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TERAPIA Elenco
dei lavori disponibili
Terapia farmacologica dell’alcolismo: vecchi farmaci
e nuove prospettive
Manuela Graziani
Dipartimento di Fisiologia Umana e Farmacologia
Servizio Speciale Antidroga
Università “La Sapienza” e Policlinico “Umberto
I” - Roma
- Introduzione
- Farmaci di corrente uso clinico
2 a . Disulfiran
2 b . Naltrexone
2 c . Acamprosato
2 d . Acido gamma-idrossi-butirrico
- Terapie in corso di sperimentazione
3 a . Nalmefene
3 b . Farmaci dopaminergici
3 c . Farmaci serotoninergici
3 d . Sedativo-ipnotici e gabaergici
3 e . Associazioni terapeutiche
- Conclusioni
- Bibliografia
1. Introduzione
Una rassegna dedicata alla farmacoterapia dell’alcolismo, apparsa
recentemente su CNS Drugs(1) fornisce
un importante spunto di partenza per un esame critico delle possibilità
terapeutiche attualmente disponibili, nonché di quelle in sperimentazione
clinica per il controllo a medio e lungo termine dell’alcolismo.
Il trattamento dell’alcolismo, mirante ad ottenere una piena riabilitazione
psico-sociale del soggetto, prevede infatti, accanto all’eventuale
intervento psicosociale, una farmacoterapia per la quale possiamo identificare
una duplice finalità: il trattamento di una eventuale comorbidità
psicopatologica, laddove diagnosticata, nonché quella della condizione
di dipendenza psico-fisica dall’alcol. In quest’ultimo caso
possiamo identificare varie fasi. Una fase di detossificazione, preceduta,
se necessario, dal trattamento della sindrome astinenziale e seguita
da terapie miranti alla prevenzione delle ricadute. Infatti, circa la
metà degli alcolisti va incontro a recidiva, dopo una astensione
più o meno lunga dall’assunzione di alcol(2).
Questa constatazione ha orientato la ricerca verso lo sviluppo di nuove
molecole attive nella prevenzione delle recidive, facilitati in quest’opera
dalle sempre crescenti conoscenze sul meccanismo d’azione dell’alcol.
Malgrado tanto impegno, a tutt’oggi i farmaci utilizzati nella
terapia della dipendenza da alcol restano il disulfiran, il naltrexone,
l’acamprosato e, in Italia, l’acido gamma-idrossi-butirrico.
Farmaci ad azione sul sistema dopaminergico (tiapride, amisulpride e
flupentixolo), e serotoninergico (buspirone, fluoxetina, nefazodone,
ritanserina e ondansetrone) sono stati e sono attualmente oggetto di
studi clinici. Inoltre i farmaci stabilizzanti dell’umore(3),
nonché quelli ad azione sedativo-ipnotica(4),
hanno dimostrato la loro efficacia in presenza di comorbidità
psichiatrica.
2. Farmaci di corrente uso clinico
2 a . Disulfiran
2 b . Naltrexone
2 c . Acamprosato
2 d . Acido gamma-idrossi-butirrico
2 a. Disulfiram
Come noto, questa molecola, inibendo l’aldeide deidrogenasi,
causa accumulo dell’acetaldeide che si forma per ossidazione dell’etanolo
ad opera della alcol-deidrogenasi. In presenza di disulfiram, l’assunzione
di alcol è accompagnata quindi dall’insorgenza degli effetti
tossici dell’aldeide acetica, assai spiacevoli ed allarmanti sul
piano soggettivo (flushing al volto, cefalea pulsante, sudorazione,
nausea, vomito, tachiaritmie, dispnea, ipotensione, collasso). Pertanto
l’obiettivo del trattamento con disulfiram è quello di
creare una avversione all’alcol, piuttosto che quello di modularne
gli effetti neuropsicofarmacologici.
Sono molti gli studi clinici attuati allo scopo di valutare l’efficacia
del trattamento con disulfiran, ma la sua efficacia terapeutica non
è ancora conclusivamente dimostrata(5).
D’altra parte si ritiene che sia maggiormente l’aspetto
di “deterrente” che non l’effettiva azione farmacodinamica
a determinare l’efficacia della molecola. Fuller e collaboratori(6)
hanno infatti evidenziato una eguale efficacia (valutata come percentuale
dei pazienti che si astennero dall’assunzione di alcol, nonché
come tempo intercorrente sino alla prima recidiva) del disulfiram (dose
standard 250 mg/die) sia nei confronti del placebo che delle
dosi inattive dello stesso (1 mg/die). Nel gruppo di pazienti che assumevano
la dose standard di disulfiram fu comunque osservato un minor
numero totale di giorni di assunzione di alcolici rispetto agli altri
due gruppi. Il medesimo autore a distanza di quasi 20 anni(7)
fa il punto delle informazioni presenti in letteratura e derivanti da
circa 50 anni di esperienza clinica con il disulfiram [nonché
da altri studi che lo vedono somministrato in combinazione con acamprosato(8)]
raggiungendo le seguenti conclusioni:
- Il disulfiram non deve essere prescritto come primo atto terapeutico
in un paziente che richieda una terapia per alcolismo;
- Se il paziente non appare determinato nella scelta della sobrietà,
la somministrazione di disulfiran può risultare pericolosa
per lo stesso;
- Effetti avversi di grado severo sono di rara osservazione quando
il paziente venga attentamente monitorato per eventuali segni di epatotossicità.
