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TERAPIA Elenco
dei lavori disponibili
Vi è un fondamento farmacologico
alla somministrazione controllata di eroina?
Paolo Nencini
Istituto di Farmacologia Medica e Servizio Speciale Antidroga
Università di Roma "La Sapienza" e Policlinico Umberto
I
00185 Roma
e-mail: nencini@uniroma1.it
Indice
- Introduzione
- Farmacocinetica
dell'eroina in relazione alle sue proprietà tossicomanigene
- L'eroina non è semplicemente un profarmaco della morfina
- Conclusioni
- Bibliografia
1. Introduzione
Sebbene
l'obiettivo di indurre una condizione di refrattarietà alle proprietà
di rinforzo positivo delle droghe sia perseguito con ogni mezzo messo
a disposizione dalla ricerca biomedica, allo stato dei fatti non esiste
una "pillola magica" che assicuri la guarigione dalle tossicodipendenze.
Al momento non è del resto nemmeno teorizzabile la possibilità
che un farmaco possa azzerare un comportamento così solidamente
strutturato ed esistenzialmente così pervasivo come la tossicodipendenza.
Queste considerazioni non invitano tuttavia a una pregiudiziale rinuncia
allo strumento farmacoterapeutico, ma sono piuttosto un richiamo al
realismo di interventi terapeutici integrati, lunghi, costosi e dagli
esiti incerti. E' inoltre fondamentale tenere presente che se anche
questi interventi non sono di regola risolutivi, restituendo il paziente
ad una completa libertà comportamentale, ciò nondimeno
sono da considerarsi efficaci nella misura in cui riducono il danno
per il tossicodipendente stesso e per l'ambiente sociale in cui esso
vive (Seivewright & Greenwood, 1996). Non a caso la tossicodipendenza
è stata assimilata alle malattie croniche e recidivanti, dove
l'obiettivo terapeutico più che l'interruzione della storia naturale
della malattia ne è il suo controllo. In questa ottica, di frequente
riscontro è la somministrazione a tempo indefinito di un farmaco
sostitutivo della droga primaria d'abuso. Tipico è l'esempio
del metadone somministrato "a mantenimento" ai tossicodipendenti
da eroina. E' evidente che in questo caso l'obiettivo perseguito è
quello di ridurre i rischi connessi alle modalità di acquisizione
della droga e di autosomministrazione della stessa. In altre parole,
ciò che è perseguito è la riduzione del danno.
Sfortunatamente, la terapia sostitutiva a mantenimento appare ben lungi
dall'essere risolutiva in termini di abbattimento dell'uso di sostanze
illecite. A tal proposito basti citare un recente studio (Strain et
al., 1999) che mostra come in 30 settimane di trattamento con alte dosi
di metadone (80-100 mg/die) le urine rimangano positive in oltre la
metà (53%) dei pazienti. Parimenti incompleta appare la ritenzione
dei pazienti nel trattamento metadonico. Nello studio citato 38 pazienti
su 95 non completavano la fase di mantenimento e solo 19 riuscivano
a terminare il successivo scalaggio. La speranza che l'introduzione
della buprenorfina in sostituzione del metadone potesse migliorare tali
indici è andata sostanzialmente delusa (Fischer et al., 1999),
mentre rimane ancora aperta la questione della superiorità del
LAAM (Glanz et al., 1997) sul composto progenitore. In definitiva, la
farmacoterapia dell'eroinismo appare ben lungi dall'offrire prestazioni
pienamente soddisfacenti per efficacia.
E' tuttavia importante chiedersi
quali siano i motivi di tali limiti di efficacia. Dipendono essi dalle
(limitate) potenzialità farmacologiche offerte dalle molecole
attualmente disponibili? Oppure dipendono dal fatto che, lungi dall'essere
patogeneticamente unitario, ciò che noi chiamiamo eroinismo è
in realtà un fenomeno qualitativamente disomogeneo e quindi con
una diversa responsività ai trattamenti farmacologici? In questa
ottica, più che verso l'individuazione di un farmaco universalmente
efficace, la ricerca dovrebbe orientarsi verso una differenziazione
dei trattamenti che tenga conto di tale disomogeneità. In altre
parole, coloro che non rispondono al trattamento metadonico potrebbero
trarre beneficio da altre terapie farmacologiche più idonee ad
affrontare le problematiche specifiche del tipo di eroinomane non rispondente
al metadone. Queste terapie potrebbero addirittura consistere nella
somministrazione controllata della droga primaria d'abuso e cioè
dell'eroina stessa. Come esaurientemente riportato nell'articolo di
Starace e Ciafrone che appare in questo stesso sito, il problema dell'eroinomane
non rispondente al metadone è stato negli ultimi anni affrontato
in Svizzera attraverso la riproposizione della somministrazione controllata
di eroina, già in uso nell'Inghilterra degli anni cinquanta.
Tale riproposizione, come era da attendersi, ha generato posizioni contrastanti
e ha sollevato anche critiche riguardo il disegno sperimentale degli
studi in oggetto (vedi, ad es., Bammer et al., 1999 e il successivo
dibattito sulle pagine di Science: vol. 285, pagg. 532-533).
2. Farmacocinetica dell'eroina in relazione alle
sue proprietà tossicomanigene
La spiegazione più semplice
dell'asserita efficacia della somministrazione controllata di eroina
è quella, per così dire opoterapica: è il reintegro
dello stato di impregnazione farmacologica che permette di mantenere
una condizione parafisiologica sufficientemente stabile da liberare
il soggetto dall'assillo della ricerca della droga. Ne conseguirebbe
una maggiore disponibilità ad essere reinserito in una più
armonica e soddisfacente vita sociale. A ben vedere, questo è
in realtà l'obiettivo che viene perseguito con la terapia sostitutiva,
dove il farmaco è infatti chiamato a soddisfare la condizione
di bisogno farmacologico dell'eroinomane. Come è noto, in questo
caso l'uso della via orale e la più lenta evoluzione delle concentrazioni
ematiche del farmaco di sostituzione sono considerati elementi assai
importanti nel processo terapeutico. La via orale, impedendo la rapida
comparsa di effetti psicofarmacologici, attenua infatti quel processo
associativo tra risposta di assunzione e stimolo farmacologico che viene
ritenuto cruciale nello stabilirsi del comportamento tossicomanico.
