (soprattutto
quello di natura non oncologica) resta quindi aperto. La tradizionale
repulsione nei confronti dell’uso degli oppiacei nel lungo termine
sta però lasciando il posto ad una nuova volontà di esaminare
criticamente i dati presenti in letteratura. Tali dati esprimono una
sostanziale sicurezza circa l’uso degli oppiacei almeno da un
punto di vista strettamente statistico, ma avvertono anche del rischio
che un uso indiscriminato di tali farmaci può comportare. Paradossalmente
potremmo considerare la morfina un farmaco più sicuro della codeina.
La prescrizione di oppiacei maggiori è infatti sottoposta a controlli
accurati che rendendo difficile la loro reperibilità per soggetti
che intendano utilizzarli senza controllo medico ed anche i soggetti
sottoposti a tale terapia sono soggetti selezionati e seguiti nel tempo
tramite accurati follow-up. Al contrario l’esperienza
fatta da altri paesi, quali il Canada e gli Stati Uniti, che hanno introdotto
un uso “indiscriminato” di oppiacei minori quali la codeina
sta ponendo seri problemi. La possibilità di acquistare questo
tipo di farmaci senza prescrizione medica ha contribuito alla diffusione
dell’utilizzo di tali sostanze e ad un loro uso per indicazioni
diverse da quelle per le quali sono prescritti. In un mercato così
esteso è facile che anche gli individui, che presentino fattori
di vulnerabilità nei confronti dello sviluppo di una dipendenza,
abbiano facile accesso a tali tipi di terapie.
Sembra dunque che, se da un lato occorre evitare la “demonizzazione”
degli oppiacei, dall’altro è giusto che tali farmaci siano
sottoposti a controlli adeguati nella prescrizione. La selezione dei
pazienti e il controllo prolungato sono cardini essenziali al fine di
evitare il diffondersi di “epidemie” di abuso da farmaci.
5. Bibliografia
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