2 b. Naltrexone
Presupposto neurofarmacologico della efficacia di antagonisti oppiacei
è che le endorfine contribuiscano agli effetti di rinforzo positivo
dell’alcol interagendo con il sistema dopaminergico mesolimbico,
come dimostrato sperimentalmente dal fatto che alla diminuzione della
auto-somministrazione di alcol sia associata una diminuzione del rilascio
della dopamina(9,10).
In effetti gli studi preclinici, effettuati in differenti condizioni
sperimentali, sono concordi nell’osservare che la somministrazione
di antagonisti dei recettori mu come naloxone e naltrexone attenuano
il consumo di alcol (11,12)
.
Risalgono al decennio scorso i primi due studi clinici(13,14)
che, pur condotti su un numero limitato di pazienti, suggerivano la
capacità del naltrexone di ridurre le recidive nei bevitori pesanti
(heavy drinkers = assunzione di più di 5 unità
alcoliche/die 1), nonché
di ridurre il craving e la frequenza di assunzione di alcol.
Sfortunatamente non tutti gli studi clinici successivamente condotti
e nei quali la misura di un eventuale effetto del naltrexone era stabilita
sulla base del tempo intercorso tra la sospensione dell’assunzione
di alcol e la prima recidiva, hanno confermato questi risultati positivi.
Molti di questi studi misurarono inoltre sia la percentuale di pazienti
che recidivarono tornando alla medesima condizione di heavy drinkers
(tornarono cioè a bere le medesime quantità di alcol precedentemente
consumate), sia la percentuale di coloro che si mantennero astinenti,
nonché il tempo intercorso sino alla prima ri-assunzione di alcol.
Da notare che i dati relativi a questi ultimi parametri sono stati utili
per comparare l’efficacia del trattamento con naltrexone rispetto
a quello con acamprosato, per il quale la condizione di astinenza assoluta,
piuttosto che la riduzione della quantità di alcol ingerita dai
bevitori pesanti, fu considerato parametro di efficacia.
Comunque sia, una rassegna della letteratura sino al 1997(5)
conclude che il naltrexone risulta maggiormente efficace rispetto al
placebo in pazienti con craving di grado severo, nei quali
è stato evidenziata una riduzione significativa di frequenza
ed entità dell’assunzione di alcol; viceversa il trattamento
con naltrexone non ha mostrato un effetto significativo sul mantenimento
di una completa astinenza dall’alcol. Tre metanalisi successive(15-17),
in accordo fra loro, confermano tali osservazioni, anche se nessuno
di queste ha incluso, per motivi cronologici il più ampio trial
(627 pazienti) mai effettuato(18), che
ha fornito risultati negativi.
Importante sottolineare che comunque l’efficacia del trattamento
con naltrexone tende a diminuire nel tempo, come dimostrato da clinical
trials in cui è stata effettuato un follow-up rispettivamente
a 14 settimane e a sei mesi della terapia(19,20),
suggerendo la necessità di valutare con estrema attenzione la
possibilità di una terapia prolungata.
Resta comunque il problema delle discrepanze nei risultati ottenuti
con il naltrexone nei differenti clinical trials. Tali discrepanze
possono essere dovute a diverse cause:
- Molti degli studi non inclusero un numero elevato di pazienti e
circa la metà ne inclusero un numero inferiore a 60 per gruppo
di trattamento.
- Anche quelli con un numero di pazienti più elevato mostrarono
a posteriori una mancanza di “robustezza” statistica.
- Negli studi in cui fu verificata l‘efficacia della terapia
con naltrexone in associazione con una psicoterapia di supporto(20),
le differenze riscontrate nell’efficacia furono riferibili alla
differente natura della psicoterapia associata.
- Importante il peso della compliance nella determinazione del dato
di efficacia del trattamento con naltrexone, poiché, ad esempio
nello studio di Monti e collaboratori(21),
l’efficacia del trattamento fu evidenziata solo dopo aver escluso
dall’analisi i soggetti che non aderirono pienamente alla terapia
(circa 1/3).
In riferimento alla compliance uno studio apparso recentemente(22)
evidenzia la potenzialità terapeutica di preparazioni depot
di naltrexone (che ne permetterebbero una singola somministrazione intramuscolare
mensile di 150 mg): lo studio, vs placebo, ha evidenziato un
significativo effetto del naltrexone sul tempo di recidiva, nonché
sulla condizione di astinenza totale osservata a tre mesi. Manca attualmente
uno studio comparativo di questa preparazione vs naltrexone
nella tradizionale formulazione /posologia giornaliera (50 mg/die per
os).