Il lento dissiparsi del farmaco dal circolo permette inoltre un più
prolungato intervallo posologico e quindi un ulteriore allentamento
del legame comportamentale con la droga d'abuso. Al contrario, quando
somministrata endovena, l'eroina mostra una emivita estremamente breve
(circa 3 minuti) con formazione di monoacetilmorfina e morfina (Inturrisi
et al., 1984). L'intensità dell'azione psicofarmacologica esercitata
in tale spazio di tempo dall'eroina e dal suo metabolita monoacetilato
è tuttavia estremamente elevata per la facilità con cui
essi attraversano la barriera ematoencefalica. Il processo associativo
stimolo-risposta appare quindi facilitato con una conseguente rapida
acquisizione del comportamento tossicomanico. Dovremmo quindi aspettarci
che un paziente in trattamento con eroina si mantenga indefinitivamente
nello stato di dipendenza. In definitiva, il motivo della maggiore efficacia
del trattamento eroinico su quello metadonico nel migliorare una serie
di parametri psicosociali nel paziente eroinomane sarebbe tutto interno
alla filosofia della riduzione del danno. In altre parole, il somministrare
al paziente la droga ricercata in un ambiente decente e associarvi una
offerta riabilitativa fornisce il massimo delle opportunità di
miglioramento delle condizioni di salute e di integrazione sociale.
Questa spiegazione così apparentemente ovvia potrebbe tuttavia
essere riduttiva di una realtà più complessa. Alcuni studi
assai recenti autorizzano a considerare seriamente la possibilità
che l'efficacia della somministrazione controllata di eroina in soggetti
non responsivi al metadone poggi su motivazioni farmacodinamiche.
3. L'eroina non è semplicemente un profarmaco
della morfina
Come
illustrato precedentemente, si è ritenuto che le azioni farmacologiche
di eroina, morfina e metadone fossero mediate da un comune meccanismo
d'azione consistente nel legame con il recettore oppioide µ. Ogni
differenza nell'azione farmacologica complessiva doveva essere quindi
riferita alle sopracitate differenze farmacocinetiche, ovvero a differenze
di efficacia intrinseca nell'attivazione del comune recettore oppioide.
Questo concetto risulta fortemente indebolito dalla osservazione che
un ceppo di topi naturalmente insensibile alla morfina risponde invece
all'azione analgesica dell'eroina e del metabolita attivo della morfina,
morfina-6-glucuronide (M6G) e che l'analgesia prodotta da questi ultimi
composti, ma non dalla morfina, è bloccata dall'antagonista 3-metossinaltrexone
(Brown et al., 1997). In un ulteriore studio è stato dimostrato
che nel ratto il medesimo antagonista bloccava l'autosomministrazione
di eroina, ma non di morfina (Walker et al., 1999). La mancanza di tolleranza
crociata tra l'azione analgesica della morfina e quella dell'M6G (Kolesnikov
& Pasternak, 1999) e le differenze nel loro meccanismo d'azione
profagico (Leventhal et al., 1998) sono ulteriori elmenti oggettivi
in favore dell'ipotesi che l'eroina e il metabolita M6G non agiscono
sul classico recettore morfinico m. A contrastare questa ipotesi resta
il dato che topi knockout per il recettore m sarebbero insensibili all'azione
analgesica dell'eroina e della M6G (Kitanaka et al., 1998).
Il ruolo nella storia naturale
dell'eroinismo di questo supposto differente meccanismo d'azione di
eroina e morfina rimane al momento del tutto inesplorato. E' tuttavia
lecito domandarsi se tali differenze farmacodinamiche tra l'eroina e
i classici agonisti del recettore morfinico siano implicate nella diversità
di risposta alle terapie farmacologiche di sostituzione. I meccanismi
ipotizzabili sono diversi. Tra questi, degni di menzione sono quelli
riferibili ad una differente espressione dei sottotipi recettoriali
per gli oppioidi. Più specificamente: gli eroinomani che non
rispondono al metadone sono quelli che esprimono in maggiore misura
i recettori per l'eroina? Differenze nel metabolismo degli oppioidi
potrebbero anche essere considerate. Gli eroinomani che non rispondono
al metadone potrebbero essere, ad esempio, coloro che producono più
metabolita M6G, che, come già discusso, condividerebbe con l'eroina
uno specifico sottorecettore oppioide?
4. Conclusioni
In conclusione, gli studi svizzeri
sulla somministrazione controllata dell'eroina e i dati sperimentali
attestanti le peculiarità farmacologiche dell'eroina stessa riaprono
il capitolo dell'uso terapeutico di questo farmaco in medicina delle
tossicodipendenze. Lo riaprono fornendo indizi che non sono certo sufficienti
a giustificare una generalizzata applicazione di tale uso, ma formano
comunque una base etico-scientifica adeguata a permettere la replicazione
degli studi svizzeri. Chiudere questo capitolo senza che queste repliche
siano condotte sarebbe un grave errore dettato da intransigenze ideologiche
e non da ragioni scientifiche.
5. Bibliografia
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- Glanz M, Klawansky S, McAullife W, Chalmers T. Methadone vs. L-alpha-acetylmethadol
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