2 c. Acamprosato
Gli effetti modulatori di questa molecola sulla trasmissione glutamatergica
(in particolare la sua azione di depressione della trasmissione stessa
nonché della attivazione dei recettori NMDA) ne spiegano ampiamente
il suo impiego nella terapia dell’alcolismo (v. anche Nencini
P. http://www.sosdroga.it/sitox/1.htm):
Come noto difatti una delle basi neurofarmacologiche della dipendenza
da alcol è costituita proprio dall’aumento sia del numero
che della funzionalità dei recettori NMDA (v. anche Graziani
M. http://www.sosdroga.it/sistematica/2004050701/index.htm).
Allo stato attuale l’acamprosato è stato valutato in 16
clinical trials, per un totale di circa 4500 pazienti in Europa:
la maggioranza di questi studi identificava come parametri di efficacia
la percentuale di pazienti che mantenevano lo stato di astensione dall’alcol,
il tempo intercorso sino alla prima re-assunzione e mostravano come
l’acamprosato rispetto al placebo induca un effetto significativo
sul mantenimento della condizione di astinenza(23-25).
In alcuni studi il periodo di trattamento con acamprosato si è
prolungato sino ai 12 mesi ed inoltre il follow-up dei pazienti
è stato effettuato sino ad ulteriori 12 mesi, nei quali i risultati
hanno mostrato il mantenimento dell’astinenza dall’assunzione
di alcol(8,24). In due
dei trials nei quali il risultato è stato negativo(26,27)
da notare che il numero dei pazienti era relativamente basso (n = 142
e n = 127); inoltre in uno di essi(26) il periodo di trattamento fu
di due mesi (il più breve di tutti gli studi analizzati). I risultati
di una recente meta-analisi(28) che pone
a confronto 17 trials clinici (4087 soggetti) evidenziano l’efficacia
dell’acamprosato vs placebo, nel mantenimento dei pazienti in
una condizione di astinenza totale 2
a sei mesi dall’avvio della terapia: l’analisi fornisce
inoltre l’interessante dato dell’aumento dell’efficacia
del trattamento nel tempo (rispettivamente a 3, 6 e 12 mesi) da cui
gli autori suggeriscono la possibile utilità di proseguire la
terapia anche in presenza di eventuali recidive.
Acamprosato in associazione con naltrexone - Allo stato attuale
delle conoscenze si può pertanto affermare che acamprosato e
naltrexone soddisfano differenti aspetti/esigenze della terapia dell’alcolismo:
ovvero di stabilizzazione dello stato di astinenza totale il primo e
di diminuzione della quantità di alcol assunta il secondo. Sono
pochi gli studi clinici nei quali sia stata effettuata una comparazione
tra acamprosato e naltrexone: un recente studio spagnolo (campione 157
pazienti) (29) evidenzia una maggiore efficacia del naltrexone (50 mg/die)
vs acamprosato (circa 2 mg/die) valutata come
- Tempo intercorso sino alla recidiva di “heavy drinker”
(assunzione di più di 5 unità alcoliche al giorno),
nonché
- Numero totale dei giorni di astinenza completa.
Inoltre al termine del periodo di osservazione (6 mesi) il 54% dei
soggetti che assumevano naltrexone ed il 27% di coloro che ricevettero
acamprosato erano ancora in condizioni di astinenza completa dall’
alcol. I limiti che gli autori stessi identificano nel loro studio consistono
nella fragilità della condizione di doppio cieco (dovuta sostanzialmente
alla facile identificazione della terapia assunta attraverso la minore
frequenza di riscontro degli effetti avversi) 3.
Uno studio comparativo più recente effettuato in Germania (30)
introduce una nuova valutazione in quanto analizza l’effetto anche
della combinazione delle due sostanze: i 160 pazienti arruolati furono
infatti suddivisi in quattro gruppi - naltrexone, acamprosato, naltrexone
+ acamprosato e placebo - ed il periodo di osservazione fu di 12 settimane.
I parametri utilizzati per valutare l’efficacia furono
- il tempo intercorso dall’avvio della terapia alla prima assunzione
di alcolici (first alcohol intake =lapse)
- quello intercorso sino alla prima assunzione giornaliera di 5 o
più unità alcoliche (relapse),
- il tempo cumulativo di astinenza dall’alcol.
I risultati evidenziarono una maggior efficacia vs placebo sul relapse
di tutti i gruppi di trattamento, nonché della combinazione acamprosato-naltrexone
rispetto ai gruppi acamprosato e placebo. Inoltre, a differenza di altri
studi clinici precedentemente citati in cui l’efficacia del naltrexone
è stata prevalente nei soggetti non completamente astinenti,
in questo studio gli autori evidenziano un effetto del naltrexone anche
sul tempo cumulativo di astinenza dall’alcol, confermando il ruolo
del sistema oppioide non solo nella ingestione di alcol seguente ad
una prima assunzione dello stesso (priming dose effect), ma
più in generale nelle proprietà di rinforzo positivo esibite
dall’alcol stesso.
Una rassegna sistematica della letteratura riguardante l’uso terapeutico
di acamprosato e naltrexone nel trattamento dell’alcolismo nel
periodo 1990-2002 è recentemente apparsa su Addiction(31)
: gli autori in essa concludono che sia acamprosato che naltrexone sono
efficaci e ben tollerati, ma che i dati sinora raccolti sono insufficienti
per stabilire una eventuale superiorità di un medicamento sull’altro
e che comunque l’elevata presenza di “non compliance”
limita drasticamente la loro efficacia nella pratica clinica. Inoltre
esistono ancora dei dati incerti, che quindi richiedono ulteriore attenzione:
in particolare
- la correlazione tra il profilo terapeutico delle due sostanze e
le caratteristiche dei soggetti da assegnare a ciascuno dei trattamenti;
- la necessità o meno di associare il trattamento farmacoterapico
con interventi di tipo psicosociale ed il tipo di intervento più
consono ad aumentare l’efficacia dell’intervento;
- la durata ottimale dei trattamenti;
- l’identificazione di fattori predittivi di scarsa compliance.
2 d. Acido gamma-idrossi-butirrico
L’acido gamma-idrossi-butirrico (GHB) (v anche http://www.sosdroga.it/letteratura/ghb20010930/index.htm),
è prescrivibile in Italia dal 1992 per il trattamento dell’alcolismo(32)
ed è assimilabile, date le sue caratteristiche farmacodinamiche,
ad un “sostitutivo” dell’alcol(33):
studi clinici presenti in letteratura(34,35)
ne stabiliscono un’efficacia nel trattamento precoce della sindrome
astinenziale (durata massima della assunzione di GHB = 6 giorni), efficacia
peraltro comparabile a quella delle benzodiazepine(32)
e del GABA-agonista clometiazolo(36). Inoltre,
logica conseguenza delle succitate caratteristiche di farmaco sostitutivo,
sono presenti in letteratura dati clinici che dimostrano l’efficacia
del GHB (valutata come astinenza totale dall’assunzione e grado
di craving per l’alcol) nel trattamento a medio termine
dell’alcolismo(35,37,38).
Un ulteriore studio clinico(39) ha inoltre
dimostrato che un aumento del frazionamento giornaliero delle dosi di
GHB (50 mg/Kg/die in sei somministrazioni giornaliere invece che in
tre) può indurre una riduzione del craving e il mantenimento
della condizione di astinenza per un periodo di osservazione di 8 settimane,
in soggetti (n = 37) altrimenti “non responder” alla posologia
standard; gli autori suggeriscono pertanto lo sviluppo di preparazioni
di GHB a lento rilascio.
L’azione alcol-mimetica del GHB ne spiega ampiamente il potenziale
d’abuso acuto e cronico, peraltro già identificato già
da studi sperimentali dai quali si osservava, ad esempio, che il GHB
è oggetto di autosomministrazione negli animali da laboratorio(40).
Il rischio di abuso e dipendenza che si potrebbe manifestare in soggetti
alcolisti in trattamento con GHB deve comunque essere tenuto chiaramente
distinto
dall’abuso di GHB prodotto illegalmente ed assunto a scopo ricreazionale,
abuso che, come noto, mostra a tutt’oggi una tendenza crescente
nei paesi anglosassoni(41) e negli Stati
Uniti d’America 4.
Sono segnalati casi di abuso in pazienti che assumevano GHB a scopo
terapeutico: nello studio aperto di Addolorato et al.(37,42)
su un campione di 179 pazienti, il 10.1 % giunse alla assunzione volontaria
di GHB sino a 6-7 volte la dose prescritta; abuso alla base del quale
gli autori identificano da una parte la ricerca degli effetti psicotropi
della molecola e dall’altra la necessità di dosi maggiori
allo scopo di diminuire il craving per l’alcol(43).
In una casistica italiana(35) di 354 pazienti
trattati con GHB dal 1992 al 1995, 4 pazienti (1.1%) giunsero ad un
abuso della sostanza, mentre in un’altra casistica sempre italiana,
gli autori(44) con un’analisi retrospettiva
di 10 anni, evidenziarono che di un campione di 195 pazienti il 14.9
% sperimentarono un abuso di GHB (definito come l’assunzione di
quantità di farmaco superiori a quella prescritta dai sanitari).
Gli autori dei suddetti studi concludono che il potenziale abuso del
GHB, quando assunto a scopo terapeutico, non debba “danneggiare”
più di tanto il profilo di efficacia e sicurezza della molecola
e suggeriscono che il farmaco possa essere utilizzato in condizioni
di maggior sicurezza quando eventualmente affidato a componenti del
nucleo familiare del paziente. Un recente lavoro italiano pubblicato
da Drug and Alcohol Dependence(46)
su un piccolo campione di pazienti paragona l’efficacia del trattamento
del GHB vs naltrexone per un periodo di trattamento di 3 mesi, in pazienti
già astinenti: i risultati dimostrarono una eguale efficacia
di ambedue i farmaci nel ridurrre il craving, mentre il GHB mostrava
una efficacia maggiore nel mantenere i pazienti completamente astinenti
dall’alcol; tra i pazienti che recidivarono al consumo di alcol,
quelli in terapia con naltrexone non tornarono alla condizione di heavy
drinkers, mentre l’11% dei soggetti appartenenti al gruppo GHB
recidivarono. Questi dati confermano l’efficacia del naltrexone
nella prevenzione del relapse degli heavy drinkers, peraltro già
ampiamente dimostrata da numerosi studi clinici e meta-analisi, e forniscono
ulteriore spunti per lo studio su campioni più ampi di popolazione
degli effetti a lungo termine del GHB nell’alcolismo, attualmente
non presenti in letteratura. Da ricordare in ultimo, come già
sottolineato in questo sito (v http://www.sosdroga.it/letteratura/ghb20010930/index.htm),
che il GHB, è noto giustappunto in Italia per il suo impiego
terapeutico nell’alcolismo, mentre “al contrario gli operatori
sanitari e i ricercatori di oltre oceano si sono occupati esclusivamente
delle proprietà d'abuso del farmaco”.
3. Terapie in corso di sperimentazione
(v. Tab A)
3 a. Nalmefene
3 b . Farmaci dopaminergici
3 c . Farmaci serotoninergici
3 d . Sedativo-ipnotici e gabaergici
3 e . Associazioni terapeutiche
3 a. Nalmefene
Antagonista degli oppiacei con proprietà farmacodinamiche simili
a quelle del naltrexone, differisce da quest’ultimo per le caratteristiche
farmacocinetiche (maggiore biodisponibilità orale, più
lunga emivita). Il più recente clinical trial(47)
valuta ulteriormente efficacia e tollerabilità di differenti
dosi di nelmefene (5, 20 e 40 mg) somministrato per un periodo di 12
settimane a 270 pazienti con recente sospensione dell’assunzione
di alcol: i dati dimostrano una discreta tollerabilità, non confermano
i dati di efficacia vs placebo (valutata come tempo trascorso prima
del relapse) di precedenti studi clinici (108 pazienti)(48),
mentre evidenziano una efficacia sul totale dei giorni in cui i pazienti
si mantennero astinenti.
3 b. Farmaci dopaminergici
Le evidenze di efficacia clinica dei farmaci ad azione sul sistema
dopaminergico nel trattamento dell’alcolismo sono scarse. I neurolettici
possono essere comunque di utilità clinica come terapia aggiuntiva
nel trattamento dello stato di agitazione e delle allucinazione associate
al delirium tremens(49).
Nella terapia più a lungo termine dell’alcolismo, uno dei
farmaci più tipizzati è stata la tiapride, neurolettico
(antagonista selettivo dei recettori D2) atipico dotato di scarse capacità
di indurre sedazione, nonché di interazione con l’alcol(50).
In due clinical trials presenti in letteratura (di durata di
osservazione rispettivamente di uno e sei mesi) gli autori osservarono
una efficacia della tiapride vs placebo valutata come astinenza dall’assunzione
e quantità di alcol assunta(51,52).
Tali trials non hanno comunque dato ulteriore seguito a conferma(1).
Addirittura associati ad un aumento della percentuale di relapse
l’uso del flupentixolo(53) e dell’amisulpride(54):
questi dati scoraggiano, allo stato attuale delle conoscenze, ulteriori
studi sull’uso degli antagonisti dopaminergici al di fuori del
trattamento della crisi astinenziale acuta da alcol.
3 c. Farmaci serotoninergici
Sia gli inibitori selettivi del re-uptake della serotonina
(SSRIs, fluoxetina, sertralina, citalopram) che gli agonisti dei recettori
della serotonina (buspirone, ritanserina, ondansetrone e nefazodone)
sono stati oggetto di studi clinici nell’ambito del trattamento
dell’alcolismo, ma, per la maggior parte trattasi di studi su
piccoli campioni di pazienti e di durata breve.
SSRIs – sono attualmente 5 gli studi che hanno avuto
come oggetto la fluoxetina: tra questi il più indicativo (seppure
breve: 12 settimane di osservazione) risulta senz’altro quello
di Cornelius e collaboratori(55) che in
un piccolo campione (51 pazienti) di soggetti con storia di depressione
maggiore (cosìddetta doppia diagnosi) evidenziarono un prolungamento
del periodo di astinenza dall’alcol rispetto al gruppo di controllo,
una diminuzione del numero di drinks/die, nonché della
intensità della sintomatologia depressiva. Il follow-up
ad un anno confermò la persistenza degli effetti suddetti(56).
Degli altri 4 studi presenti in letteratura, aventi come campione una
popolazione di soggetti non selezionati rispetto ad una eventuale comorbidità
depressiva, uno ha mostrato un aumento significativo della percentuale
di pazienti astinenti nell’arco dei due mesi di trattamento con
fluoxetina(57),mentre nessuna variazione
significativa è stata identificata negli altri studi
I più recenti studi concernenti gli SSRIs nella farmacoterapia
dell’alcolismo riguardano la sertralina: un primo trials (36 pazienti,
comorbidità depressiva, periodo di osservazione due mesi)(58)
aveva evidenziato una efficacia della sertralina sul mantenimento della
condizione di astinenza. Viceversa, studi clinici successivi(59,60)
non hanno confermato tale efficacia.
Una possibile interpretazione di tali apparenti discrepanze potrebbe
giungere dal un recentissimo lavoro(61)
in cui gli autori osservano una mancanza di risposta alla terapia con
sertralina (durata tre mesi) in soggetti alcolisti di tipo B (in cui
addirittura fu osservato un aumento dell’assunzione di alcol dopo
i sei mesi previsti di assunzione della terapia), rispetto ai soggetti
con alcolismo di tipo A, nei quali fu evidenziata un’efficacia
persistente anche a sei mesi dal termine del trattamento.
La meta-analisi apparsa di recente sul JAMA(62),
che comprende ed analizza la letteratura apparsa dal 1970 a tutto il
2003 con l’obiettivo di quantificare l’efficacia degli antidepressivi
nel trattamento dei pazienti con “doppia diagnosi”, evidenzia,
seppure nella eterogeneità degli studi inclusi, una efficacia
degli antidepressivi in questi pazienti. In particolare, all’eventuale
efficacia antidepressiva della terapia corrispondeva una diminuzione
dell’abuso di alcol, che tuttavia solo in una bassa percentuale
di casi si tramutava in una astinenza totale dall’alcol, suggerendo
quindi la necessità di una associazione con una terapia specifica
per l’alcolismo. Tra gli antidepressivi utilizzati, sicuramente
gli SSRI risultavano i più maneggevoli fra i pazienti alcolisti,
a causa della loro elevata tollerabilità e degli scarsi effetti
sedativi, ma questa meta-analisi comunque sottolinea una loro minore
efficacia rispetto ad altre classi (i.e. antidepressivi triciclici):
gli autori su questa specifica scelta terapeutica lasciano quindi l’ultima
parola a futuri studi che mettano a paragone l’efficacia delle
due classi farmacologiche in questa tipologia di pazienti.
Agonisti ed antagonisti dei recettori serotoninergici - Gli
antagonisti dei recettori 5-HT2 ritanserina(63)
e nefazodone non hanno mostrato alcuna efficacia clinica in soggetti
alcolisti(64), anche in presenza di comorbidità
depressiva(65). Al contrario, un recente
lavoro(66) mostra una efficacia seppure
non significativa (campione di 41 pazienti) del nefazodone in soggetti
con “doppia diagnosi”, nei quali l’ansia e l’
insonnia relativi all’astinenza erano una delle componenti più
determinanti dell’eventuale relapse.
L’agonista parziale dei recettori (postsinaptici) 5-HT1A
buspirone è stato oggetto di clinical trials dai risultati contrastanti:
in particolare quando l’effetto del buspirone è stato valutato
in termini di adesione del paziente ai programmi di trattamento, la
sua efficacia è stata evidenziata sia in pazienti alcolisti(67)
che in presenza di concomitante stato ansioso(68).
Una meta-analisi(69), seppure non includente tutti i clinical trials
presenti in letteratura sul buspirone, conclude che il buspirone non
ha un effetto diretto sul consumo di alcol e che la sua eventuale efficacia
sia secondaria al suo effetto ansiolitico.
Infine l’ondansetrone, antagonista 5-HT3 ha mostrato
di possedere una efficacia clinica in due studi vs placebo, in cui tale
efficacia fu valutata come frequenza e quantità del “drinking”(70,71)
. Una maggiore efficacia fu dimostrata in particolare nell’alcolismo
ad insorgenza precoce(72) (vedi anche http://www.sosdroga.it/sitox/1.htm).
Gli incoraggianti risultati di questi trials necessitano comunque di
ulteriori conferme in studi a più lungo termine.
3 d. Sedativo ipnotici e gabaergici
Come noto le benzodiazepine sono a tutt’oggi i farmaci di prima
scelta nella prevenzione e nel trattamento della sindrome astinenziale
acuta da alcol(49), ma non se ne identifica un uso a lungo termine nel
trattamento integrato riabilitativo dei soggetti alcolisti. Altro farmaco
ad azione sul sistema gabaergico, attualmente in uso nella terapia dell’epilessia
e oggetto di un recente studio clinico(73)
per il trattamento dell’alcolismo, è il topiramato (v.
anche http://www.sosdroga.it/letteratura/2003073102/index.htm).
Il trial, effettuato vs placebo su un campione di 150 pazienti seguiti
per un periodo di tre mesi, ne ha verificato l’efficacia sul craving,
valutato come decremento della quantità di alcol assunta giornalmente,
del numero dei giorni nei quali i pazienti avevano assunto quantità
elevate di alcol, nonché di quelli nei quali i medesimi rimasero
astinenti. Ancor più recentemente(74), una ulteriore analisi
dei dati disponibili ha evidenziato l’efficacia del trattamento
con topiramato sul grado di severità della dipendenza dall’alcol,
con un conseguente miglioramento del senso di benessere e della qualità
della vita dei pazienti alcolisti.
3 e. Associazioni terapeutiche
Sono pochi i lavori in letteratura che studiano gli effetti della combinazione
di differenti farmaci nel trattamento a medio e a lungo termine dell’alcolismo.
In uno studio multicentrico, non randomizzato per il disulfiran (campione
118 pazienti) in cui è stato l’analizzato l’effetto
del trattamento per un anno della combinazione acamprosato-disulfiran,
i risultati hanno evidenziato che la concomitante assunzione del disulfiran
aumenta l’efficacia dell’acamprosato(8).
Anche il naltrexone, come evidenziato in uno studio comparativo già
riportato(30), ha mostrato di aumentare
l’efficacia del trattamento con acamprosato valutata come tempo
intercorso dall’avvio della terapia alla prima assunzione di alcolici,
nonché del tempo cumulativo di astensione dall’alcol.
4. Conclusioni
Esiste una chiara evidenza basata su numerosissimi studi clinici della
efficacia della farmacoterapia nell’ambito di un trattamento integrato
dell’alcolismo. I dati più consistenti presenti in letteratura
riguardano senz’altro l’acamprosato, mentre quelli riguardanti
il naltrexone, seppure positivi nell’indicarne il suo possibile
uso terapeutico, non sono egualmente riproducibili. Comunque, i lavori
a tutt’oggi presenti in letteratura indicano che una terapia farmacologica,
in associazione con una psicoterapia, possa essere ipotizzata per tutti
i pazienti con diagnosi di alcolismo ed eventualmente, nel caso di una
comprovata comorbidità psichiatrica, supportata da ulteriori
trattamenti specifici.
Sono invece ancora insufficienti i dati che permettano una scelta certa
nell’ambito delle associazione farmacologiche possibili: il futuro
del trattamento dell’alcolismo potrebbe essere proprio quello
rappresentato da combinazioni terapeutiche che agiscano contemporaneamente
a differenti livelli nel processo di sviluppo e mantenimento della condizione
di alcolista.
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TAB.
A - Farmaci in corso di sperimentazione |
Farmaco |
Meccanismo d’azione |
Effetto |
Commenti |
Antagonisti recettori oppiacei:
Nalmefene |
Antagonismo recettori oppiacei |
Riduzione delle recidive |
Tre studi clinici di piccole dimensioni: risultati
incoraggianti |
Agenti dopaminergici:
tiapride, flupentixolo, amisulpride |
Antagonismo recettori dopaminergici |
Nessuno |
Studi su ampia scala: nessun effetto dimostrato |
Agenti serotoninergici:
fluoxetina, citalopram, sertralina |
Inibizione selettiva del re-uptake della 5-HT |
Riduzione del consumo di alcol |
Agiscono con una riduzione della comorbidità
di tipo depressivo |
buspirone |
Antagonismo recettori 5-HT1A |
Riduzione del consumo di alcol |
Agisce con una riduzione della comorbidità
di tipo ansioso |
ritanserina, nefazodone |
Antagonismo recettori 5-HT2 |
Nessuno |
Nessun effetto dimostrato |
ondansetrone |
Antagonismo recettori 5-HT3 |
Riduzione del consumo di alcol |
Due studi pilota da confermare |
Stabilizzanti dell’umore
Litio carbamazepina |
|
Riduzione del consumo di alcol |
Non confermati in studi su larga scala |
(liberamente tratta da
Mann K. Pharmacotherapy of alcohol dependence: a review of the clinical
data. CNS Drugs. 2004;18(8):485-504)
Note
Nota 1: Come ovvio, il contenuto
di alcol varia notevolmente a seconda del tipo di bevanda (birra, vino
e superalcolici) e variazioni, seppure di minor entità, sono
presenti entro ciascuna di queste categorie, specie negli anni più
recenti in cui l’ampliamento del mercato ne ha fornito una enorme
varietà (es. birra leggera o all’opposto la ice beer
a più elevato contenuto alcolico) anche in termini di contenuto
volumetrico delle bottiglie (es. bottiglie di birra da 33 cl e da 1
litro).
Il contenuto alcolico di una bevanda può essere espresso con
differenti unità di misura: grammi (g), millilitri (ml), once
(fl oz), percentuale (%); da notare che l’equivalente volumetrico
di un’ oncia risulta differente tra Gran Bretagna e Stati Uniti
(v. Tab. 1).
Tab.
1 – Equivalente di una singola oncia di alcol (1 fl oz)
espresso in millilitri (ml) e grammi (g) |
Paese |
ml |
g (ml x 0.785)* |
Gran Bretagna |
28.41 |
22.30 |
Stati Uniti |
29.58 |
23.22 |
| * 1 ml alcol = 0.785 g |
|
|
Ulteriore confusione deriva dall’uso del termine drink (o unità
alcolica standard), in quanto a livello mondiale con questo termine
vengono indicati valori del contenuto alcolico molto lontani fra loro
(v. Tab. 2)
Tab.
2 - Contenuto di alcol per singola unità alcolica |
Paese |
Contenuto (g alcol) |
Gran Bretagna |
8.0 |
Stati Uniti |
12.0 (= 0.5 fl oz alcol) |
Giappone |
19.75 |
Canada |
13.6 |
Nuova Zelanda e Australia |
10.0 |
Da quanto sinora detto, ovvero dalla esistenza di molteplici possibilità
di esprimere la quantità di alcol nelle bevande, derivano due
tipi di problematiche: da una parte la difficoltà per il clinico
di valutare (in senso anamnestico) la effettiva quantità di alcol
ingerita dal paziente e dall’altra dalla frequente difficoltà
di comparare i risultati degli studi presenti in letteratura, causa
il tipo di bevanda oggetto di studio, nonché il modo (ovvero
l’unità di misura con la quale viene espressa la quantità
di alcol) con cui i risultati vengono riportati.
In tabella 3 vengono elencati i volumi (espressi
in once ed in litri) corrispondenti ad una singola unità alcolica
(12 g etanolo), così come definita negli Stati Uniti dal Department
of Health and Human Services.
Allo scopo di uniformare e pertanto facilitare a livello mondiale la
raccolta e l’interscambiabilità di dati epidemiologici,
clinici e sperimentali, l’Organizzazione Mondiale della Sanità
raccomanda che il contenuto alcolico delle bevande sia definito in termini
di ml e/o grammi di etanolo e che una singola unità alcolica
(U.A.) sia calcolata corrispondente a 10 g di alcol.
Tab.
3 – Volumi corrispondenti ad una singola unità alcolica
di 12 g espresso in once (fl oz) ed in litri (L) |
Tipo bevanda |
fl oz |
L |
Birra |
12 |
0.355 |
Vino |
5 |
0.148 |
Superalcolici |
1.5 |
0.044 |
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Nota 2: La misura più congrua
della efficacia di un trattamento in soggetti alcolisti è ovviamente
l’effetto della sostanza oggetto di studio sull’assunzione
di alcol: questo effetto può essere misurato in vari modi, di
cui l’astinenza totale dall’assunzione nel periodo di osservazione
stabilito dallo studio è certamente il più rigoroso e
peraltro misurabile con un semplice sistema binario (successo o fallimento).
Altro modo in cui può essere valutata l’efficacia di un
trattamento può essere comparando il numero dei giorni in cui
il paziente è rimasto astinente rispetto alla durata totale del
trial: questo tipo di misurazione permette di valutare anche periodi
di astinenza più brevi, senza perdere il dato categorizzandolo
come fallimento. Vi è però da sottolineare che in una
meta-analisi (nella quale per definizione vengono analizzati più
clinical trials) può risultare difficile compararne i risultati
espressi con questa seconda modalità, in quanto possono esistere
differenze ovvero mancanza di standardizzazione della metodologia utilizzata
per verificare l’effettiva astinenza da alcol (1).
Nota 3: Nel caso del gruppo naltrexone
vs acamprosato i più comuni furono: nausea (25 vs 4%), dolori
addominali (23% vs 4%), sonnolenza (35 vs 2%), congestione nasale (23
vs 1%), cefalea (13 vs 6%), diarrea (1 vs 4%).
Nota 4: L’abuso
di GHB, derivante prevalentemente dalla sua produzione in laboratori
clandestini(45) avviene sia per i suoi presupposti effetti anabolizzanti
che per quelli “euforizzanti”; nel 1990 la FDA (http://www.fda.gov/default.htm)
ne ha vietato la libera vendita: successivamente sono state controllate
produzione e vendita di due solventi (1,4-butanediolo e gamma-butirro.lattone)
utilizzati come precursori per la produzione del GHB. Con il nome commerciale
di Xyren® (http://www.fda.gov/cder/drug/infopage/xyrem/xyrem_qa.htm),
sempre negli Stati uniti il GHB è approvato per uso terapeutico
nel trattamento degli attacchi di cataplessia in pazienti con narcolessia:
il suo uso terapeutico è controllato dalla Tabella III del Controlled
Substances Act (CSA), mentre il suo uso illecito è soggetto alle
penali della Tabella I, la scheda più restrittiva del CSA.
In Italia il GHB è commercializzato con il nome di Alcover®
ed è approvato con l’indicazione di coadiuvante nelle seguenti
terapie “Controllo della sindrome di astinenza da alcol eti¬li¬co;
fase iniziale (primi 60 giorni) del trattamento multi¬modale della
dipendenza alcolica; trattamento multimodale prolungato (dopo i primi
60 giorni)”. La specialità è attualmente inserita
nella Tab. IV (D.P.R. 309/90), insieme al gamma-butirro-lattone.
.
|
 |